Generoso, creativo, infaticabile: chi era davvero il mio amico Stefano D’Orazio, batterista e anima dei Pooh

Scomparso il 6 novembre 2020, Stefano D’Orazio avrebbe festeggiato oggi il suo onomastico. Batterista e trascinatore dei Pooh, D’Orazio ha legato il suo nome ai grandi successi di un gruppo storico della musica italiana. Lo ricorda qui di seguito uno dei suoi amici (e mio amico), Claudio Frascella. Giornalista e conduttore radiofonico per quarant’anni, dal 1976 al 2016, Claudio, tarantino, è stato uno dei pionieri delle radio private italiane. In due tournée, agli inizi degli anni Ottanta, ha seguito i Pooh, ai quali è rimasto sempre – professionalmente e umanamente – molto legato. Gli sono grato per quest’articolo.

Claudio Frascella e Stefano D’Orazio

di CLAUDIO FRASCELLA

Oggi è santo Stefano, amico mio. Ovunque tu sia, ti giunga affettuoso il mio saluto.

Stefano D’Orazio dallo scorso novembre non c’è più; di lui, come per i grandi artisti, per fortuna, restano le opere. Quelle con i Pooh, per i quali ha scritto testi straordinari, alternandosi nella stesura di piccoli-grandi capolavori con Valerio Negrini, anche lui volato nel cielo blu, sopra le nuvole. In questi giorni di festa, mesti per mille ragioni, ho anche mutuato un passaggio di uno dei suoi testi più belli. Un po’ per fare auguri diversi dai soliti, citando la fonte come è giusto che sia, un po’ per suggerire una riflessione: «E non serve che sia Natale per scoprire di avere un cuore». 

Stefano era così. Tanto sorridente, talvolta “cazzaro”, fuori dagli schemi, quanto serio e irreprensibile quando si dedicava al lavoro. Qualcuno ha detto di lui: «Non era romano, sembrava un milanese tanto era puntuale». Doveva essere un complimento, ma non lo era perché D’Orazio, era orgogliosamente romano; e poi ci sono romani, tanti, che lavorano da matti e sono più puntuali di quanti stanno al Nord. Stefano era la dimostrazione di come si possa faticare con il sorriso sulle labbra. Ecco, questo hanno di bello i romani: quando lavorano, anche sottoposti a fatica, sanno sorridere, e credo che questo aspetto sia un vantaggio.

Una telefonata in un Ferragosto di qualche anno fa. Lui, in auto, da solo, in viaggio verso Milano. Stemmo al telefono praticamente da un casello all’altro. «Nun me di’ che stai a lavora’… dai, nun stai a fa’ ‘ncazzo!». Ecco, tanto per cominciare. «Devi accompagnarmi da un tratto all’altro, così riprendiamo uno degli argomenti di cui stavamo parlando giorni fa…». Irresistibile, Stefano lo avevo conosciuto nel ’73, all’uscita del teatro Alfieri di Taranto. Doppio concerto dei Pooh, pomeriggio e sera, tutto esaurito. Da allora non ci perdemmo più di vista. Dunque, Ferragosto, autostrada. Il giorno dopo doveva essere a Milano per discutere il rinnovo del contratto dei Pooh con discografici e agenti di spettacolo. Non era solo il musicista ad improvvisare, il guizzo gli balenava anche nel privato e ci metteva un amen a realizzare il suo proposito, qualunque esso fosse. Questo uno dei tanti aspetti del grande batterista che insieme con Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian aveva fatto di uno dei tanti complessi di cinquant’anni fa la formazione musicale italiana più amata in assoluto.  

I Pooh e Claudio Frascella nel 1996

Aneddoti a non finire. Molti, in queste settimane, sono stati ricordati in tv, in radio, sulla stampa. Posso citarne, però, qualcuno anche personale. Il “Pooh Book”, per esempio, pubblicato in due segmenti fra il ’93 e il ’95. Una collezione di sei cd con allegati due libretti grandi quanto il cofanetto: il primo, con testi e foto dal ’71 in poi; l’altro, più sottile, dal ’66 al ’70. «Frascella – un classico, chiamava gli amici per cognome, cameratescamente – devi aiutarmi: devo ricostruire la storia dei Pooh di quando io non ero ancora con loro: mi credi se ti dicessi, che hanno conservato più niente che poco dei tempi di Quello che non saiNel buio e Brennero 66? E Goodbye Madama Butterfly e Piccola Katy? ‘N disastro!».

