1962, il miracolo italiano: quando lo Stato sfigurò Taranto e l’Italsider divenne un “dono del cielo”

“I giovani vedevano nel centro siderurgico dell’Italsider un dono del cielo…”. Quest’articolo pubblicato nel dicembre del 1962 da “Le vie d’Italia”, rivista del Touring Club, è dedicato a chi non c’era: ai giovani, a chi non immagina come fosse cinquant’anni fa la sua terra. Con un reportage del giornalista Flavio Colutta, “Le vie d’Italia” raccontò la magnifica industrializzazione di Taranto e la nascita del centro siderurgico: “grandissimo quasi immenso”, “da solo è due volte più vasto della città di Taranto”. In realtà nel 1965, quando venne inaugurato, l’Italsider era estesa su 600 ettari, ma tra gli anni Sessanta e Settanta divenne grande più del doppio: si estese cioè su 1500 ettari. Ecco il reportage. Un po’ lungo, ma vale la pena leggerlo per scoprire come, in grande parte, l’Italia raccontava quella “rivoluzione”. In coda, per chi volesse vedere le immagini, il documentario “Il pianeta acciaio”, anch’esso del 1962, con testo del grande Dino Buzzati.

Il ponte girevole, il lungomare, i giardini Peripato e l’Italsider. Le attrazioni della Taranto anni Sessanta in una vecchia cartolina

Un’ampia inchiesta sul centro siderurgico creato dalla Italsider alle porte di Taranto in aggiunta a quelli di Cornigliano, Piombino e Bagnoli. Nel nuovo immenso complesso verranno prodotti ghisa, acciaio, lamiere, nastri a caldo, laminati. Ma già oggi dallo stabilimento tarantino escono ogni anno 200 mila tonnellate di tubi saldati. Taranto a sua volta ha già preso un altro giro, suggerendo l’immagine di una città che sta uscendo da un’epoca di miseria.

La copertina di “Le vie d’Italia” del dicembre 1962

Una sera di ottobre prendemmo il treno per Taranto e arrivammo la mattina, una mattina sciroccosa, soffocante. Ci trovavamo nella più grande base navale d’Italia, la città del duplice mare. La sua situazione è straordinaria: davanti l’acqua salata del Mar Piccolo, sulla quale galleggiano le navi da guerra. I due mari sono uniti da uno stretto canale ricco di orate che porta le navi in mezzo alle case.  Un ultimo particolare: il clima è dolce, costante e umido. Da questo porto erano salpate quasi tutte le spedizioni durante la guerra del 1915-18 e poi quelle dell’ultima guerra.

Il borgo antico

Il volto esterno della città somigliava a un allegro giardino sul mare

Pur essendo al centro di una regione ricca di splendidi olivi, di quelle singolari vigne di uva bianca da tavola che sono chiamate “tendoni”, di grano e di tabacco, fino ad alcuni anni fa la sensazione di miseria era così diffusa, che in capo a qualche ora si finiva per pensare che la miseria in questa città di centonovantamila abitanti fosse la condizione normale dell’uomo. Nei vicoli della vecchia Taranto il puzzo di olio fritto era compatto come un muro. Per sfuggire al soffoco delle case anguste e buie, la gente era sempre fuori, gruppi di bambini mezzi nudi giocavano e si rincorrevano. La densità delle abitazioni era tale, che affacciandosi alle finestre una guardava nella camera o nella cucina dell’altro. Eppure, il volto esterno della città somigliava a un allegro giardino sul mare.

La prima pagina del reportage sull’Italsider di Taranto

Occorreva lavoro, e l’inizio della “risurrezione” fu inaspettato e rapido. Un giorno, il comitato tecnico consultivo dell’I.R.I. per la siderurgia mise gli occhi su questo lontano lembo di terra tutta coperta di olivi secolari che, proprio per la sua ubicazione, corrispondeva appieno – e lo vedremo meglio più avanti – alle esigenze produttive ed economiche di quel grande complesso a larga partecipazione statale che è appunto l’Italsider. E la storia incominciò. La parola storia non è troppo grossa. Qualcosa come seicento ettari furono acquistati e seguì una prima sistemazione del terreno.

