«Denunciai gli inquinatori, sono rinato dopo l’inferno»

di TONIO ATTINO

«Ho vissuto ventisei anni nel letame della discarica fino a restarne sepolto. Ecco, questa è stata la mia vita». Domenico ha una faccia buona e nonostante tutto sorride. Quando la moglie Angela lo definisce «un pazzo con gli occhi innocenti», lui annuisce «perché in fondo è così». Soltanto un pazzo poteva mettersi alla guida di un escavatore per dissotterrare platealmente alcuni quintali di rifiuti facendo finire sotto inchiesta undici persone, compresi i suoi datori di lavoro, e soltanto un ingenuo aggredito dalla disperazione poteva giocarsi il posto di lavoro rischiando di perdere anche la casa, la famiglia, gli amici. Domenico Lestingi nel 2012 fece scoppiare il caso della discarica di Conversano. Mostrando quanto era stato sotterrato in un paio di decenni divenne all’istante ex capocantiere, disoccupato ed eroe dell’ambientalismo. Non se l’aspettava. Il 17 maggio prossimo, quando festeggerà 54 anni, saranno tre anni e due mesi che dorme sul divano in cucina. «La prima volta fu il 28 marzo 2012». Il giorno precedente era arrivato furioso alla discarica. «Non mi pagavano lo stipendio, non avevo i soldi per fare la spesa. Mi avevano isolato perché più volte avevo denunciato l’interramento illegale di rifiuti. Così presi l’escavatore e dopo avere chiamato i giornalisti cominciai a scavare. Feci vedere a tutti che cosa c’era sotto. Arrivarono i carabinieri. Mi portarono in caserma. Mi hanno processato per avere rubato l’escavatore. Beh, il resto lo sai…».

Il resto è l’inchiesta della magistratura di Bari per disastro ambientale sulla discarica di contrada Martucci, l’impianto della Lombardi Ecologia srl, tredici indagati (undici persone fisiche e due società), il sospetto avallato da una perizia di 600 pagine secondo cui i rifiuti hanno contaminato la falda. Domenico capì subito di non poter vivere tranquillo. «Mi avevano minacciato. Cominciai a dormire sul divano. Non potevo mettere in pericolo mia moglie. Se volevano colpire me, dovevano colpire me e basta. Un giorno arrivò un tipo: ti sparo alle gambe. Gli risposi indicando il petto: qui devi mirare, altrimenti non mi fermi. Un altro giorno mi si avvicinò uno: e se sparo a tuo figlio? Lo guardai: ti ammazzo. Ci provino a toccare la mia famiglia… Però un malavitoso di Bari vecchia venne a stringermi la mano: bravo, hai fatto bene. Non tutti sono d’accordo con chi devasta la natura». Il pazzo e l’innocente si sovrappongono in quest’uomo dolce al quale Legambiente ha attribuito nel 2013 il premio ambientalista dell’anno e Catania, nel 2014, il premio LivatinoSaetta, intitolato a due magistrati uccisi dalla mafia. «Ne sono stato felice, ma di più quando i ragazzi di una scuola media di Mola di Bari mi hanno invitato regalandomi un libro di fiabe. Una era dedicata a me». Aperta e chiusa, riaperta e richiusa nel corso degli anni e sempre oggetto di proteste degli abitanti dei comuni del sud-barese, la discarica è stata la sua vita «per ventisei anni, diciotto ore al giorno» e un tormento quotidiano. «Un giornalista mi chiese: ma quando si esaurisce? Gli risposi: fra tre mesi. Dopo tre mesi tornò: si è esaurita la discarica? Fra tre mesi, dissi. Ma non mi avevi detto tre mesi già tre mesi fa? E io: non hai capito come funziona?». Al di là della discarica ufficiale – racconta Lestingi – ogni terreno poteva essere una discarica. «Quando avanzava qualche tonnellata di rifiuti e non sapevamo dove metterli si scavava dovunque. Vedi quegli ulivi? Sotto ci sono i rifiuti. Vedi il vigneto? Anche lì sotto ci sono. E dove si coltivano gli ortaggi? Pure lì. Senza contare i pozzi attraverso i quali spariva il percolato, i liquami». In quella vecchia cava diventata discarica Domenico Lestingi entrò nel 1981. «Ma allora era una cava di terra. Lavoravo con l’escavatore, sempre questo ho fatto nella vita. Fino a trenta metri di profondità c’era terra, la rivendevamo ai contadini. Ricordo i fossili sulle pareti della cava, le conchiglie. Dopo i trenta metri cominciava la roccia. Alla metà degli anni Ottanta la cava era esaurita. Fu venduta, i Lombardi comprarono e divenne una discarica. Mi assunsero nel 1989».

