Claudio Frascella racconta la “confessione” del cantautore e il suo grande legame con il batterista De Piscopo. Che conferma: “E’ vero, gli nascosi la malattia, ma lui si accorse delle mie bugie”. Con un “blitz” in ospedale
Giornalista, critico musicale e storico conduttore radiofonico, Claudio Frascella ricorda in questo suo articolo ciò che Pino Daniele gli raccontò del suo amico e collega Tullio De Piscopo, il quale fece perdere le sue tracce prima di un concerto.
di CLAUDIO FRASCELLA
«Tullio mi voleva fa’ fesso», mi confessò Pino Daniele sorridendo, ma con un velo di amarezza. «Aveva detto che doveva fare “un’operazioncina” alla cistifellea, così me l’aveva fatta passare, come fosse ‘na fumata ‘e sigaretta. Proprio lui, che per anni aveva insistito per rimettere insieme la formazione di quei tempi e rivolgere un tributo a Massimo Troisi, altro mio fratello. E proprio Tullio marcava visita? Ma per favore…».
Era il 2013. Con Pino Daniele facemmo una chiacchierata telefonica, l’intervista andò in radio. Ci conoscevamo bene, per quasi quarant’anni l’avevo seguito come cronista un po’ ovunque. Perciò Pino si fidava, si lasciò andare, rivelò il retroscena della grave malattia che il suo batterista, l’amico fraterno De Piscopo, aveva tentato di nascondergli, sparendo da un giorno all’altro mentre era in preparazione il concerto al Palapartenope, la reunion del super gruppo di “Vai mo”, album pubblicato nel 1981. “Dov’è finito Tullio?” domandava Pino Daniele. Ma non riceveva risposta.
Tullio De Piscopo mi aveva telefonato all’indomani di un articolo che avevo scritto raccontando l’affetto che Pino Daniele provava per Taranto, dopo avere tenuto concerti alla Villa Peripato, al Mazzola, allo stadio Iacovone e a Maricentro. Come avveniva con Pino Daniele, siamo sempre rimasti in contatto. E oggi Tullio conferma quella storia del “brutto male”. Ricostruendola.
«TULLIO, CHE FINE HAI FATTO?»
Siamo alla vigilia del concerto al PalaPartenope di Napoli. Tutto pronto, i manifesti stanno per andare in stampa. «Procediamo? Non è che poi qualcuno dice pecché ‘o nome mio viene dopo isso?», s’interrogava uno degli organizzatori. «Chissà perché – dice De Piscopo – negli ambienti della musica è sempre passata l’idea che fra noi ci fosse protagonismo, come se ognuno di noi sgomitasse per un centimetro di locandina. Magari da giovani, e mi ci metto anche io, ma francamente c’entro poco, visto che prima di allora avevo già suonato con Quincy Jones, Chet Baker, Dizzy Gillespie, Wayne Shorter… Sì, ognuno voleva emergere e succedeva che ci scappava l’idea, l’arrangiamento che ognuno di noi promuoveva o bocciava».
Ma alla fine, decideva Pino. «Lui non partiva per la tangente, tipo “si fa così oppure jatevenne a fa’…”. Lui ragionava sulle cose. Gli faceva già un sacco piacere che tutti noi avessimo accettato l’idea di Willy David, produttore illuminato al quale molti devono qualcosa: era stato lui a invitarci a costruire quel progetto che partisse da Napoli e restasse scolpito nella mente della gente anche dopo dieci, venti, trent’anni. In studio, oltre a Pino e al sottoscritto, c’erano James Senese al sax, Rino Zurzolo al basso e al contrabbasso, Toni Esposito alle percussioni e Joe Amoruso alle tastiere, gente di cui ti potevi fidare».
Torniamo al PalaPartenope, il manifesto sta per andare in stampa. «Pino chiede di me ai suoi collaboratori, uno di questi mi chiama: “Tullio, ma che fine hai fatto? Qua stiamo per partire con la stampa, tu non hai fatto una sola prova, anzi hai fatto di più: si’ sparito!”. E io, che avevo un filo di voce, facendomi forza cercai di assumere un tono convincente: “Sono a Milano, in ospedale, ho fatto una visita di controllo e mi hanno consigliato un intervento alla cistifellea, ‘na cazzata! Non dite niente a Pino, quello sapete com’è? Fa mille pensieri…”».
E invece non era una passeggiata. E Pino non era un ingenuo. «Mi avevano diagnosticato un tumore al fegato – ricorda De Piscopo – consultazioni giornaliere per aggredire quel male che rischiava di fregarmi in sei mesi: chirurgo, medici e personale ospedaliero, invece, erano stati da Oscar, da Disco d’oro! Non mi avevano fatto perdere il sorriso, mi incoraggiavano, assicuravano che ce l’avrei fatta, che se ci avessi messo anche il mio carattere, insieme, io e l’équipe medica, avremmo potuto avere ragione di quella “brutta cosa”».
«MAESTRO DE PISCOPO, C’E’ UNA VISITA»
Poi d’improvviso, un bel giorno. «Maestro De Piscopo, c’è una visita per lei…». «Era Pino, fermo sulla porta all’ingresso del reparto, mi fissava, ciondolava la testa come se volesse darsi ragione: i suoi sospetti erano fondati. Si era messo in treno – lui che odiava l’aereo – ed era venuto a trovarmi in ospedale, a Milano».
La prima frase di Pino? «Per primi mi parlarono i suoi occhi: lucidi dalla commozione nell’osservarmi steso in un letto di ospedale, abituato com’era a vedermi fare di tutto, dai salti alle capriole quando suonavamo insieme. Dopo essersi avvicinato, mi prese una mano, la strinse e guardandomi negli occhi – i miei occhi, stavolta, smarriti dall’emozione per tanto affetto – esclamò: “Mo secondo te, potevo credere che alla vigilia di un concerto che tanto avevamo desiderato fare insieme, tu venissi a farti un’operazione alla cistifellea? Maestro De Piscopo – riprendendo e caricando di ironia il modo con cui un medico mi aveva chiamato – ma tanto fesso fai tuo fratello Pino?”».
Avresti voluto abbracciarlo. «Minimo, nonostante fossi in quelle condizioni. Mi fece una paternale che ascoltai come un figliolo attento e devoto agli insegnamenti di un genitore. Una cosa che mi toccò più di altre, la disse sinceramente, conoscevo Pino da una vita, capivo quando parlava sul serio: “Rimettiti presto, sennò non faccio niente, mando tutto a carte quarantotto! Secondo te, so che tu stai qua e io mi metto a suonare e cantare? Lo show continuerà per altri, non per me…”».
Pino era stato chiaro. Anche in quell’occasione. «Quando ho riletto quel passaggio nel ricordo di Pino – conclude Tullio – ho rivissuto quell’episodio con la stessa emozione, anzi di più, perché oggi lui non c’è più e a tutti noi manca tanto, come amico e come artista. È una delle manifestazioni d’affetto che più di altre conserverò nel mio cuore. Che proprio Pino avesse ricordato quei momenti nel raccontarsi in quella tua intervista, ha confermato quanto fosse immenso non solo come artista, ma anche come uomo».