Questa striscia di pianura che si distende fra Taranto e le Murge era fino a tre anni fa un mare di ulivi, grandi solidi olivi verde scuro, piantate nella terra rossa, di vigneti grigio-ruggine e di orti. La parte periferica della città si sfumava grado a grado con le sue case tozze tutte uguali, intonacate di colori smorti. La strada di Statte, col suo brandello di acquedotto romano, era come una pista quasi sempre deserta, che tagliava a mo’ di una sciabolata un mondo vuoto che apparteneva soltanto a pochi contadini, al cielo invaso dal sole e agli uccelli roteanti. Non si scorgeva traccia di vita industriale. Una terra pittoresca, sotto un certo aspetto. Piaceva ai viaggiatori inglesi della fine dell’Ottocento che si spinsero fin qui inseguendo il fantasma della classicità. George Gissing scrisse pagine bellissime ammirando il paesaggio deserto.

E’ ora l’orgoglio di Taranto, un prodigioso recinto di sei milioni di metri quadrati, pieno dell’architettura e del movimento dei vasti agglomerati industriali del nord. E’ grandissimo quasi immenso. Ad uso di chi ama i paralleli classici, ecco un ordine di grandezza: da solo è due volte più vasto della città di Taranto. Gli uomini hanno già lavorato molto, spianando e migliorando il suolo destinato ad accogliere quello che sarà uno dei centri siderurgici meglio situati nel mondo. L’immagine classica, solenne e pacata, dell’antica natura mediterranea è scomparsa. Colpo su colpo, le scavatrici hanno divelto ulivi e viti; nulla più rimane, entro il recinto dell’Italsider, della campagna greca di Taranto che ha per lungo tempo incantato scrittori e studiosi. La terra, già ondeggiante di verde, è nuda e dura sotto una luce quasi di metallo dalla quale ci si sente come indifesi.

La strage degli ulivi

Colpo su colpo, le scavatrici hanno divelto ulivi e viti; nulla più rimane, entro il recinto dell’Italsider, della campagna greca di Taranto che ha per lungo tempo incantato scrittori e studiosi. La terra, già ondeggiante di verde, è nuda e dura sotto una luce quasi di metallo dalla quale ci si sente come indifesi

Indurito il terreno, dunque, cominciarono ad innalzarsi le armature metalliche del tubificio. Uno spiazzo raccolse intorno gli edifici amministrativi e i magazzini. Nasceva il Quarto Centro Siderurgico Italsider, e cominciava alle porte di Taranto, tre chilometri a nord della città. Questa intanto continuava nella sua vita di sempre, una vita stagnante, il passeggio di via D’Aquino era sempre lento e serio, la vita si svelava un po’ triste; certo non appariva una città avviata a una vita dal ritmo sempre più moderno, come Bari, era la Taranto di sempre, una città in prevalenza impiegatizia, intimamente piccolo-borghese, carica di problemi particolari e gravissimi, sprovvista di risorse proprie. Ma non si insegna nulla a nessuno, oggi, dicendo che al di là delle apparenze, mentre l’Italsider spianava la terra, fondava stabilimenti, magazzini, costruiva linee ferroviarie, apriva strade, erano in molti a Taranto a lottare per farsi luce e ottenere un posto. I giovani vedevano nel centro siderurgico dell’Italsider un dono del cielo, in una città come la loro, dove, e lo sapevano bene, la fame autentica esiste, una fame senza difesa.

Il futuro

I giovani vedevano nel centro siderurgico dell’Italsider un dono del cielo in una città come la loro, dove, e lo sapevano bene, la fame autentica esiste, una fame senza difesa

Il 15 settembre 1961, dopo novantasette giorni dall’inizio dei lavori, il Centro di Taranto entrava nel novero delle grandi industrie produttive italiane: dal tubificio cominciavano a uscire i primi grandi cilindri di acciaio che, messi sui treni, venivano trasportati al porto per l’imbarco. 

