Giustizia e propaganda, ecco la nuova favola: con la separazione delle carriere torneranno pure i giovani emigrati. Ma intanto il governo ha negato il voto agli studenti fuori sede
di TONIO ATTINO
“Nel momento in cui la magistratura avrà riacquisito la credibilità che merita, le aziende si fideranno del nostro Paese e torneranno a investire; i giovani che vanno via perché non credono nel nostro Paese ritorneranno, perché la magistratura sarà una parte di quei tre ordini dello Stato che fanno andare bene l’Italia”.
Nella formidabile e quotidiana gara a chi la spara più grossa, il primo premio va – almeno temporaneamente – a Giusi Bartolozzi, magistrato, ex parlamentare di Forza Italia e oggi capo di gabinetto del ministro della giustizia Carlo Nordio. Durante un dibattito a Telecolor Sicilia, la dottoressa Bartolozzi ha sostenuto una delle tesi più funamboliche degli ultimi tempi, secondo la quale votare sì al referendum del 22 e 23 marzo e dunque sancire la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici (nonché la divisione del consiglio superiore della magistratura) porterà nuovamente i giovani che hanno fatto le valigie a tornare in Italia. Perché mai? Beh, semplice: torneranno le aziende, torneranno i giovani. Non ci avevamo pensato. Bisognerebbe ricordare, al braccio destro del ministro Nordio, qualche dato: per esempio che negli ultimi dieci anni oltre un milione di persone hanno lasciato l’Italia e di questi, dal 2011 al 2024 – dati Cnel – più di 630.000 sono giovani (18-34 anni). I giovani se ne vanno perché in Italia il lavoro scarseggia, c’è scarsa meritocrazia, si guadagna poco e perché la precarietà è alta. Dicono qualcosa questi concetti? I ragazzi con la valigia si dirigono preferibilmente nel Regno Unito, in Germania, in Svizzera, Francia e Spagna.
Non è giusto spiegare alla dottoressa Bartolozzi ciò che dovrebbe sapere meglio di noi, ma possiamo ricordarle che al prossimo referendum non voteranno circa cinque milioni di italiani fuori sede e, di questi, quasi seicentomila sono studenti che pure hanno votato allo scorso referendum del 2025 su lavoro e cittadinanza e alle elezioni europee del 2024, nelle quali, in grandissima parte, benché con una percentuale bassa di partecipazione, hanno votato centrosinistra. A gennaio scorso, respingendo in parlamento l’emendamento che ne avrebbe permesso l’accesso al voto, la maggioranza a sostegno del governo Meloni ha escluso gli studenti e i lavoratori fuori sede, ma anche gli ammalati costretti a emigrare per potersi curarsi. È evidente che l’area più penalizzata sia il Mezzogiorno, che conta il maggior numero di fuori sede (in testa Campania, Sicilia e Puglia).
Così, mentre si lamenta del sempre crescente astensionismo (alle Europee del 2024 ha votato meno dei 50 per cento degli aventi diritto e al referendum sul mercato del lavoro del 2025 poco più del 30) la politica fa di tutto per allontanare dalle urne i cittadini, in particolare i giovani che la dottoressa Bartolozzi dice di volere riportare in massa in Italia. La politica, in questo caso la politica di governo, sembra prediligere la comoda e meno rischiosa linea conservativa del “meno siamo, meglio stiamo”. Mentre gli schieramenti si azzuffano, dimostrando come la partita sia importante per entrambi, un pezzo rilevante d’Italia viene lasciata fuori dalla porta, bersagliata da slogan demenziali con il convincimento – non infondato – che la propaganda fasulla faccia più effetto della verità e che le parole di Cetto La Qualunque – fantastica maschera di Antonio Albanese – siano una sintesi efficace della realtà: gli italiani si bevono qualunque minchiata.

