La storia di Claudio Virtù e dei suoi compagni di sventura raccontata nel libro-denuncia, riproposto (aggiornato) dopo la prima edizione del 2001
Agli inizi di febbraio 1998 Claudio Virtù, dipendente dell’Ilva (era analista software nel centro elaborazione dati), vide la sua vita cambiare. Non se l’aspettava. Uscì di casa alle 6,15 per andare al lavoro e, come al solito, fece una sosta al bar. Prese cappuccino e cornetto, poi si avviò verso la fabbrica. Quel giorno scoprì di essere diventato un indesiderato. “Davanti alla porta del reparto, un mio collega mi comunicò la decisione del dirigente di collocarmi fuori organico e di restare, da quel momento, fuori dall’ufficio non dovendo svolgere alcuna mansione lavorativa. Anch’io ero finito sulla lista nera. Avevo subito intuito quale sarebbe stata la nuova destinazione: la famigerata Palazzina Laf”. Una decina di giorni dopo Virtù era in effetti uno dei confinati del reparto lager, dove venivano tenuti quei dipendenti recalcitranti alle disposizioni aziendali, o meglio alla decisione con cui l’azienda di proprietà di Emilio Riva voleva imporre ai dipendenti mansioni diverse da quelle stabilite dal contratto. Claudio Virtù raccontò quella vicenda, poi conclusa in tribunale con la condanna dei vertici dell’Ilva, in un libro curato dall’avvocato Carlo Petrone e dal centro studi Calamandrei di Taranto (Palazzina Laf) che adesso l’autore ha deciso di riproporre con gli aggiornamenti dovuti alla sentenza che ha reso quella bruttissima storia. Un caso esemplare della protervia con cui un imprenditore tenta di neutralizzare ogni reazione e iniziativa dei lavoratori. Al libro Palazzina Laf ha attinto il regista e attore tarantino Michele Riondino per il film omonimo. D’accordo con Claudio, pubblico un capitolo del libro (titolo “Il nuovo lager”). E’ molto istruttivo, soprattutto per i giovani.
dal libro Palazzina Laf
di CLAUDIO VIRTU‘
Cos’è la Palazzina Laf? Il simbolo della vergogna. La struttura è ubicata tra alcuni impianti di laminazione, vicino a delle enormi tubazioni che trasportano gas e ad una palazzina adibita a spogliatoi.
Intorno, è normale osservare sbuffi di vapore che fuoriescono da vari punti dello stabilimento.
Osservando la fatiscenza della Palazzina, pensai che potesse rappresentare allegoricamente il grado di benessere che la nuova Proprietà, la famiglia Riva, aveva portato a Taranto
e, particolarmente, nella vivibilità nello stabilimento.
Questa struttura, abbandonata ed inutilizzata da oltre tre anni, un tempo ospitava gli uffici del Laminatoio a Freddo, ecco l’acronimo Laf.
Ora era usata come deposito di personale “indesiderato”
Entrai, aprendo col piede l’anta dell’ingresso principale per non insozzarmi la mano.
L’androne era incredibilmente trascurato, alla sua destra vi erano le scale, che portavano al piano superiore, il luogo dove alloggiavano”i confinati”.
Prima di salire notai un locale, probabilmente un deposito di materiale, da cui proveniva un tanfo insopportabile.
Salii le scale prestando attenzione a non toccare il muro né la balaustra, per evitare di sporcarmi.
Ad ogni gradino lasciavo l’impronta della scarpa nella polvere di minerale ferroso.
Giunto al ballatoio del piano superiore, mi trovai di fronte ad una porta a vetri.
Aprii piano l’anta di vetro, come se volessi evitare ogni rumore.
Varcai la soglia e mi fermai ad osservare.
Un lungo corridoio scalcinato, lungo circa quaranta metri (ma sembravano quattrocento), divideva una serie di stanze.
Alcuni uomini passeggiavano lentamente con le mani dietro la schiena, assorti in chissà quali pensieri.
Qualcuno gridò: un nuovo arrivo!
Per incanto decine di facce fecero capolino dalle stanze.
In breve il corridoio si animò tanto da sembrare una cosa viva.
Erano tante le persone che mi osservavano. Il mio sguardo si perdeva tra le teste senza volto, alla ricerca di sostegno.
La confusione mentale e il disorientamento erano totali.
