Calcio e giornalismo/ “Eugenio Scalfari? Un pessimo mediano”

Il fondatore di Repubblica, scomparso un mese fa, giocava a pallone animando partite un po’ comiche con i colleghi. In una vecchia intervista alla scrittore e critico tv Sergio Saviane il racconto delle buffe sfide tra i settimanali rivali L’Espresso e Panorama

Un mese fa (il 14 luglio 2022) la scomparsa di Eugenio Scalfari, 98 anni, fondatore del quotidiano la Repubblica. Tifoso della Roma, appassionato di calcio, ma molti non sanno che Scalfari scendeva anche lui in campo. Ripescata dal mio archivio, ecco una vecchia intervista in cui Sergio Saviane, geniale e corrosivo critico tv del settimanale L’Espresso, racconta le buffe sfide dei giornalisti. Quell’intervista fu pubblicata su Quotidiano di Brindisi, Lecce e Taranto il 23 gennaio 1988. Saviane morto esattamente ventuno anni fa, nel luglio 2001, dava i voti ai suoi colleghi. “Ma facevamo ridere”.

di TONIO ATTINO

Sergio Saviane

“Dalla parte dell’Espresso c’è l’ex direttore Eugenio Scalfari, la gamba lunga e tentennante, un po’ spugnosa (in Veneto la chiamano gamba da messa ultima), centromediano di spinta e terzino di posizione, detto l’Armadio; il direttore Livio Zanetti, molto esperto nel “dribbling”, uno di quei giocolieri dal piede malandrino, capace di capovolgere un’azione avversaria a metà campo in proprio favore e magari andare in gol con uno di quei tocchi magici alla Gigi Riva: formidabile; il condirettore Nello Ajello, un velocista che, quando scatta, abbassa lo “chassis” e sembra quasi che corra rasoterra insieme al pallone; il direttore editoriale Gianni Corbi, meno veloce dei suoi compagni di squadra, ma caparbio nel gioco di mezzala di spola e soprattutto nell’eliminazione violenta degli avversari”.

In un capitolo del suo irriverente libro “L’Espresso Desnudo”, uscito qualche anno fa, così il pluriquerelato Sergio Saviane ha raccontato le fasi di un incontro di calcio fra la formazione del settimanale in cui lavora come inviato e critico televisivo all’arsenico, e quella del concorrente “Panorama”. Finì uno a uno. Insieme ad alcune delle migliori firme del giornalismo italiano, in campo c’era anche lui, Saviane, che non riesce a distinguere uno stopper da un centravanti e preferisce più fustigare Berlusconi, Moravia (al quale ha dedicato un libro, irriverente naturalmente), Bevilacqua, e poi, com’egli li definisce, i “pippibaudi”, i “mezzibusti” e tutti gli eroi del piccolo schermo.

“Sono passati una ventina d’anni. Credevamo di fare sul serio”, ricorda Saviane, “ci mettevano anche la magliette della Juventus, del Milan. Giocavamo spesso anche con una formazione di artisti. Pasolini metteva la maglietta della Juventus, Raf Vallone quelle del Torino, perché lui aveva giocato realmente in serie A col Toro. Era fortissimo. Poi c’era Gassman che aveva non ricordo bene se la maglia del Genoa o della Sampdoria E c’eravamo noi dell’Espresso che avevamo la divisa gialla. Giocavano spesso con Panorama, ma la cosa più ridicola è che facevamo la gara con le magliette, le scarpette, in perfetta tenuta, ma eravamo degli intronati”.

Perché Scalfari “l’Armadio”?

“Lo chiamavo l’Armadio perché camminava a balzelloni. Scalfari ha le gambe diritte, non piega le ginocchia. Quando giocava era come se fosse sui trampoli. Il pallone poteva cascargli davanti, alle spalle, sul naso, ma lui non lo prendeva mai. Gli avversari non facevano gol perché morivano dal ridere a vederlo. Sembrava uno di quei bambolotti caricati a molla. Nella nostra squadra c’erano anche Enrico Rossetti, Antonio Gambino, Ripa di Meana, c’ero io, c’era Enrico Marussig, Franco Lefevre”.

Eugenio Scalfari in campo

Chi era il più dotato come calciatore?

“Sicuramente Livio Zanetti. Era un dribblatore formidabile. Si vedeva che era stato negli oratori, con i preti, nelle canoniche. Era bravo, ma ci dava sotto e si stancava presto. Nello Ajello si impegnava, ma non valeva tanto. Anche Carlo Gregoretti giocava con noi. Tutti si davano arie di essere grandi calciatori”.

Livio Zanetti, a destra. Fu direttore dell’Espresso ed eccezionale dribblatore
Nello Ajello e Antonio Gambino, giornalisti dell’Espresso, durante la pausa di una partita

E Saviane?