Vi sono, è vero, lati negativi in questa trasformazione. I boschi di olivi sono stati certamente rovinati dallo sfruttamento: dove ieri erano stupende zone verdi oggi c’è il vuoto. Domani, poi, allorché il complesso sarà ultimato e i depositi di materie prime si accumuleranno in monti neri e rossi, e il porto formicolerà di grosse navi da carico di colore ferrigno e i moli di gru, sarà anche peggio. La bilancia è però, e altamente, positiva. Taranto è ormai entrata, e non certo a ritroso, nell’industrializzazione.

***

Il lato più enigmatico di ciò che siamo venuti ad osservare, è che la nascente industria si sia installata a Taranto. I motivi sono evidenti, dicono i dirigenti del Centro: il porto facilmente adattabile all’attracco di grosse navi, la vicinanza di Taranto ai mercai che si sono aperti nel Medio Oriente e nei paesi africani, infine l’impegno di favorire la politica di sviluppo industriale delle regioni meridionali. Ad onor del vero, avremmo dovuto dire subito che Taranto è la sede di uno dei maggiori arsenali della marina militare e di un cantiere di costruzioni navali, ha quindi il gruppo di operai specializzati più numerosi dell’Italia meridionale.

Ma non è ancora tutto. La sede di Taranto venne decisa anche per aumentare la produzione di acciaio nazionale. L’Italia ha camminato bene negli ultimi dieci anni nel campo dell’acciaio. Nel 1950 produsse due milioni e mezzo di tonnellate, nel 1960 otto milioni e 230 mila tonnellate: un progresso costante, al ritmo del 10 per cento all’anno. Il consumo pure ha registrato un costante incremento, volta volta che la via dell’acciaio si allungava verso il sud.

Il tubificio nel 1962 (da Le vie d’Italia)

E’ meno noto che l’italiano in sé consuma poco acciaio. In un anno un cittadino americano arriva a consumarne 620 chilogrammi. Un cittadino tedesco ne consuma 437. Un inglese 410. Un russo 225. Il cittadino italiano occupa il penultimo posto per consumo di acciaio: 181 chilogrammi, cifra inferiore soltanto a quella del cittadino indiano, che consuma appena 13 chilogrammi. Pure, l’uso di beni strumentali è in aumento, e ciò autorizza a dare come scontato un ulteriore aumento del consumo interno di acciaio.  Oggi gli studiosi prevedono, per l’anno 1965, un consumo in Italia di 12 milioni di tonnellate. L’Italsider calcola che si arriverà ai dieci. Anche le possibilità di aumentare le nostre vendite all’estero, che nel 1960 hanno toccato la bella cifra di un milione e 450 mila tonnellate, sono molte e favorevoli. Non si tratta di un affare da poco. La nostra siderurgia è quindi più sicura che mai del suo avvenire. I programmi di sviluppo dei paesi arretrati le hanno dato vita nuova, e la via dell’acciaio, passando per Taranto, porterà alla città, che il ridimensionamento della marina militare aveva condannato all’inerzia, lavoro e benessere.

Ricchezza

La via dell’acciaio, passando per Taranto, porterà alla città lavoro e benessere

Del resto, l’idea, tuttora accreditata in molti strati, che la siderurgia italiana rappresenti ancora, come vent’anni fa, un’industria artificiale, è completamente sbagliata. La guerra è stata un motore importante di trasformazione. In vent’anni tutto è cambiato, anche il mondo del ferro. L’Italia, è vero, attinge all’importazione tutto il carbone, due terzi del minerale di ferro e la metà dei rottami. Ma anche i produttori europei più grandi, i tedeschi e gli inglesi, debbono fare ricorso all’importazione d’oltremare dei minerali di ferro. Il carbone viene a costare, reso nei nostri porti, gli stessi prezzi praticati sul posto dalle miniere della Comunità Europea Carbosiderurgica. E ancora, la dislocazione dei nostri grandi impianti, tutti vicini al mare, li pone in posizione analoga a quella degli altri paesi produttori. Il che significa una maggiore economia di mercato interno ed eccellenti probabilità di partecipare alla competizione sul mercato estero.

