Qui cominciò l’avventura di Oronzo Pugliese, mago irresistibile di un calcio romantico

Ventinove anni fa, l’11 marzo del 1990, a Turi (Bari), moriva Oronzo Pugliese. Un mese dopo, il 5 aprile, avrebbe compiuto 80 anni. Partito dalla provincia, divenne uno degli allenatori di calcio più famosi degli anni Cinquanta e Sessanta. Allenò Siena, Foggia, Roma, Bologna, Bari e Fiorentina e riuscì a sconfiggere “il mago” dell’Inter: Helenio Herrera. Pittoresco, scoppiettante, appassionato, Pugliese esibiva il suo dialetto ed era un grande motivatore. Un mito di un calcio romantico. Ispirò un personaggio cinematografico, Oronzo Canà, interpretato dall’attore pugliese Lino Banfi.  Ecco la storia di Oronzo Pugliese in un articolo pubblicato il 2 gennaio 2008, pochi giorni prima della presentazione del film “L’allenatore nel pallone 2”.

Oronzo Pugliese e Helenio Herrera

di TONIO ATTINO

Tu ti sté/io mi stoche/me la cerchi/ non te la doche». Quando Fabio Capello tornerà in campo e darà direttive alla sua Inghilterra in perfetto inglese, pensi per un attimo al suo maestro che dava lezioni di calcio in perfetto barese. Si chiamava Oronzo Pugliese. In panchina era un mago: «il mago di Turi». Morto nel 1990, Pugliese ha ispirato Lino Banfi: l’attore porterà nei cinema l’11 gennaio «L’allenatore nel pallone 2» interpretando Oronzo Canà, «mister» passionale e sconclusionato. Dietro Canà c’è – in chiave comica – Oronzo Pugliese. Pirotecnico motivatore di squadre spesso modeste e fenomeno del calcio anni Sessanta, Pugliese ebbe una storia più cinematografica di un film. Fu un mito. 

Ma se oggi Totti, Gattuso, Toni, Buffon, Del Piero, Materazzi, cioè i calciatori ingaggiati nel cast del film volessero approfondire facendo un giro a Turi, 11.400 anime, troverebbero poche tracce del mago. C’è una strada che porta allo stadio intitolata a lui: «Via Oronzo Pugliese, allenatore di calcio». C’è l’amico barista Santino Iacovazzi: «Mi ricordo Oronzo negli spogliatoi della Fiorentina. Chiamò De Sisti e sbattè il portafoglio sulla lettiga. Dite che sono tirchio? Qui dentro ci sono 200mila lire. Se vincete sono vostre. Gli chiesi poi: Ronzino, e se vincono? E lui ridendo: e chi glieli dà». C’è il portalettere in pensione Cesare Cancellieri. Presidente del «circolo biancorosso Oronzo Pugliese», club di supporter del Bari che conta ormai un solo iscritto (se stesso), tifa ancora per don Oronzo. E ci sono pochi vecchi tifosi. Augusto Susca, dipendente comunale, mostra una vecchia foto. Peppino De Novellis, medico e assessore, ricorda quanto fosse parsimonioso: «Mio padre faceva il falegname e dopo la guerra doveva vendere un armadio a Pugliese. La trattativa durò tre giorni». Ammette però: «Questa terra non è stata generosa con Oronzo». 

Orgoglioso, tenace e teatrale, Pugliese caricava i suoi calciatori come nessun altro. «Era un po’ il Nereo Rocco del Sud. Rocco parlava triestino, mio padre barese» ricorda Matteo Pugliese, secondogenito di don Oronzo. Il mago di Turi entrava in campo in giacca e cravatta, poi restava in camicia, strapazzava la giacca e infilava con scatto da centometrista la fascia laterale per incitare l’ala. Prima della partita – raccontano in paese, ma è più leggenda che storia – si riempiva le tasche di sale e lo spargeva accanto alla panchina affidando a qualcuno dei suoi il compito di gettarne una manciata dietro la porta. Era la terapia anti malocchio. «Ronzino, ma perché ti fissi con queste sciocchezze?» gli chiedevano gli amici. «Quanto costa un pacco di sale?» rispondeva lui. Era l’unica spesa folle che si permetteva. Al bar Iacovazzi di Turi ancora lo ricordano: «Entrava e diceva: chi mi offre un caffè?». 

Calciatore ordinario, fu allenatore tutt’altro che anonimo. Nel 1958-59 portò il Siena a un passo dalla serie B, poi modellò il suo capolavoro col Foggia (in quattro anni dalla C alla A, era il 1965), vinse il Seminatore d’Oro come migliore allenatore italiano. La tattica racchiusa nel proverbio «tu ti stai/io mi sto/me la chiedi/non te la do» funzionò la prima volta il 31 gennaio 1965. L’Inter era troppo forte per essere sfidata a viso aperto e don Oronzo spiegò furbescamente ai suoi che bisognava aspettare, guardare, studiare, senza esporsi al micidiale contropiede di Suarez e Peirò. Così il Foggia di Pugliese batté per tre a due lo squadrone dell’Inter. E quel giorno Oronzo Pugliese divenne «mago di Turi»: il mago dei poveri, alternativa contadina al mito di Helenio Herrera, il «mago» della grande Inter. Il duello durò a lungo. Fu idolo di Roma dal ‘65 al ‘68 e grande sostenitore di Capello. Nel 1967 i due si incontrarono nella Roma: Capello era una giovane promessa («un campioneeee» urlava Pugliese ai giornalisti). Allenando il Bari, fece miracoli. Una notte il difensore Pasquale Loseto, non riuscendo a dormire, uscì dalla stanza dell’albergo alla ricerca di un giornale e trovò il mister disteso nel corridoio: «Che fate don Oronzo?». E Pugliese, scattando in piedi: «Stavo facendo un po’ di flessioni». «Spiava sotto la porta delle camere per vedere se c’era la luce accesa. Qualcuno faceva tardi giocando a carte» sorride Loseto.