“Io giocavo in porta e ogni tanto partivo in attacco. Ero velocissimo. Non ero un campione, ma correvo forte, non mi stava dietro nessuno, riuscivo a dribblare bene. Ma poiché nessuno di noi aveva allenamento, e poiché in redazione si fumava continuamente, non avevamo fiato. La mia esperienza fatta nell’oratorio, perché anch’io ci ho giocato, reggeva finché reggevano le gambe. Ricordo che ci illudevamo di fare sul serio, ma eravamo ridicoli. Venivano a vederci le mogli, gli amici, i cugini, i colleghi e si piegavano in due per le risate, non resistevano a vedere quelle scene apocalittiche”.

Sergio Saviane in una strampalata tenuta da calciatore

Scalfari che ruolo aveva?

“Non si è mai capito. Lui era un pendolone che stava in mezzo al campo, ma non riusciva mai a toccare un pallone in tutta la partita. Sgambettava, ma senza risultati, sempre diritto, con la faccia da seminarista. Quando Scalfari era più giovane, senza la barba, somigliava a un prete, pur essendo un grande laico. Giocava perché sperava di fare bella figura. Era autoironico, rideva anche lui. Non aveva le doti di Zanetti o di Gambino, il quale però aveva il vizio di tenere troppo la palla. Gianni Corbi dava dei grandi colpi agli avversari, li buttava giù, specie quando gli avversari non erano direttori. In queste partite c’era un po’ di riguardo verso i direttori, di solito si cercava di non colpirli. Io invece con loro ero tremendo. Nella squadra di Panorama giocavano Melega, Quaranta e Stefano Malatesta. Alle volte venivano a esibirsi con noi anche giocatori veri, un allenatore della Lazio di cui non ricordo il nome”.

Mai giocato contro i “mezzibusti”?

“Mai, per loro fortuna. Perché se fossero venuti sotto li avrei sistemati, non avevo paura in campo. Dei giornalisti che ora fanno televisione giocava con noi Barbato, che però preferiva soprattutto il tennis. Anche lui come Scalfari era di gamba dura”.

Se tu fossi il commissario tecnico del giornalismo italiano che nazionale faresti?

“Montanelli in porta perché è lungo, Bocca e Pansa in attacco, Scalfari riserva. Ronchey lo metterei a centrocampo a fare l’uomo di fatica. Devi sapere che Ronchey abita su un colle di Roma, dove ci sono grandi prati e ogni mattina fa due ore di footing”.

E Valentini?

“Il mio direttore è un automobilista, non gioca a calcio. Lo metterei a guardalinee perché non ho fiducia in lui”.

E nel ruolo di stopper?

“Non so neppure che cosa voglia dire stopper”.

È colui che marca il centravanti avversario.

“Ma, non so: Moravia. Alle ali metterei dei giovani, tra i quali Guzzanti, che poi non è neanche tanto giovane”.

E Saviane?

“Mettimi pure a riserva, accanto a Scalfari, perché ormai sono imbalsamato”.

Quotidiano, 23 gennaio 1988


CHI ERA SERGIO SAVIANE/ Così lo ricordò su Repubblica uno dei suoi “calciatori”, Nello Ajello

Morto Sergio Saviane
coniò il “mezzobusto”

Scrisse “Festa di laurea” e “I misteri di Allegh
e”
TREVISO – Sergio Saviane è morto ieri sera, all’età  di settantotto anni. Lo scrittore e giornalista era ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Castelfranco Veneto, dopo un arresto cardiaco seguito a un intervento chirurgico al polmone per una grave malattia. Noto per la sua verve di polemista e per la sua satira irriverente, Saviane era stato per lungo tempo inviato e critico dell’Espresso ed aveva coniato, tra l’altro, il termine “mezzobusto”.

I “mezzibusti” gli sono sopravvissuti, e forse vivranno in eterno. Gli affiliati a questa casta che Sergio Saviane inventò e battezzò quasi mezzo secolo fa dovrebbero figurare stamane nella prima riga dei necrologi, nel ruolo riservato ai parenti stretti. Per loro, e per l’intera televisione italiana, Saviane è stato infatti un padre severo, aggressivo, manesco. Ma ha contribuito a mitizzare, sia pure in negativo, quell’elettrodomestico con i suoi inquilini e le sue comparse.

Accendendo il televisore, pensavi a Saviane e sorridevi. Mentre andavano in onda lo show più disperante, il telegiornale più prono verso le autorità  “taglianastri”, la pubblicità  più insensata, pregustavi l’estro sarcastico che avrebbe impiegato, nel raccontarli, lo storico giornalista dell’Espresso che è morto ieri, settantottenne, nell’ospedale di Castelfranco Veneto sua città natale. Ti tornavano in mente una definizione, un nomignolo, una gag compresi nell’immensa scorta di trovate linguistiche che per quasi venticinque anni, fino al 1988, questo scrittore ha offerto al pubblico del suo settimanale.

