Così Gigi Riva e i suoi fratelli fecero la rivoluzione su un campo di calcio

La storia del Cagliari dello scudetto e di Gigi Riva nel libro Il sogno di Achille di Carlo Vulpio. Un atto d’amore verso la Sardegna e una squadra operaia. Che riscattò un popolo e lo rese felice

di TONIO ATTINO

“Cagliari campione” titolò in prima pagina il Corriere dello Sport. E la Gazzetta, semplicemente: “Scudetto a Cagliari”. Nessuno fra i quotidiani sportivi italiani, il giorno dopo il trionfo, riuscì a rendere realmente la grandezza dell’impresa. Perché quella non fu una vittoria. Fu una rivoluzione.

Il 12 aprile 1970, per la prima volta nella storia, il Cagliari conquistò lo scudetto lasciandosi alle spalle Inter, Milan e Juventus, le grandi del calcio, ma anzitutto riscattò il popolo della Sardegna, lo fece sentire più orgoglioso di quanto non fosse già. Orgoglioso di sé e dei suoi eroi. Erano solo diciassette: undici in campo, gli altri in panchina, neanche un sardo. Ai sei veneti, cioè Cera, Zignoli, Reginato, Mancini, Poli e Brugnera, si aggiungevano i quattro toscani, Albertosi, Nastasio, Niccolai e Tampucci. E poi il pugliese Martiradonna, di Bari, il brasiliano Claudio Olinto de Carvalho, detto Nenè, cresciuto nel Santos del grande Pelè, il friulano Greatti e cinque lombardi, Tomasini, Domenghini, Gori, più un ragazzo ambizioso, filiforme, musone. Nato a Leggiuno, vicino a Varese, era così settentrionale che, arrivato a Cagliari, una sera si volse verso il mare, vide le luci all’orizzonte ed esclamò: “Ma quella è l’Africa! Qui siamo a due passi dall’Africa!”.

Avvertì all’istante una scossa sul collo e il ceffone di Sandokan, cioè di Arturo Silvestri, il suo allenatore, anticipò una domanda: “Non conosci la geografia?”. Sandokan gli spiegò che quelle erano le luci di una raffineria in costruzione e non immaginava che il ragazzo, Gigi Riva, avrebbe scelto la Sardegna come nuova patria, rifiutato le avance del Milan, della Juventus di Agnelli, dell’Inter di Moratti di cui era tifoso, facendo la rivoluzione a Cagliari, restandoci tutta la vita; e diventando uno dei più forti attaccanti del mondo, mancino, un sinistro esplosivo, “Rombo di tuono” scrisse Gianni Brera. Nell’anno dello scudetto Riva fu il capocannoniere del campionato, 21 gol in 25 partite, sopravanzò Vitali del Vicenza, il suo amico Anastasi della Juventus e segnò anche la prima delle reti con cui il Cagliari superò il Bari in casa. E conquistò lo scudetto con due giornate di anticipo. Il 12 aprile 1970.

Nel libro Il sogno di Achille scritto da Carlo Vulpio, inviato del Corriere della Sera (Chiarelettere, 272 pagine, 18 euro), c’è non soltanto il “romanzo di Gigi Riva”, idolo ed emblema di una vicenda magicamente unica; c’è la storia di quella rivoluzione, del riscatto felice e malinconico dalla povertà, di una terra che decise di adottare una squadra di amici lasciandoli lì per sempre, pronti a incontrarsi, ad abbracciarsi, e a farsi abbracciare ancora dalla gratitudine del popolo, cinquant’anni dopo. E c’è ovviamente la storia del diciottesimo del gruppo, “il filosofo” Manlio Scopigno, allenatore che già l’anno precedente aveva portato il Cagliari al secondo posto.

Ingaggiato da Andrea Arrica, vice del presidente Efisio Corrias, Scopigno perfezionò la squadra allestita da Sandokan, mise insieme un gruppo solido senza imporre ritiri, regole severe, ognuno sapeva cosa fare, non serviva il pugno di ferro con diciassette campioni. L’episodio notissimo di Scopigno che entra nella stanza in cui alcuni giocatori fumano, attraversa una nuvoletta, si siede e mette tra le labbra anche lui una sigaretta dicendo “disturbo se fumo?”, non rende l’idea sul personaggio quanto la tournée del Cagliari negli Stati Uniti, e il ricevimento nell’ambasciata italiana a Washington. Dove Scopigno ha bisogno di andare in bagno e qualcuno, in vena di scherzi, gli dice che può tranquillamente farla nel giardino, gli usi del luogo lo consentono. E il filosofo accetta la sfida e la fa in un cespuglio, come fosse la cosa più naturale del mondo pisciare nel giardino di un’ambasciata.

Le proteste portano al suo licenziamento, ma poi Scopigno tornerà; e torna per vincere uno scudetto che qui “vale come cinque scudetti a Milano”. Anche a Bologna, prima di arrivare al Cagliari e dopo sei anni trascorsi a Vicenza, venne licenziato sbrigativamente e la società, con lo scarso garbo adoperato spesso in un mondo di ricchi zoticoni, delegò un fattorino a consegnargli la lettera di licenziamento. Scopigno lesse imperturbabile, sollevò la testa e disse: “Riferisca al presidente che in questa lettera ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato”. Il fattorino non rinunciò a chiedergli che cosa avrebbe fatto se lo avessero richiamato: “Ci torna a Bologna?”. E Scopigno, con nonchalance: “Certo, come no. Con un aereo da bombardamento”. A Cagliari invece Scopigno torna e contribuisce al fantastico “romanzo di Gigi Riva” e di un squadra operaia fatta di veneti, toscani, pugliesi, friulani, lombardi, brasiliani diventati sardi, adottati da una terra che consideravano lontana e invece è la loro terra.