Qualunque cosa fosse accaduta in quel momento non sarei stato in grado di produrre alcuna reazione definita normale.
– Claudio! – si alzò forte una voce.
Guardai nel gruppo dal quale proveniva il richiamo. Era Renato, un caro amico, anche lui ospite in quel luogo di pena da pochi giorni.
Sentirmi chiamare per nome fu come uscire da un incubo.
Gli andai incontro e ci abbracciammo come due amici che si ritrovano dopo chissà quale pericolo scampato.
Mai un abbraccio mi è stato tanto necessario.
Strinsi molte mani, rividi alcuni conoscenti, avevo ritrovato l’umanità e la solidarietà che Riva era riuscito a cancellare nello stabilimento.
L’amico mi accolse nell’ufficio che divideva con altri e, offrendomi una sedia, stabilì che quello era il mio nuovo posto.
L’ufficio era scandalosamente trascurato. Le pareti, che portavano i segni di un’antica tinteggiatura, ora erano annerite dalle polveri e dai fumi che imperano sovrani nello
stabilimento.
Le finestre erano senza tapparelle ed impossibili da chiudere, perché le maniglie, quando erano presenti, non funzionavano.
L’arredo era composto di due vecchie scrivanie, un tavolino ed alcune sedie.
Con il mio arrivo eravamo in sei ad animare quella stanza.
Per sederci utilizzavamo a turno le sedie o le scrivanie, perché gli arredi erano insufficienti per il numero delle persone ospitate.
Non mi fu difficile familiarizzare con gli altri confinati
In breve tempo conobbi tutti gli ospiti di quel luogo e le loro storie.
Ero anch’io un “confinato” della Palazzina Laf, un “indesiderato”.
Nelle giornate di vento, per evitare di riempire l’ufficio di polvere e respirarla, utilizzavamo dello spago per tener chiuse le ante.
Nelle giornate calde, per evitare che il sole ci abbronzasse troppo, oscuravamo con fogli di giornale i vetri delle finestre.
Gli altri uffici non erano in condizioni migliori, in alcuni vi erano delle finestre con i vetri rotti.
L’unico mezzo di comunicazione che avevamo era un telefono a muro, abilitato solo per le chiamate interne.
Avevamo a disposizione un piccolo frigorifero. Un giorno, poco prima che iniziasse l’estate, non lo ritrovammo al suo posto.
Alla richiesta di spiegazioni, ‘impiegato dell’Ufficio Personale ci disse che era stato rubato.
Gli facemmo notare che, per entrare nella Palazzina Laf, avrebbero dovuto forzare la porta d’ingresso, che era integra.
Inoltre la Palazzina era aperta dalla vigilanza al mattino con il nostro arrivo e chiusa la sera, al momento di andar via.
L’impiegato, respingendo qualsiasi responsabilità, ci promise che avrebbe rimediato procurandone uno.
Il frigorifero non fu mai sostituito.
Ogni volta che terminava la riserva di acqua potabile, telefonavamo all’impiegato del Personale, comunicandogli la necessità di rifornimento, ma la nostra richiesta veniva
esaudita dopo dieci giorni.
Col passare del tempo capimmo che sfruttavano ogni occasione per crearci difficoltà e disagi.
Questo per cercare di indebolire la nostra resistenza alle imposizioni aziendali.
La sera, prima di andar via, alcuni raccoglievano le confezioni vuote dell’acqua, utilizzate durante la giornata, e pestandole violentemente con i piedi, producevano dei violenti botti come se fosse la conclusione di una festa di paese.
Per circa alcuni secondi, il corridoio rimbombava di botti che sancivano la fine di una giornata che moriva così com’era nata, senza storia, senza nulla da ricordare.
Il tempo passato in quel luogo era tempo sottratto alla vita di ognuno dei confinati.
tratto da Palazzina Laf
Riondino e Virtù alla prima del film
Dove acquistare il libro
Edito da Archita Edizioni per i Quaderni del Centro Studi Pietro Calamandrei, il libro Palazzina Laf, scritto da Claudio Virtù (12 euro), può essere acquistato a Taranto nella libreria Dickens, via Medaglie d’Oro 129, o da Archita Edizioni, Via Principe Amedeo 117, dove si può ordinare (email: ediarchita@alice.it – tel. 3392054914).