Gli promisi che gli avrei fatto fotografare la prima cartolina originale dei Pooh, un bianco e nero con Bob Gillot, tastierista sostituito subito da Roby Facchinetti, poi le copertine dei 45 giri dell’epoca in mio possesso, tutte tirate a lucido. «Non se ne parla: ieri è già…tardi. Ti mando un corriere superveloce, intanto impacchettami tutto, domani il materiale deve essere qui, lo faccio fotografare in agenzia!». Punto. Era un romano-romano: «Quando si scherza, si scherza…».

Sorpresa. Prima di Natale, una strenna. Due in una: custodia e primi quattro cd, con allegato il primo libretto; in ultima pagina, un riquadro tutto per me: «Un grazie particolare a…». Stefano era così. Non dimenticava nulla. Me lo immaginavo, preso da mille cose, la selezione delle canzoni, la creazione del cofanetto, i testi, la grafica, le foto, le telefonate, le accelerazioni per avere il prodotto finito «entro e non oltre…» e ad un certo punto, «Non dimentichiamoci di Frascella in “ultima”, s’o merita!». Così mi disse quando lo chiamai per ringraziarlo del regalo. «Te lo meritavi: non immagini quanto siano state preziose copertine e foto, tenute come fossero nuove…».

Stefano D’Orazio

Altro aneddoto. Quando arrivava sul luogo del concerto, Stefano faceva una prima ricognizione fra palco e quinte. Poi, alla prima pausa, ti veniva incontro, il suo braccio destro sulla spalla destra e «come stai?». Quella volta, non so perché, mi venne da dire, anch’io chiamandolo per cognome, «D’Orazio, adesso bene, però sapessi, un calcoletto ai reni quanto fastidio mi ha dato: un anno fra dolori lancinanti e iniezioni…». E lui: «Non me ne parlare, anche io ne ho avuto uno: una delle cose più devastanti che abbia accusato nella mia vita, neppure paragonabile alle iniezioni che mi facevano per alleggerire i dolori ad una spalla a causa di una caduta: ma dovevo suonare per quasi tre ore, the show must go on e così mi toccava». Il problema, doloroso e imbarazzante allo stesso tempo, lo aveva risolto casualmente. «Non ce la facevo più, sembrava che mi fossi ripreso, invece, d’improvviso, dolori incredibili, simili a quelli del parto mi dicono: mai stato incinto, ma non ho difficoltà a credere che siano “cavoli”…». 

Entrò nei dettagli. Concerto in Vaticano, l’incontro con Giovanni Paolo II. «A me e ai miei compagni il Santo Padre disse che tutte le mattine ascoltava Risveglio: gli piaceva quel nostro brano e, per quanto possa sembrare strano, conosceva anche altro della nostra attività…». Al papa, molto attento, non sfuggì un’espressione sofferta di Stefano. «E’ stanco?», gli chiese Sua Santità. «Ha un’espressione che nasconde qualcosa, il vostro lavoro deve essere massacrante…».  E lui, il batterista: «Detto che, per quanto ne sappia, anche fare il Papa non deve essere un mestiere facile, va tutto bene…». Ma visto che c’era, «…in effetti, Santità, ho un calcolo che mi perseguita e mi provoca dolori atroci, vengo da notti insonni, ecco la stanchezza, così faccio ricorso a iniezioni su iniezioni e quando meno me lo aspetto, vengo assalito da fitte lancinanti: a qualsiasi ora, anche prima dei concerti…». Non aveva completato il discorso che Giovanni Paolo II fece un cenno al suo segretario: «Dovremmo avere un preparato ad hoc nella dispensa dei medicinali, diamolo al maestro che ne ha tanto bisogno…». 

I Pooh con Giovanni Paolo II nel 2002

Stefano raccontò l’esito di quelle «poche gocce» che di punto in bianco gli risolsero il problema, risollevandolo da quei dolori insopportabili. «Nel giro di un giorno, vidi i benefici di quel medicamento: espulsi il calcolo, risollevandomi all’istante; ero così entusiasta che chiusi quel fastidiosissimo “sassolino” in un piccolo contenitore trasparente: la sera lo portai con me, a casa di amici a cena, per mostrarlo come se avessi compiuto chissà quale impresa; il medicinale che mi aveva consigliato il papa, era stato una mano santa…». 

