Perché il governo Meloni ha estromesso dalla guida Roberto Cingolani, nonostante la crescita del titolo del 410 per cento in tre anni? L’interessante analisi dell’amica Rosi Brandi, caporedattrice del quotidiano La Prelapina di Varese, sulla società che ha impianti in tutt’Italia, dalla Puglia alla Lombardia

di ROSI BRANDI
A meno che Giorgia Meloni non voglia inserirlo in qualche casella governativa (Difesa, Transizione energetica), nessun italiano di media intelligenza è ancora riuscito a capire perché Roberto Cingolani sia stato estromesso dalla guida di Leonardo. Non l’hanno capito i mercati finanziari, visto il crollo del titolo in Borsa venerdì, il giorno dopo la nomina del successore Lorenzo Mariani: – 5,08%. Non ultima la popolazione aziendale, che da Brindisi a Vergiate, pur confortata dalla scelta “interna” del nuovo amministratore delegato, sta ancora faticando a trovare una spiegazione logica.
Sulle chat un profluvio di punti interrogativi, punti esclamativi e qualche emoticon con lacrimuccia. Perché, diciamocelo, è crollata una certezza: squadra che vince non si cambia. Invece in questo caso, anche se la squadra ha vinto, l’allenatore è stato cambiato. A quanto pare senza convenevoli nei confronti del diretto interessato, nemmeno una telefonata di preavviso. Che pretese. È solo uno scienziato di fama internazionale. Perciò, pure gli analisti finanziari più sgamati alla fine si sono posti lo stesso quesito della signora Maria: quali ragioni hanno spinto Palazzo Chigi, azionista di controllo attraverso il Ministero dell’Economia, a sfiduciare il top manager che in tre anni ha portato il titolo Leonardo a crescere del 410 %?
Forse il professor Cingolani, che è un fisico, docente universitario, già ministro della Transizione ecologica nel governo tecnico di Mario Draghi, eccetera, faceva ombra a quello stesso centrodestra che lo aveva scelto nel 2023. Svincolato, veloce, decisionista, “troppo” competente. Poco più di tre settimane fa, illustrando a Roma gli aggiornamenti al Piano Industriale avviato nel 2024, parlò non certo da amministratore delegato uscente ma definendo una traiettoria fino al 2030 con un consolidamento del ruolo di Leonardo nella sicurezza globale. «Abbiamo realizzato tutto quello che avevamo pianificato, oltre ogni previsione», disse.
Quel giorno, 12 marzo, Leonardo volò in Borsa. Tanti soldini guadagnati, buone notizie per gli investitori, i lavoratori, il Paese. E dunque? Qualcosa non quadra. Qualcosa ha irritato i piani alti della politica, dove notoriamente sono poco gradite – da destra a sinistra – sottrazioni di potere alla propria sfera di influenza.
«Le grandi aziende possono fare da sherpa, possono creare delle condizioni, delle alleanze che consentono poi agli Stati di scegliere una traiettoria unica per la difesa europea»: il concetto, più volte ripetuto da Roberto Cingolani, ben sottolinea chi (i governi e le aziende) deve fare cosa. Che la pietra dello scandalo sia stato il Michelangelo Dome, l’«architettura difensiva aperta» concepita da Leonardo per difendere dal nemico i Paesi d’Europa, oppure la spinta alla progressiva emancipazione tecnologica e industriale dagli Stati Uniti, è chiaro il fastidio arrecato all’atlantista Meloni, peraltro in un momento estremamente complesso per «l’amico» Trump. Voci, ipotesi, speculazioni.
Sia quel che sia, il leader politico che in questi giorni ha centrato il problema nella sua semplicità è stato l’ex premier Matteo Renzi: «Se cambi l’amministratore delegato di Leonardo devi spiegarne il perché. Dopodiché la vera domanda è: che facciamo fare a Leonardo nei prossimi anni?». Appunto. Passato lo spiazzamento emozionale, negli stabilimenti in provincia di Varese (Samarate, Vergiate, Venegono Superiore, Sesto Calende) fino a quelli laziali, campani, pugliesi e all’estero, c’è attesa sulle strategie aziendali del futuro amministratore delegato: continuità o discontinuità?
D’altronde l’ingegnere Lorenzo Mariani conosce il colosso della difesa e dell’aerospazio meglio di casa sua avendoci lavorato per molti anni, per un biennio è stato anche condirettore accanto a Cingolani prima di giungere ai vertici nella joint venture missilistica europea Mbda (partecipata da Leonardo) e di MbdaItalia. Come a dire: il futuro di Leonardo è in buone mani. Tanto più che l’ad Mariani non ricoprirà anche la carica di direttore generale, spianando la strada verso un tandem con l’attuale capo della Divisione Elicotteri, Gian Piero Cutillo, pilastro della gestione finanziaria e con un’esperienza industriale e commerciale d’alto livello: suo il merito dei risultati straordinari che gli elicotteri Leonardo hanno ottenuto in giro per il mondo negli ultimi otto anni.
Fu proprio Cingolani, quel famoso 12 marzo, ad annunciare che lo stabilimento di Vergiate sarebbe stato ampliato: si vedrà. A questo punto, Giorgia Meloni vorrà tracciare la rotta. Non sia mai che il pilota guardi troppo lontano.
Da La Prealpina, 12 aprile 2026