Quando il pallone crea l’orgoglio della patria

di TONIO ATTINO

La nazionale di calcio allenata da Roberto Mancini si prepara alla finale dei campionati europei contro l’Inghilterra (domani, Londra, stadio di Wembley) accompagnata dall’entusiasmo patriottico – singolare, coinvolgente, ostentato, retoricamente pittoresco – di milioni di italiani. Non c’è da meravigliarsi. Il calcio è così. Non solo per noi, non solo oggi.

Per Pedro Arispe, difensore, la parola patria non significava nulla. Era un posto come un altro in cui spaccarsi la schiena e lui se la spaccava faticando da operaio in un impianto di refrigerazione, mentre José Nasazzi tagliava lastre di marmo, Perucho (Pierino) Petrone vendeva verdura, Pedro Cea distribuiva ghiaccio e José Leandro Andrade, suonatore al carnevale, lavorava come lustrascarpe. 

Ventenni o poco più, erano nella squadra di calcio che nel 1924 partecipò alle Olimpiadi di Parigi e arrivò in Europa con biglietti di terza classe, dormendo su sedili di legno e giocando troppe partite di fila per conquistarsi qualcosa da mangiare. 

Il turno di qualificazione si giocò in Spagna e, prima dell’incontro contro la Jugoslavia, gli avversari inviarono alcune spie all’allenamento per capire come fosse questa squadra di cui non si sapeva niente, la prima formazione latinoamericana mai arrivata in Europa; e loro – cioè Pedro, José, Pierino e tutti gli altri – si accorsero degli infiltrati e recitarono la parte delle schiappe. Si scontravano tra di loro, scivolavano buffamente e, quando riuscivano a toccarlo, calciavano il pallone alle stelle. «Poveri ragazzi» riferirono le spie, un po’ intenerite da quello spettacolo. Finì che la Jugoslavia perse sette a zero e l’Uruguay vinse tutti gli incontri. Ecco chi erano quegli sconosciuti senza storia, che medicavano i lividi con acqua e sale, impacchi di aceto e bevevano qualche bicchiere di vino. Non guadagnavano un centesimo, ma erano felici di esserci. Ci fu, a seguirli, una folla crescente, interessata a scoprire come fosse davvero quel gioco del calcio mai visto prima, ricco di passaggi corti, cambi di ritmo, finte e virtuosismi, del tutto contrario ai dettami della scuola inglese, passaggi lunghi e palla alta. 

L’Uruguay trionfa alle Olimpiadi di Parigi nel 1924

L’Uruguay vinse le Olimpiadi di Parigi e Pedro Arispe, per il quale la parola patria non significava nulla, sentì il cuore scoppiare quando la bandiera uruguagia fu issata sul pennone più alto, al di sopra di tutte le altre. Quattro anni dopo l’Uruguay vinse le Olimpiadi di Amsterdam e Atilio Narancio, il dirigente che nel 1924 aveva ipotecato la casa per pagare i biglietti dell’aereo alla squadra, disse orgoglioso: «Non siamo più quel piccolo punto sulla carta geografica del mondo». L’Uruguay cominciò finalmente a esistere; ancora di più quando vinse i Mondiali del 1930 e del 1950. Avevano contribuito a crearla anche i nostri emigranti, i quali tra metà Ottocento e la prima del Novecento, percorrendo undicimila chilometri, cominciarono ad affollare, rendendola un po’ nostra, nei cognomi e nell’indole, questa terra in cui il quaranta per cento della popolazione è di origine italiana.

La storia di Pedro Arispe e dei suoi compagni, rubata alla penna formidabile del grande Eduardo Galeano, scrittore uruguagio scomparso nel 2015, spiega in pochissimo che cos’è il calcio e perché noi potremmo fare tranquillamente a meno di domandarci, alla vigilia della finale degli Europei tra Italia e Inghilterra, che cosa ci aspetti. «Ogni volta che gioca la squadra nazionale, chiunque sia l’avversario, si ferma il respiro del Paese, tacciono i politici, i cantori e i ciarlatani da fiera, gli amanti frenano i loro amori e le mosche interrompono il volo». Vale in Uruguay e, con qualche aggiustamento a vostra scelta, vale anche qui da noi.

Eduardo Galeano

Il calcio è così, nonostante tutto. Benché la finanziarizzazione abbia comportato «un triste viaggio dal piacere al dovere», in cui «a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo», Eduardo Galeano si aspetterebbe adesso – e noi anche – il colpo di scena, irrazionale, sensazionale e la bandiera italiana sul pennone più alto. «Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e commette lo sproposito di mettere a sedere tutta la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia verso l’avventura proibita della libertà».

Sarebbe un gran bel finale, a Wembley, e qui in Italia, ma anche undicimila chilometri più a sud del nostro sud, dove il calcio e la patria sono sinonimi, ma non tutti i giorni.

La Gazzetta del Mezzogiorno, 10 luglio 2021

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