La via dell’acciaio oggi si apre sul mare dal mare raggiunge la terra. Taranto segna una pietra miliare, la più meridionale, e ciò la porterà ad entrare a testa bassa nel vivo movimento di industrializzazione che trascina l’Italia. Ma, grazie allo stile delle sue case e all’armonia dei suoi paesaggi, essa conserverà sempre un fascino che in pochi luoghi è eguagliato.

***

Stando a Taranto è inevitabile provare il desiderio di andare a vedere questa meraviglia dell’industria di cui tutti ti parlano. D’altronde è una breve gita. Si esce di città in direzione nord, e basta percorrere 3 chilometri per raggiungerla.

Era d’ottobre; ma il sole batteva forte come da noi, Milano, in agosto. Davanti avevamo una strada bianca e diritta e, all’orizzonte, il primo gradino delle Murge. Vedemmo che circa a metà del tragitto c’era una pista per go-karts. In fondo scorgemmo il verde disegno geometrico del grande tubificio dell’Italsider.

Entrati nel recinto, sostammo in un ufficio per chiacchierare con un funzionario. E’ inutile che diciamo le nostre domande; contano di più le sue risposte, che trascriviamo con puntiglio.

“Sì, il tubificio che lei visiterà fra poco, non è che uno degli impianti che stiamo costruendo nella nostra cittadella. Produrremo tutto, qui dentro, laminati piani a caldo, lamiere, lamierini. In vicinanza del porto saranno sistemate le cokerie, gli altiforni, di fianco le acciaieria, poi ancora i laminatoi ed accanto ad essi i parchi ferroviari. Un piano grandioso. La fabbrica non sarà funzionante in tutti i reparti che nel 1965. Nessuno può avere la sensazione di quel che sta accadendo all’interno dei seicento ettari che abbiamo acquistato. Del resto, anche quando l’acciaieria sarà del tutto funzionante, i visitatori non avranno neppure allora la sensazione esatta di ciò che in realtà è uno stabilimento siderurgico delle dimensioni di questo. Un terzo apparirà alla luce del sole, due terzi invece saranno nascosti nelle viscere della terra. Gli altiforni, i laminatoi, gli impianti di pompaggio dell’acqua dal mare potranno funzionare in quanto sotto terra vi sarà tutto ciò che servirà a farli funzionare.

“La produzione annuale nel 1965 sarà di 2 milioni di tonnellate di acciaio. Ma è previsto un potenziamento degli impianti. E allora la produzione toccherà cinque, sei milioni di tonnellate di acciaio in lingotti. 

“Certo, certo, le principali materie prime arriveranno per mare. Il carbon fossile sarà prima distillato in due batterie di forni a coke, due altiforni produrranno la ghisa, un’acciaieria a carico liquido trasformerà la ghisa in acciaio. Ci saranno un laminatoio sbozzatore, un laminatoio per lamiere, un laminatoio continuo per nastri e una fonderia lingotterie. Inutile dire che l’acciaieria includerà un impianto per la produzione dell’ossigeno, una centrale termoelettrica e un’officina di manutenzione. Sarà tra le più moderne del mondo, attuale quanto il giornale che uscirà domattina.

“Bene, questo lo vedrà lei stesso: nella nostra industria sono direttamente impiegate 2000 persone, ma il fatto importante è che la nostra popolazione operaia in questa immensa area si sperde: pochi uomini, aiutati da macchine possenti, secondo il principio che non l’uomo va dal lavoro, ma il lavoro all’uomo”.

Il lavoro e l’uomo

Pochi uomini, aiutati da macchine possenti, secondo il principio che non l’uomo va dal lavoro, ma il lavoro all’uomo

Le notizie rotolavano davanti a noi con una specie di incantesimo, perché quel funzionario le diceva con leggera frenesia.
“Si, anch’io le consiglio di vedere tutte queste cose nella pratica. Vuole accomodarsi?”

Poco dopo cominciamo la lunga peregrinazione attraverso il tubificio, nel frastuono delle macchine velocissime e dei tubi in corsa, sotto gli occhi di pochi operai, fermandoci a parlare con qualcuno di essi.