Nato nel 1910 in una famiglia contadina di Turi, terra di vigne e ciliegie, vi morì nel 1990 dimenticato dal calcio ma scoperto (e lui non se ne accorse) dal cinema. Un suo corregionale di Canosa, Pasquale Zagaria, cioè Lino Banfi, nel 1984 portò sullo schermo «L’allenatore nel pallone», la prima parodia di Oronzo. Banfi non conosceva neppure Pugliese: gliene parlò durante un viaggio in treno il «barone» Niels Liedholm. Chissà se vedranno, a Turi, il secondo film e se penseranno a «Ronzino». Qui poco resta, del «mago di Turi». Una strada, un aneddoto. Nient’altro, neppure Cosimino. Era un tifoso fedelissimo. Ogni domenica seguiva il mago su tutti i campi d’Italia ma, timoroso, si faceva vivo solo alla fine delle partite vinte. Pugliese un giorno lo ringraziò: «Cosimino, devi venire più spesso, mi porti fortuna. Quando ci sei tu, vinco». Era furbo, don Oronzo: vinse contro Herrera più di chiunque altro, lanciò l’uomo che sarebbe poi diventato il manager dell’Inghilterra. Eppure il pavido Cosimino lo fregò, fino all’ultima partita. 

da La Stampa, 2 gennaio 2008

Il ricordo affettuoso dell’amico Lauro Toneatto: “Avaro? Mi offrì un caffè perché il bar era chiuso”

Lauro Toneatto,
scomparso nel 2010

«Era il 1968. Andai a Turi per trovare Oronzo e, non sapendo dove abitasse, chiesi in giro: sapete dove abita Oronzo Pugliese? Mi indicarono la strada dicendo: lì, nel grattacielo. Mi guardai intorno. Il paese era fatto di case basse. Poi capii: il grattacielo era un edificio che aveva pianoterra e primo piano. Era la casa di Oronzo».

Lauro Toneatto, classe 1933, fu allievo a Siena e poi amico e collega di Oronzo Pugliese con il quale incrociò i destini calcistici. Entrambi allenatori del Foggia, poi del Bari, entrambi energici e pirotecnici in panchina. Friulano di Udine, Toneatto legò molto con l’uomo di Turi, e ai suoi calciatori più svogliati, racconta la storia del «cavallo di Pugliese».

Signor Toneatto, fuori la storia.

«Me la raccontò Oronzo. I Pugliese, famiglia di agricoltori, dopo la guerra comprarono un cavallo alla fiera del paese. Ne erano orgogliosi. Un giorno, mentre attraversava la vigna, il carretto trainato dal cavallo finì con una ruota in un avvallamento. Il carretto si fermò e il cavallo non si muoveva. Provò il fratello di Oronzo a schiodarlo, poi lo stesso Oronzo bestemmiando in barese, chit’e murt. Il cavallo, niente. Anzi, si sedette e non si mosse più. Allora Pugliese raccolse delle foglie secche, gliele mise sotto e diede fuoco. Il cavallo restò immobile, neppure il fuoco faceva effetto. Oronzo dovette spegnere il fuoco per non bruciargli i testicoli».

Che cos’altro ricorda del Mago?

«Era il 1966, per il primo anno allenavo il Bari. Pugliese, che aveva un buon rapporto col presidente De Palo, un giorno venne allo stadio per incontrarmi. Senti, mi disse, ti devo parlare. Qui non sei a Siena con giocatori di serie C. Questa è una piazza di serie A. Devi essere più elastico. Non dormii tutta la notte pensando alle parole di quel brav’uomo di Oronzo. Un mese dopo venne da me un mio calciatore, Cicogna, e mi disse: mister, lei da qualche tempo è cambiato. Gli chiesi: in meglio o in peggio? In meglio, rispose Cicogna. Ero diventato meno ruvido, più comprensivo».

Pugliese aveva fama di taccagno. Le ha mai offerto un caffè?

«A me sì, una volta, a Siena. Me lo propose. Gli dissi: andiamo al bar del presidente Nannini. Volle invece portarmi in un altro bar, ma quando arrivammo scoprimmo che era chiuso per lutto. Credo che lui lo sapesse già. Gli dissi allora: va bene, andiamo in un altro bar. E lui: ma io qui volevo offrirtelo».

da La Stampa, 2 gennaio 2008

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