Ciao Pino, mio professore

Non saprei cosa scrivere, se non che Pino era paziente, imperturbabile, lento e preciso, con una grafia rotonda e gradevole, dotato di un curioso senso dell’umorismo (“dov’è finito De Profundis?” mi chiese di un collega dall’aplomb un po’ particolare), ma soprattutto che era mio amico. Il mio primo capo nel giornalismo, colui che mi accolse in redazione facendomi collaborare a Quotidiano di Taranto, giornale di cui era il responsabile. Cominciò grazie a lui la mia storia nei giornali.

Prodigo di consigli, generoso, buono. Grande giornalista. Onesto. Leale. Perbene. Agli inizi – primi degli anni Ottanta – mi fece riscrivere un articolo, non gli piaceva, poi lo rilesse e mi disse soddisfatto: “Ecco, così funziona”. Lo ricordo ancora. Fu una lezione data con garbo, leggerezza, amicizia. Non era un caso se lo chiamavano “il professore”. Avendo insegnato italiano, ci teneva al fatto che ogni frase fosse corretta e ogni parola al posto giusto. Pino Galeandro, il mio amico, il mio primo capo, se ne è andato, seguendo i colleghi della sua generazione di giornalisti con i quali si era formato al Corriere del Giorno e che ebbi la fortuna di conoscere: Narciso Bino, Paolo Aquaro, Franco Cigliola, Dino Salvaggio, Peppino Tripaldi, Nino Botta.

Pino Galeandro aveva ottant’anni.

Non bisognerebbe guardarsi troppo indietro quando il tempo che hai davanti si accorcia, eppure mi è venuta in mente una vecchia immagine, una foto conservata nel mio archivio. La propongo. Redazione di Quotidiano di Taranto. Il tipo con la cravatta e l’elmetto sulla testa era lui. Ecco, questo era Pino Galeandro. Ciao amico mio, sarai sempre il mio professore.

Lascia un commento