Il macchinario è stato quasi tutto fornito dagli Stati Uniti. Si tratta di macchine monumentali, allineate nel capannone come per una parata surrealistica. Vi lavorano alcune centinaia di operai, e ne escono 200 mila tonnellate di tubi all’anno. Dopo aver tanto sentito descrivere questi motori industriali. Vediamone uno in azione. Il lungo capannone senza fumo è sterminato (ha una superficie di 22 mila metri quadrati). Si ha il senso di una presenza operante e nascosta. E questo senso: che i grandi tubi nascono e si compongono in movimento continuo, con un ritmo implacabile, con appositi carrelli. Scivolando, dondolando, soffermandosi, affrettandosi, essi prendono forma e si staccano, infine, con grande fracasso, sotto gli occhi di un pugno di uomini dall’aria molto compunta.

La cosa, esattamente, succede così. Prime ad arrivare sono le lamiere. Una potente gru elettromagnetica le afferra, le solleva, le porta e le cala sul convogliatore a catena. Le lastre sono fatte scivolare da uno stadio all’altro della lavorazione. È un sistema molto spettacolare. Un tecnico potrà rimanere indifferente. Ma gli sprovveduti visitatori ne sono scossi. Penzoloni ai ganci del carro ruotante i grandi fogli di acciaio sembra che siano lì lì per piombarvi sul capo. Codeste lamiere sono lunghe dodici metri, larghe da un metro e mezzo a tre metri; lo spessore va da 5 a 15 millimetri. E’ di lì, che senza fretta e con poche soste, la larva del nuovo tubo inizia la sua corsa.

Mentre la lamiera prosegue la sua strada, una rifilatrice la ritaglia lungo i bordi, rifinendola delle sbavature. Sprizzando scintille che paiono bengala, le mole piallano e smussano i bordi della lamiera preparandola per la saldatura. La rifilatrice è manovrata da un solo operaio: questi sta seduto sul pannello di comando, il “pulpito” in gergo, e non fa altro, niente altro, per tutta la giornata, tutta la settimana, tutto l’anno. Il concetto della lavorazione più o meno corrisponde a cotesto. La lamiera prosegue il cammino sul binario a cilindri, poi si indugia sotto un meccanismo che fa pensare a certe sorprese dei cartoni animati, una pressa a U, che la incurva con una pressione di 1800 tonnellate. Di nuovo la lamiera sfila sul binario. Un’altra pressa, a O questa volta, con un peso di 16.200 tonnellate la rende cilindrica.

Il laminatoio a caldo

Ormai il tubo è fatto, e da qua in poi, la faccenda va liscia come un olio. Una macchina salda ai lembi del tubo due piastrine per farne combaciare perfettamente i bordi e per garantire un perfetto “cordone di saldatura”. Poco più in là, cinque saldatrici provvedono alla saldatura interna. Un operaio preme un pulsante e un lungo braccio prende a scorrere lentamente all’interno del tubo, saldandone i lembi. Quindi è la volta della saldatura esterna. In tutto questo tempo, l’operatore non muove un dito. Ormai i due lembi del tubo combaciano per non più separarsi. 

Di reparto in reparto si era giunti a quello finale destinato al controllo e alla spedizione. Il tubo entra in una pressa idraulica per una serie di ispezioni. Prova della sagoma; il tubo viene riempito d’acqua e olio emulsionabile. Prova idrostatica. Poi, liberato dalle conchiglie che lo imbrigliavano, cammina nella spruzzaglia delle pompe dei verniciatori che gli danno una mano di catrame. E da questo momento è pronto.

I tubi senza magagne vanno difilato al posto di raccolta per essere spedite. Alcuni rimangono in disparte e allineati, come scolari in castigo che la maestra trattiene oltre l’orario. Dalle grandi porte si vedono lunghe file di carri merci che li convogliano al porto di Taranto, dove sono attraccati piroscafi battenti bandiera di paesi esteri per il trasporto nell’unione sovietica, in Libia, in Argentina.

