Dal 2002 al 2024 il Mezzogiorno ha perso 500mila giovani. Non partono più i disperati. Partono i migliori. Anche i nonni li seguono. I numeri della Fondazione Migrantes e della Svimez tratteggiano un fenomeno preoccupante. Ma c’è qualcosa che i dati faticano a spiegare. È la stanchezza del mercato delle raccomandazioni. La percezione che il merito da solo non basti
I giovani scappano. Ma non solo loro. Ce lo spiega in questo interessante articolo, pubblicato sulla sua pagina Facebook, il mio amico Pino Bruno, ex giornalista della Rai e dell’Ansa, ex direttore dell’edizione italiana di Tom’s Hardware.
di PINO BRUNO
Ognuno di noi conosce almeno un nonno con la valigia. Non la valigia del turista. La valigia di chi deve prendere uno o due aerei per andare a trovare i propri nipoti. Dal Salento o dal Barese non sempre ci sono voli diretti. Bisogna fare scalo a Roma, a Milano o a Monaco. Poi su, verso nord, verso un paese dove la lingua è incomprensibile ma gli asili funzionano, i treni arrivano in orario e un medico ti visita entro la settimana. Il rapporto SVIMEZ pubblicato a febbraio 2026 mette i numeri su quello che conosciamo sulla pelle. Dal 2002 al 2024, il Mezzogiorno ha perso oltre 500mila giovani nella fascia 25-34 anni, di cui circa 270mila laureati. La quota di laureati tra chi parte è passata dal 20 al 60 per cento. La selezione si è capovolta. Non partono più i disperati. Partono i migliori.
La figlia dei nonni con la valigia è partita anni fa per un dottorato. Brillante, determinata, stanca di aspettare che qualcuno si accorgesse di lei. Al Sud l’avevano già avvertita. Per quel posto bisogna conoscere il tale, per quell’opportunità serve una telefonata. Per entrare in certi laboratori occorre appartenere alla cerchia giusta. Lei non apparteneva a nessuna cerchia. Così è partita. Si è specializzata. Ha trovato un lavoro che la paga per quello che vale. Ha trovato anche l’amore, ha messo su famiglia. Tre bambine che crescono in un posto dove il welfare non è una parola vuota, dove gli asili funzionano, dove una madre laureata non deve scegliere tra carriera e figli. Non tornerà. Viene in vacanza, d’estate, porta le bambine al mare. Le bambine amano la Puglia come si ama un posto delle fiabe. Poi si riparte. E allora sono i nonni che vanno. Uno, due voli. Valigia con taralli scamorze e frise, qualche settimana ad aiutare con le piccole. Sono fortunati, diciamo. Già. Fortunati e soli, per il resto dell’anno, in una regione che si svuota. Questa figura – il nonno che insegue i nipoti oltre confine, che pianifica i viaggi come una volta si pianificavano le visite ai parenti del paese – era stata già fotografata dalla Fondazione Migrantes nei suoi Rapporti Italiani nel Mondo, ben prima che la SVIMEZ la quantificasse.
Nell’edizione 2024, la curatrice Delfina Licata osservava che tra i flussi in crescita c’erano gli over 65. Nonni e nonne che finiscono col fare all’estero i baby-sitter dei loro nipoti. Una notazione quasi domestica per descrivere un fenomeno strutturale. Alla stessa radice attinge il libro appena pubblicato nella collana Quaderni Migrantes, “Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo” di Eleonora Voltolina. Storie di genitori italiani all’estero, con una sezione dedicata al rapporto con i nonni. La difficoltà di costruire legami intergenerazionali a distanza. La necessità – scrive Voltolina, espatriata in Svizzera – di pianificare le occasioni di contatto tra nonni italiani e nipote transfuga, di contrastare la malinconia dell’accresciuta distanza. Parole che conosciamo bene, in Puglia. Perché partono i figli? Il rapporto SVIMEZ espone i numeri con impietosa chiarezza. Un laureato che lavora all’estero guadagna in media 613-650 euro netti al mese in più rispetto a un collega rimasto in Italia.
Un laureato del Mezzogiorno guadagna circa 156 euro mensili in meno rispetto alla media nazionale. Aggiungendo la variabile di genere il divario si fa voragine. Una laureata meridionale guadagna il 15,5 per cento in meno di un laureato della stessa area. Le donne non a caso sono le più propense a partire. La quota di laureate tra chi lascia il Sud è cresciuta dal 22 per cento del 2002 a quasi il 70 per cento nel 2024. Ma i numeri non bastano. C’è qualcosa che i dati faticano a catturare. Lo conosciamo tutti. È la stanchezza del mercato delle raccomandazioni. La percezione, spesso fondata, che il merito da solo non basti. Che per un lavoro decente, per un contratto stabile, per una carriera che abbia senso, servano le relazioni giuste, le appartenenze giuste. La disponibilità a piegarsi a logiche che nulla hanno a che fare con le competenze acquisite. Chi ha investito anni nella formazione sopporta questo sistema con crescente insofferenza. Alla prima occasione credibile di uscirne, esce. Il risultato è una spoliazione territoriale di natura strutturale. Il Mezzogiorno forma capitale umano a proprie spese – la SVIMEZ stima in circa 6,8 miliardi di euro l’anno la perdita di investimento pubblico in istruzione – e lo consegna gratuitamente al Centro-Nord o all’estero. Un trasferimento netto e permanente che indebolisce le basi demografiche, produttive e fiscali del territorio, spingendo a partire le generazioni successive.
La storia dei nonni con la valigia non è una storia di nostalgia. È la storia visibile, quotidiana di una crisi sistemica. Le proiezioni al 2050 la rendono ancora più nitida. Il Mezzogiorno perderà quasi 3,5 milioni di abitanti. Punte drammatiche in Basilicata, in Calabria, nelle aree interne della Puglia. Un territorio che invecchia e si svuota. Che vede i propri anziani inseguire i nipoti verso nord perché restare soli, con una sanità in affanno e un welfare ridotto all’osso, è diventato troppo difficile. La SVIMEZ ha provato a misurare anche questo. Quasi 185mila anziani meridionali over 75 vivono stabilmente al Nord senza aver cambiato residenza. Una migrazione sommersa che non compare nelle statistiche ma si legge nelle ricette rosse spedite da una farmacia lombarda o veneta – o portate in valigia per un paese del nord Europa. Il rapporto propone strumenti concreti. Incentivi fiscali per chi assume giovani laureati nelle aree in trappola. Borse di studio maggiorate per chi sceglie le università meridionali. Un “Graduate Staying Premium” europeo da inserire nella programmazione 2028-2034. Misure urgenti. Che però funzioneranno solo se accompagnate da qualcosa di più difficile da legiferare. La rottura del sistema di cooptazione che scoraggia chi vuole affermarsi per quello che sa fare, non per chi conosce.