Quando narrava una qualsiasi storia, Stefano aveva il dono di riuscire a chiudere il racconto con una battuta folgorante. Così non mi meravigliarono i successi registrati da solista con i suoi libri e i suoi musical, portati in cima alle classifiche di vendita e presenze. Dal 1964, per dirne una, dai tempi cioè del Rugantino di Garinei e Giovannini, nessun altro musical italiano era stato rappresentato a Broadway: il suo Pinocchio era riuscito nell’impresa.

Alla notizia, lo chiamai per complimentarmi. «…Grazie! Sono in studio, sto preparando una sorpresa ai ragazzi per quando torneranno dagli Stati Uniti», rispose. Chiusi subito. Anche in quella circostanza, Stefano si era mostrato amico e professionale al tempo stesso. Avrebbe potuto sorvolare, non rispondere al cellulare, impegnatissimo com’era, invece lo aveva fatto nonostante il momento concitato. Non era da tutti. Nel frattempo aveva custodito quel segreto svelato solo piùavanti. Quel giorno aveva cominciato a confezionare documentari personalizzati da regalare a ciascun attore del cast. «Un’attenzione che non ha prezzo», mi confessò più avanti Manuel Frattini, star del musical. In mezzo a tutto questo il provino di Silvia Di Stefano, sua figlia “Picci”, selezionata ad insaputa di D’Orazio, volato a Pantelleria con Tiziana Giardoni, sua futura moglie, per evitare richieste di raccomandazioni da chiunque queste venissero. Silvia era entrata nel cast, aveva assunto un nome d’arte in omaggio al suo papà. Stefano prima si infuriò, poi vide la sua ragazza sul palco mentre recitava, ballava e cantava e, a suo modo, le chiese scusa. 

Stefano D’Orazio

Infine, ma non ultimo episodio, la dichiarazione di matrimonio in diretta televisiva, durante un programma di Carlo Conti. Tiziana, spiazzata e commossa. Ero riuscito a registrare al volo quell’inatteso gesto d’amore, girato subito sul cellulare della futura signora D’Orazio. Quel file, in breve, avrebbe fatto il giro fra amici e parenti. Stefano aveva compiuto un altro colpo di teatro. Come la sua uscita di scena, l’unica cosa che affettuosamente non potrò mai perdonargli. Lui, che di cose, come ripeteva, «da dire e da dare» ne aveva ancora tante. Un giorno, non so come, mi chiese se ci fossimo mai fatti una foto insieme. Ce l’avevo con i Pooh, ma con lui, da solo, no. Rimediammo una sera a Palagianello, mentre “Picci”, nel frattempo diventata una grande coach, allestiva uno spettacolo. Fu in quell’occasione che Stefano mi raccontò la trama del suo ultimo libro che uscirà postumo. Andammo in un ristorante, nemmeno semideserto: era completamente vuoto. Uno scatto nelle cave, suggestivo teatro dello spettacolo, due al ristorante. Mai pubblicati, troppo personali. Lo faccio per la prima e unica volta. Un abbraccio, Stefano, ovunque tu sia.

2 pensieri su “Generoso, creativo, infaticabile: chi era davvero il mio amico Stefano D’Orazio, batterista e anima dei Pooh

    1. Risponde Claudio Frascella:
      Ciao, Gabriele, mi ha fatto pervenire i tuoi saluti Maurizio Morlando. Chi lo diceva che i due giovanotti che per primi avevano tentato la strada della cover-band dei Pooh, si dileguassero? Tu negli Stati Uniti, “Mau” in Russia. Da non crederci, che mondo!
      Detto questo, accetto i tuoi complimenti sinceri. Ho riportato una parte di quello che avrei potuto scrivere. Scherzi, risate a crepapelle per le sue battute, ma anche il rigore professionale con cui studiava e realizzava qualsiasi progetto legato non solo ai Pooh. Un giorno mi fece una sorpresona: “scese” da Roma per assistere al suo “W Zorro” portato in scena all’Orfeo di Taranto. Solo per il piacere di stare insieme e con gli attori del cast.
      E poi, ancora… E poi, ancora tanto. Quanto ci mancherà. Quest’anno, purtroppo, non ho trovato i suoi auguri, tanto puntuali quanto originali nella mia cassetta della posta. Confesso, infine. Qualche giorno fa ho fatto una diretta con Facchinetti. Trentacinquemila visualizzazioni! Felice, alla notizia ho preso il cellulare fra le mani e cercato il numero di Stefano… “Ma a chi chiamo?”, mi sono detto un attimo dopo. Avrei voluto raccontargli del successo della diretta su FB e parlargli di Roby. Invece, accidenti, D’Orazio non c’è più! Difficile abituarcisi.
      Ciao, Claudio

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