Diremo con ordine le nostre più forti impressioni. La prima: frastuono a parte, vi è un’aria lieta, fraterna. Sarebbe difficile riconoscere subito un operaio da un ingegnere. Gli operai sono pochi, in relazione all’immensità degli impianti. Quelle gigantesche piallatrici, quelle presse ciclopiche, le saldatrici hanno pochissimi officianti, ciascuno dei quali esegue il proprio compito col rigore di un ballo. Sembra che le macchine operino da sé. Non è più l’uomo che fatica: è la macchina. Pochi operai chiusi in cabine o seduti in apparati mobili comandano con leve e bottoni congegni giganteschi.

Le città tradizionali sono legate ad antiche usanze E conservano ancora un riflesso di “color locale”. Ma qui molto cambia, al punto di mostrarci Taranto quasi come una qualunque città industriale; e diciamo queste cose per coloro che sono magari ancora pronti a fantasticare in chiave romantica sulla città pugliese.

***

Questa la scena, e adesso i personaggi. Ci condussero con la meticolosità a vedere tutto il tubificio, come abbiamo cercato di narrare, poi gli uffici e i magazzini, le cucine, le mense affollate di uomini allegri che mangiavano seduti ai tavoli, e che sono mostrate ai visitatori con molta premura. Servono a creare la persuasione che le condizioni degli operai del Centro siderurgico di Taranto sono quelle generali dei metallurgici in Italia.

Qui dobbiamo dire la nostra seconda impressione: questi operai non hanno l’aria di essere stati improvvisati nel giro di pochi mesi. Di solito il contadino o il manovale quando diventa metallurgico, mantiene qualche cosa della sua antica origine. Nel volto, nei gesti, in tutta la figura gli rimane un’ombra d’impaccio. Si tenga pure conto che – lo abbiamo già detto – qui, i cantieri dell’arsenale hanno “allevato” molti operai; ma ugualmente molti sono nuovi. Fin dal principio ci colpì l’aspetto di quegli operai, un aspetto diverso da quello degli uomini che avevamo veduto nelle strade di Taranto, e che tuttavia erano forse gli stessi operai, nelle loro stesse tute di lavoro. Parevano, alla prima occhiata, disinvolti, precisi, assuefatti alla fabbrica e alla vita della fabbrica da far pensare che alle spalle avessero generazioni con le loro stesse abitudini; c’era qualcosa che trapelava dalla loro personalità, che facilmente possiamo chiamare intelligenza istintiva, prontezza d’assimilazione, vivacità d’istinto, orgoglio. Gli occhi erano brillanti e ridenti, i gesti aperti e spontanei. Si sarebbe detto che, chiusi in quella organizzazione tecnica, legati al ritmo delle macchine, essi si rendano più aperti e più liberi che nel mondo di fuori. La verità è che c’era, su tutti quei volti, l’aria ilare e giovanile della conquista, il senso di fierezza di chi trova, bello o brutto che sia, se stesso nel mondo in cui vive.

Gli operai

La verità è che c’era, su tutti quei volti, l’aria ilare e giovanile della conquista, il senso di fierezza di chi trova, bello o brutto che sia, se stesso nel mondo in cui vive

Era buio quando si venne via dal tubificio, questa specie di coccarda messa all’occhiello di Taranto. File di operai, avendo finito il loro turno, raggiungevano la fermata dell’autobus. Contro il cielo si stagliavano le sagome di capannoni, depositi di acqua, tubature aeree che ci ricordavano certi quadri di Sironi. In quell’angolo della natura, dove sino a poco tempo prima era la campagna, adesso decine di grandi riflettori diffondevano una luce a giorno.