Per cominciare, i soprannomi. Edmondo Bernacca, meteorologo televisivo, diventava nei suoi articoli “il Toscanini del piovasco”. Luca Di Schiena, vaticanista, “il seppellitore di Papi”. Adriano De Zan, l'”esperto in pedivella”. Goffredo Parise, “un matto stilistico, alla Gadda”. Ed erano i traslati più indulgenti. I presentatori tivù rientravano, collettivamente, nella famiglia dei “pippibaudi”. Sulla salute politica di viale Mazzini vegliavano i “velinari”, i “piantoni della forbice”, i “frenatori”, i “capotreni del punto e virgola”. Gli spot pubblicitari esibivano “massaie spolverone”, “sposine latteintero”, un'”acqua minerale così carina che fa venire l’acquolina”, gli “anatomoslip”, i “ciucciotti a tre marce”, i “bavaglini col servosterzo”, le “automobili quasi regalate con rate modiche ed esilaranti”.

Il critico riferiva inoltre di “trapani facciotuttomì”, “sofficini sorridenti”, “tonni affogati nell’olio e pace all’anima loro”. E così, nella prosa savianea, la televisione era sistemata. E sei sistemato anche tu (così il critico sembrava minacciare il telespettatore), tu, complice guardone di quest’obbrobrio. Diciamolo, il vero spettacolo era lui. Il video fungeva soltanto da cannocchiale per carpire i segreti di Pulcinella d’un mondo insieme domestico e lontano: il pianeta della Stupidità .

Questo è stato Saviane all’apice della sua carriera di reporter in poltrona. Anzi, data la ripetitività del copione che era chiamato a illustrare e la longeva onnipresenza dei personaggi mediatici, non era neppure strettamente richiesto che egli si sedesse di fronte al video. Lui, la televisione la inventava. L’anticipava. La dipingeva, più vera del vero, in righe di giornale. A volte, noi amici di redazione lo accusavamo scherzando di essere un telespettatore occasionale. Non del tutto a torto. Era come se il reale assaggio d’uno spettacolo rischiasse di rovinargli la gioia dell’invenzione, rivelandosi migliore di come l’aveva previsto (e ciò avveniva di rado). Eppure, nell’esercitare questa attività critica da pioniere, il critico dell’Espresso si accaniva contro una tivù che, in paragone all’attuale, splendeva come un faro d’intelligenza.
Si può dedicare una vita a qualcosa che non si predilige o che addirittura si disprezza? Saviane ha dimostrato che si può. A patto di assuefarsi a dosi rilevanti di inimicizia. E infatti lui attirava su di sé, candidamente, furori di varia durata e intensità. Non da parte dei lettori, che gradivano la sua prosa iperbolica e confidenziale (disseminata di parole in veneto senza traduzione a fronte), ma da parte di chi, comparendo in tivù a qualsiasi titolo, si esponeva ai giochi della sua fantasia polemica. 

Aveva esordito, come giornalista, scrivendo articoli di critica letteraria per Cronache, un settimanale che, scomparendo nel 1955, lasciò il posto (e cedette numerosi redattori) all’Espresso di Arrigo Benedetti: e già in quella veste Saviane non s’era procurata la riconoscenza di schiere di romanzieri. I quali fra l’altro erano – o sarebbero diventati – suoi colleghi. S’intitolava Festa di laurea il libro con il quale egli esordì nel ’61 come narratore: era ambientato fra quei figli della borghesia che trascinano nelle aule universitarie interminabili carriere di fuoricorso. Tre anni più tardi, con I misteri di Alleghe, avrebbe offerto un esempio precoce di romanzo “noir” dal vero. In un’inchiesta condotta sul posto – Alleghe – un comune montano del Bellunese – riuscì a svelare una lunga serie di delitti compiuti fra il 1933 e il 1946 e rimasti impuniti. Si era aggirato, con la sua perspicacia da giornalista di razza, fra assassini occulti e gente che sapeva e negava, venendo a capo della truce vicenda.

La sua attitudine primaria sarebbe però rimasta la satira (fu in anni lontani tra i fondatori del settimanale Il Male). Molti graffi vennero inflitti alla società  culturale, soprattutto romana, in una rubrica dal titolo “L’Indiscrezione” che Saviane curava, fra una protesta e una querela, per L’Espresso in bianco e nero. Chiamava le cose con il loro nome. Spesso inventava il nome delle cose. Era, per indole, umorista, caricaturista e antiperbenista. Sfiorava l’astio. Qualche volta vi si tuffava. Nella tivù – argomento sul quale si è cimentato, dopo il 1988, nell’Europeo e nei quotidiani di Montanelli – vedeva riflesso il mondo. Là la satira trovava un naturale Eldorado. Alcuni suoi volumi, I mezzibusti, Dietro il video, Video malandrino sono gallerie di quegli orrori che così a lungo lo hanno attirato e respinto.

(28 luglio 2001)


https://www.repubblica.it/online/cultura_scienze/saviane/saviane/saviane.html

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