Il calcio italiano non merita Gianni Rivera, parola di interista

di TONIO ATTINO

Potrà mai questo calcio fallimentare e ormai lontano dalla popolarità di un tempo scegliere come suo capo Gianni Rivera? La risposta è semplice: no. Ex Pallone d’Oro, simbolo del Milan e dell’Italia, Rivera si è proposto come nuovo presidente della Figc, la federazione italiana giuoco calcio, dopo le dimissioni di Gabriele Gravina: dimissioni successive alla eliminazione della Nazionale dai mondiali, terza disfatta consecutiva. Poiché sapeva perfettamente che nessuno avrebbe mai proposto il suo nome, Rivera ha provveduto da solo a candidarsi, come tempo addietro aveva fatto proponendosi – ovviamente inascoltato – per il ruolo di commissario tecnico.

Rivera ha i titoli per essere ancora oggi un uomo simbolo, ma di un altro calcio, che piacerebbe ai ragazzi, ignari di quanto bello e appassionante fosse il pallone di un tempo, quello di Sarti Burgnich Facchetti Bedin Guarneri Picchi… (la mia vecchia Inter la ricordo a memoria, così come ogni ragazzo ricordava la sua squadra del cuore) e del Milan di Nereo Rocco. Era quello il Milan di Rivera, il Golden Boy che esordì a sedici anni non ancora compiuti e vinse tre scudetti, quattro Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. Naturalmente è inutile illudersi che il passato possa tornare: non tornerà, quindi non tornerà Rivera, addirittura sbeffeggiato da qualche poveraccio che, non sapendo distinguere un ronzino da un cavallo di razza, sostiene che in fondo Rivera ha 82 anni. Gravina ne ha soli 72 anni e prima di lui Tavecchio, a fine corsa, ne aveva 74. Due giovanotti. Ma neppure messi insieme e moltiplicati per tre avrebbero potuto raggiungere la metà delle competenze di un grande campione del calcio come lui. Oltre che un fuoriclasse in campo, Rivera è stato negli anni dirigente del Milan, parlamentare, sottosegretario. Non è esattamente uno sprovveduto e, piaccia o non piaccia, pensa con la sua testa. Un gran bel difetto. In un Paese che sostiene i buoni a nulla e in cui prevalgono i leccapiedi e le mezze cartucce che garantiscono poltrone e sissignore, ha i numeri giusti per essere ignorato. Si troverà un altro uomo fedele al sistema.

Mazzola e Rivera

Ho avuto la fortuna di conoscere Rivera una decina di anni fa, invitato da una amica a presentare la sua autobiografia, a Castellaneta, la città in cui – puro caso – è nato Gravina. In realtà, Rivera non aveva bisogno di me, né di essere presentato e intervistato. Poteva fare tutto da solo. Parlare, presentarsi, intervistarsi, tenere una serata come fosse ancora al centro del campo. Un fuoriclasse. Se da ragazzo mi pareva fosse troppo equilibrato, moderato, un seminarista dal linguaggio sobrio e un po’ democristiano, allora lo trovai – proprio perché aveva quella stessa misura e quella stessa garbata disponibilità – una persona da ammirare. Lui era rimasto lo stesso. Ero cambiato io. Gli dissi provocatoriamente che avevo tifato Inter e Mazzola, i suoi vecchi avversari, e mi rispose sorridendo “beh nessuno è perfetto”. Però lui e Mazzola antagonisti in campo, divisi anche in Nazionale dal ct Ferruccio Valcareggi che s’inventò la demenziale e autolesionistica “staffetta” (in campo alternativamente, l’uno o l’altro), avevano fondato insieme il sindacato calciatori.

Potremmo continuare ma basta così. Questo di oggi è un altro calcio, il calcio che si può vedere solo avendo abbonamenti a tre diverse pay-tv, il calcio dei procuratori e degli scommettitori, dei bilanci colabrodo e dei fallimenti. E questo calcio che lo ignora non merita Gianni Rivera. Merita quello che è, e quello che ha: quest’anno, per la terza volta di fila, non avrà neppure i mondiali.

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