L’ingresso degli operai in fabbrica

“Quelli che loro vedono – ci aveva detto qualche ora prima un funzionario dell’Italsider – sono quasi tutti operai tarantini. Un gruppo di essi, una cinquantina, fra i primi assunti, sono stati quattro mesi negli Stati Uniti per un corso di apprendistato, fianco a fianco di operai specializzati americani, E oggi sono abituati a manovrare le stesse macchine, a realizzare uguali soluzioni, a concepire i problemi in uno stesso modo. Abbiamo dovuto creare dal nulla, non una manovalanza, ma mano d’opera qualificata, fresca d’entusiasmo. Altri hanno imparato il mestiere nei diversi stabilimenti del Gruppo. Anche al presente duecento persone seguono un corso di qualificazione a Cornigliano, e fino a poco tempo fa era gente di campagna. La disponibilità di uomini che si può trovare tra la massa degli operai non qualificati permetterà di avere ogni anno masse di manodopera per la nostra industria. Ma non vorrei essere frainteso dicendo di avere notato in questi uomini atteggiamenti e modi singolari. Abbandonati prima a se stessi, senza speranza quasi, tutto prende ai loro occhi sapori di eccitante novità, diventano seri e compunti, sul lavoro mostrano un orgoglio di primi della classe. Ed è elogio, il mio, un elogio senza riserve”. Con queste parole il nostro funzionario si accomiatò

***

E’ sempre difficile capire, a un primo colpo d’occhio, l’importanza di una città. Ma la Taranto di oggi possiede cose che basterebbero a illuminare tutti sulla sua importanza. La prima che vedemmo fu un nuovo albergo grandioso, razionale, costruito da un architetto di chiare vedute, ottimo mescolatore di stili. Per darne il tono senza perderci in descrizioni prolisse, diremo soltanto un particolare: le stanze non sono stanze, ma piccoli appartamenti con un ingresso, una camera da letto, un “solarium” e un bagno, e dappertutto ci sono pavimenti maiolicati di rara bellezza. Al ristorante si mangia a tutte le ore. Ci era stata assegnata una camera al terzo piano e di là vedevamo il mar Grande invadere tutto l’orizzonte.

Una decina d’anni fa c’era soltanto un albergo decente. Non ci si stava male. Ma tutto era vecchio, là dentro. Poi costruirono il “Jolly”. Fu una conquista per la città. Poi sorsero altri alberghi, piccoli, discreti. Oggi possiamo scegliere tra il “Delfino”, il “Jolly” e alcuni alberghi delle categorie minori, calmi e decorosi.

Grande fiducia

Ormai la città vive guardando il futuro non più sotto il colore dell’incertezza. I tarantini da qualche anno mescolano presente e futuro con una fiducia che è difficile trovare in altre parti della Puglia

In queste parole c’è la storia degli ultimi anni di Taranto. Ormai la città vive guardando il futuro non più sotto il colore dell’incertezza, e i tarantini da qualche anno mescolano presente e futuro con una fiducia che è difficile trovare in altre parti della Puglia. E un’altra cosa di Taranto è il Museo Nazionale, nel quale uno studioso di vasi e di ori potrebbe rimanere settimane e settimane con suo grande piacere. Materialmente il museo è una splendida raccolta di vasi dipinti, di statue e di oreficerie, fiancheggiata da minori ma amplissime raccolte preistoriche: il tutto presentato con garbo ed eleganza. La scienza archeologica qui non è scontrosa e discostante. Perciò il museo dà tanto più di quello che promette.

Grosso modo, e riassumendo, la situazione quaggiù è ancora incerta: ed è naturale che sia così. Ma abbiamo già detto che il Centro siderurgico racchiude la fortuna di molti tarantini e della città. Taranto, infatti, ha già preso un altro giro; e altra è l’atmosfera, un’atmosfera che suggerisce l’immagine di una città che sta uscendo da un’epoca di attesa. In realtà è quel che avviene.

Flavio Colutta

reportage pubblicato da Le vie d’Italia, dicembre 1962

L’archivio digitale del Touring Club consente di accedere ai vecchi numeri della rivista “Le vie d’Italia”.
https://www.digitouring.it/oggetti/9485-le-vie-d-italia/



e ora guardate IL PIANETA ACCIAIO

Gli ulivi secolari venivano rimossi, schiantati come stecchi. Il grande scrittore Dino Buzzati usò questa parola, «stecchi», quando mise il suo racconto, affidato alla voce di Arnoldo Foà, sulle immagini del documentario Il pianeta acciaio con cui il regista Emilio Marsili descrisse nel 1962 la “favolosa” nascita dell’Italsider. Eccolo.

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