Manlio Scopigno

La vita di Luigi Riva – il romanzo di Gigi Riva – sta in due frasi, le prime del bel libro di Vulpio: “La prima cosa che capì da bambino fu che erano poveri. Non riuscì mai a dimenticarlo”. Nel dopoguerra, in una famiglia con quattro figli, lui e tre sorelle, bisognava arrangiarsi. Si mangia solo polenta e un giorno Luigi chiede perché. “Quando potremo permettercelo compreremo cose più buone, ma anche la polenta è buona e ti fa bene” risponde Edis, la mamma. Luigi ha il mito di Coppi, ama l’Inter in cui gioca lo svedese Skoglund, gioca a pallone all’oratorio. Sogna, come tutti i ragazzini, e quando chiuderà gli occhi sdraiato sulla riva del lago sognerà ancora. Ci pensa anni dopo guardando “Il sogno di Achille”, il dipinto realizzato da Alberto Savinio nel 1929, osserva l’eroe di Omero disteso su una spiaggia mentre guarda il mare e delle strane figure nel cielo. Ne resta ipnotizzato, c’è lì dentro la malinconia dell’eroe, e molto della sua vita e della sua infanzia terribile.

A 9 anni Luigi perde il papà Ugo, due anni dopo la sorella Candida. A 11 anni, Luigi, è già adulto. Gli tocca il collegio, ma ha solo voglia di fuggire. A diciassette anni muore la mamma, Edis, uccisa da un tumore. La sorella Lucia è incinta, l’altra sorella, Fausta, ha avuto un incidente, non può muoversi. Così Luigi sarà da solo ai funerali. Lui solo dietro la bara della mamma. L’insonnia che lo accompagna da sempre è l’eredità della sua gioventù senza gioia. Il calcio lo porta in alto. Benché a Cagliari pensi di starci solo un anno, diventa la sua terra. I sardi lo amano, lo rispettano, lui ricambia, scopre ogni angolo, sfreccia in auto, guarda il mare, i nuraghi, rifiuta una montagna di soldi dalle grandi squadre, ha un carattere di ferro, supera due infortuni gravi.

L’arbitro Concetto Lo Bello
Lo Bello e Riva

Con i suoi fratelli del Cagliari, nel 1970, riesce nel progetto sostanzialmente sovversivo di superare, partendo da un’isola dimenticata, tutti gli avversari, e anche gli arbitri e i guardalinee. Il 14 dicembre 1969 Scopigno conquista una squalifica a sedici giornate per avere rivolto “frasi irriguardose” al guardalinee durante Palermo-Cagliari, dopo l’annullamento di un gol a Riva per fuorigioco di Martiradonna. Affinché sia chiaro, Scopigno ripete più volte “stronzo, smettila di sventolare quella bandierina e ficcatela nel culo”. Il 15 marzo 1970, ventiquattresima giornata del campionato, partita Juventus-Cagliari, Riva affronta di petto l’arbitro Concetto Lo Bello. Sul risultato di uno a uno, Lo Bello concede un rigore alla Juve, ma Albertosi para su tiro di Haller. L’arbitro fa ripetere la battuta e questa volta Anastasi segna. Due a uno. Lo Bello è accerchiato, l’arbitro invita Riva a moderare il linguaggio, ma Gigi lo provoca: “Ti sto dicendo che sei uno stronzo, un coglione. Cos’altro devo dire per farmi buttare fuori?”. “Continua a giocare” dice Lo Bello e Pierluigi Cera capisce il messaggio. “Giocate lungo su Riva”. Così in favore del Cagliari arriva un rigore inesistente, come il precedente in favore della Juventus. Riva va sul dischetto, tira. Gol. Il dialogo finale tra i due è meraviglioso. “Te l’avevo detto di pensare a giocare, no?”. “Già. E se poi il rigore non lo segnavo?”. Gigi giocherà in Sardegna per 13 anni, fino al 1976, e con la nazionale italiana vince da protagonista il campionato europeo nel 1968 e ottiene un secondo posto ai mondiali del Messico nel 1970.

Il sogno di Achille attraversa le vicende del calcio e un pezzo di storia d’Italia, il terrorismo, la battaglia sul divorzio, lo statuto dei lavoratori, Orgosolo e il banditismo, un popolo stregato dal pallone, anche Graziano Mesina, il bandito esperto in evasioni, che patteggiò il suo arresto chiedendo in cambio di assistere alla partita, in manette; racconta la storia della Sardegna, una nazione con un dialetto che è una lingua, e la guarda dalla vita di Gigi, un eroe greco, che un giorno – era bambino – si assopì sulle rive del lago e sognò se stesso. Se cinquant’anni dopo questa storia è viva, vuol dire che non fu solo uno scudetto, un campionato vinto, ma una storia di uomini, di passioni e di orgoglio, una rivoluzione che il calcio – un tempo – poteva regalare a un popolo.

Il dipinto di Alberto Savinio

Il sogno di Achille di Alberto Savinio

DOCUMENTI VIDEO

Lo scudetto del 1970

La leggenda di Gigi Riva

Riva e la sfida con Lo Bello

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