La storia parte da lì. «Cominciarono ad arrivare rifiuti di ogni tipo. Rifiuti ospedalieri, fanghi industriali, amianto, residui di conceria, pneumatici: 3000 tonnellate al giorno, un viavai di camion da Taranto, Brindisi, Pescara, Mantova, dalla Campania, da Firenze, Prato, probabilmente dall’estero. Lavoravamo tutto il giorno, eravamo una quarantina. Arrivava sui camion una polvere strana, non ho mai capito cosa fosse: giallo-verde, più sottile della farina, quasi gassosa, non pesava nulla, spariva quando la benna la raccoglieva. Per interrarla dovevamo mescolarla con i fanghi industriali. Denunciai, nel 1998. Ho sempre denunciato, e non solo io. Anche Vito Perrino, mio ex collega». Domenico pare perfino sorpreso da quanto racconta, a distanza di anni gli pare tutto più grave di allora. «Nel 2004 arrivò da Acquaviva un camion carico di provette, il cingolo dell’escavatore si sporcò di sangue, un collega ebbe un malore». Poi capitò di notte un camion proveniente dalla Campania. «Mi telefonò Paolo Lombardi: sta arrivando un camion. L’autista non mi disse cosa avesse nel carico. Non gli permisi di scaricare. Stette lì fino al mattino». Non poteva durare. Nel 2012, disoccupato, senza stipendio e senza liquidazione, Lestingi rimase con la moglie Angela, i due figli universitari e le bollette. La sua casa era finita all’asta ed Equitalia lo inseguiva. «Ho risolto quasi tutto. Mi restano dieci mesi di debiti da pagare e la casa sono riuscito a ricomprarmela grazie a Nicola». Nicola è Nicola Lorusso, imprenditore agricolo. Lo ha assunto. «Mi disse: vieni a lavorare con me. Gli sono grato. Mi ha fatto un regalo grande». Domenico si è rimesso sull’escavatore. «Spietro, sterro, ma per dissodare i campi, facciamo agricoltura biologica. L’inquinamento qui non c’è. Siamo cento metri più in alto della discarica, il percolato inquina ciò che sta sotto; noi stiamo sopra. Sono fortunato. Nella discarica era tutto grigio, c’era una puzza insopportabile. Centinaia di gabbiani d’inverno, milioni di mosche d’estate. Qui ci sono i falchi, i ricci, le volpi. Ho riassaporato gli odori, il profumo dei ciliegi, dei mandorli, ogni stagione ha i suoi colori». Domenico racconta e beve una birra in un circolo di Conversano insieme a Gianni Volpe, l’amico che lo aiuta e archivia foto, documenti, video; il sorriso nasconde la malinconia dei suoi occhi. Ieri, ai funerali della madre, era sereno. «Non piango più per il dolore. Piango per la gioia. I bambini mi emozionano». Il 16 febbraio udienza preliminare del caso-Lombardi. Lestingi è il testimone-accusatore. Che cosa si aspetta dal processo? «Niente, non mi aspetto niente. Che cosa vuoi che succeda? Perché, a Casale Monferrato, duemila morti per l’amianto, è successo qualcosa?».

Corriere del Mezzogiorno-Corriere della Sera, 28 gennaio 2015

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...