Lavoro e cittadinanza, perché l’8 e 9 maggio è giusto andare a votare
di TONIO ATTINO
“La vostra generazione ha danneggiato la nostra”. Spesso i giovani accusano gli ex giovani di avere vissuto nelle mollezze e dilapidato i frutti privilegiati di un mercato del lavoro generoso, lasciando infine a loro soltanto incertezze e precarietà. Con i limiti di ogni generalizzazione, hanno un po’ di ragione.
Ora però, oltre che lagnarsi legittimamente, i giovani dovrebbero cominciare a mordere, a farsi sentire. I referendum dell’8 e 9 giugno possono segnare una piccola inversione di tendenza con l’abolizione di alcune norme che, rendendo precario il lavoro, hanno peggiorato la loro esistenza. Lo faranno? Da ex giovane e da super tifoso dei giovani attuali (sono mediamente più bravi di noi), spero tanto di sì. Non si tratta di andare a votare un volto oppure un altro, ma di provare a smantellare un sistema che, con il miraggio di liberalizzare e dare più opportunità, ha solo regalato incertezze e nessuna opportunità, finendo per difendere i forti a danno dei deboli.
Ho chiesto a un trentenne se andrà a votare e mi ha risposto che lui non vota mai: perché farlo? Ha rimandato allusivamente ai politici tronfi e deludenti che, a destra e sinistra, non sono meritevoli di grande fiducia. Poi ho fatto la stessa domanda a un ragazzo di diciotto anni. Mi ha guardato sbigottito. Evidentemente la domanda era pressoché incomprensibile. A loro e a tutti gli altri vorrei dire: stavolta non voteremo un politico, non assegneremo alcuna poltrona. Dobbiamo solo dire se ci piace oppure no questo sistema oppure se è il caso di cambiarlo. Vogliamo provarci?
Un giovane lavoratore (photo by Pixabay)
L’8 e il 9 giugno si voterà (in quattro referendum su cinque) per cancellare norme che hanno modificato le regole sul mercato del lavoro, rendendolo meno garantito e più precario, mentre il quinto riguarda la legislazione che consente di prendere la cittadinanza italiana. In coda a questo breve commento troverete uno schema sui cinque quesiti referendari, ai quali bisognerebbe votare Sì se si vuole cambiare (ai referendum si vota Sì per abrogare, cioè cancellare la norma esistente, si vota No per lasciarla in vita).
Se proprio non avete voglia di partecipare alle consultazioni, riflettete sul fatto che moltissimi politici non vogliono che votiate. Il motivo è semplice. Se non va ai seggi la metà piu uno degli aventi diritto il referendum è nullo, cioè non succede niente e il mercato del lavoro resta così come è: perfettamente su misura per i forti e dannoso per i deboli.
Cari ragazzi, avete il diritto (e il dovere) di sbatterci in faccia quello che non vi va, ma anche il diritto (e il dovere) di fare qualcosa.
CHE COSA CAMBIA SE SI VOTA SI’
Il PRIMO dei quattro referendum sul lavoro chiede l’abrogazione della disciplina sui licenziamenti del contratto a tutele crescenti del Jobs Act. Nelle imprese con più di 15 dipendenti, le lavoratrici e i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 in poi non possono rientrare nel loro posto di lavoro dopo un licenziamento illegittimo. Sono oltre 3 milioni e 500mila ad oggi e aumenteranno nei prossimi anni le lavoratrici e i lavoratori penalizzati da una legge che impedisce il reintegro anche nel caso in cui la/il giudice dichiari ingiusta e infondata l’interruzione del rapporto. Abroghiamo questa norma, diamo uno stop ai licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo.
Il SECONDO quesito riguarda la cancellazione del tetto all’indennità nei licenziamenti nelle piccole imprese. In quelle con meno di 16 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo oggi una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento, anche qualora una/un giudice reputi infondata l’interruzione del rapporto. Questa è una condizione che tiene le/i dipendenti delle piccole imprese (circa 3 milioni e 700mila) in uno stato di forte soggezione. Obiettivo è innalzare le tutele di chi lavora, cancellando il limite massimo di sei mensilità all’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato affinché sia la/il giudice a determinare il giusto risarcimento senza alcun limite.
Il TERZO quesito referendario punta all’eliminazione di alcune norme sull’utilizzo dei contratti a termine per ridurre la piaga del precariato. In Italia circa 2 milioni e 300 mila persone hanno contratti di lavoro a tempo determinato. I rapporti a termine possono oggi essere instaurati fino a 12 mesi senza alcuna ragione oggettiva che giustifichi il lavoro temporaneo. Rendiamo il lavoro più stabile. Ripristiniamo l’obbligo di causali per il ricorso ai contratti a tempo determinato.
Il QUARTO quesito interviene in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Arrivano fino a 500mila, in Italia, le denunce annuali di infortunio sul lavoro. Quasi 1000 i morti, che vuol dire che in Italia ogni giorno tre lavoratrici o lavoratori muoiono sul lavoro. Modifichiamo le norme attuali, che impediscono in caso di infortunio negli appalti di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Cambiamo le leggi che favoriscono il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche. Abrogare le norme in essere ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente significa garantire maggiore sicurezza sul lavoro.
Il QUINTO referendum abrogativo propone di dimezzare da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana, ripristinando un requisito introdotto nel 1865 e rimasto invariato fino al 1992. Nel dettaglio si va a modificare l’articolo 9 della legge n. 91/1992 con cui si è innalzato il termine di soggiorno legale ininterrotto in Italia ai fini della presentazione della domanda di concessione della cittadinanza da parte dei maggiorenni. Il referendum sulla Cittadinanza Italiana non va a modificare gli altri requisiti richiesti per ottenere la cittadinanza quali: la conoscenza della lingua italiana, il possesso negli ultimi anni di un consistente reddito, l’incensuratezza penale, l’ottemperanza agli obblighi tributari, l’assenza di cause ostative collegate alla sicurezza della Repubblica. Questa modifica costituisce una conquista decisiva per circa 2 milioni e 500mila cittadine e cittadini di origine straniera che nel nostro Paese nascono, crescono, abitano, studiano e lavorano. Allineiamo l’Italia ai maggiori Paesi Europei, che hanno già compreso come promuovere diritti, tutele e opportunità garantisca ricchezza e crescita per l’intero Paese.
(le schede sui cinque quesiti referendari sono tratte dal sito del comitato promotore dei referendum)
Vado a votare ma non ritiro la scheda, è una delle opzioni
Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei ministri
Ritengo che lo strumento dei referendum non sia adeguato a risolvere i problemi del lavoro
Daniela Fumarola, segretario nazionale della Cisl
Farò propaganda affinché la gente se ne stia a casa
Ignazio La Russa, presidente del Senato
È una scelta libera: non è obbligatorio andare a votare. È una scelta di non votare al referendum, non è illiberale
Antonio Tajani (Forza Italia), vice presidente del Consiglio
Non credo che andrò a votare, non ho mai partecipato ai Congressi della sinistra.
Giovanni Donzelli, Fratelli d’Italia, responsabile organizzazione
La nostra linea è quella dell’astensione. Non è certo un segnale di disimpegno, anzi: è il massimo dell’impegno. Puntiamo a fare in modo che non si raggiunga il quorum.