Il museo dimenticato: affreschi in rovina nel “gran canyon” di Puglia e Basilicata

di TONIO ATTINO

La cripta del Redentore, a Grottaglie. Sopra, la chiesa di San Giorgio, a Laterza

Nel «Gran Canyon» della Puglia c’è un immenso museo che rischia di scomparire: cinquecento chiese rupestri nelle grotte calcaree, affreschi bizantini ormai sbiaditi e spesso sbriciolati dall’erosione e dai predoni, anfratti abitati fin dal neolitico e saccheggiati dai contemporanei a caccia di tesori. Per scoprirlo bisogna scarpinare tra le rocce scendendo a decine di metri in fondo alle gravine, i crepacci che squarciano il Mezzogiorno da Matera alla Murgia pugliese e alla provincia di Taranto. Chi ci pensa, al patrimonio che sta lì sotto? E chi potrà mai salvare gli affreschi lasciati dalle popolazioni che abitarono le grotte? Lo Stato non si vede. E quando c’è, non ha un euro da spendere. 


Roberto Caprara, 76 anni, archeologo, ricorda come «mezzo secolo fa gli affreschi erano leggibili, ora il deterioramento è vistoso: si rischia di perdere tutto». Il professore studia da una vita il tesoro sotterraneo. E l’inventario al quale ha lavorato per anni con Franco Zerruso, ambientalista e vice presidente dell’associazione Terra delle Gravine, dice quel che le cifre ufficiali non sanno: «Tra Puglia e Basilicata ci sono circa 620 chiese rupestri: 133 a Matera, il resto nel Tarantino». Le chiese ci sono anche in Salento, nel Barese e sul Gargano, ma la gran parte è concentrata nell’area tarantina tra i comuni di Massafra, Ginosa, Laterza, Mottola, Palagianello, Statte, Grottaglie. La direzione regionale dei Beni Culturali e Paesaggistici fornisce dati più modesti: 364 insediamenti rupestri. E’ chiaro: prima del restauro, un censimento ci vorrebbe. Ma il problema è banale: non c’è un centesimo. Ruggero Martines, il direttore regionale, conferma: «Disponibilità? Zero». In un anno in Puglia si spendono 8 milioni di euro per il restauro. Castelli, cattedrali, musei. Per le grotte, nulla. Si è riusciti ad avviare uno studio sull’umidità con l’università Ca’ Foscari di Venezia, a raccattare fondi regionali per restaurare la chiesa di San Biagio, a San Vito dei Normanni. Un restauro completato nove anni fa. Marisa Milella, storico dell’arte, ne è orgogliosa. La chiesa dispone di un impianto che misura le variazioni del microclima interno, è illuminata con un sistema che «inibisce la proliferazione di attacchi biodeteriogeni». Ma nove anni fa. E restano fuori centinaia di chiese attaccate e dai predoni che rimuovono gli affreschi, li squartano. Perché la leggenda vuole che dietro vi fossero nascosti dei tesori. Le chiese restano affidate alla cura dei volontari che accompagnano turisti e scolaresche: come Franco Zerruso, o Antonio Greco, un medico da anni scopritore di chiese, o Domenico Caragnano, archeologo. 

Salvo i pochi casi in cui i Comuni le hanno restaurate, le chiese sorgono soprattutto su terreni di proprietà privata. E i privati ci fanno quel che vogliono. Possono raderle al suolo, ignorarle, o tentare di salvarle. «Se non ci muoviamo noi, non fa niente nessuno» dice Juanita Miccoli. Architetto, nel ‘99 fu invitata a presiedere l’associazione Chiese Rupestri di Laterza che ora tenta di salvare una chiesetta nel centro storico. Nel 2000 Franco Tria, insegnante di musica, ha scoperto la cripta, con un affresco del 1300, sotto la chiesa di San Giorgio, proprietà di famiglia. L’ha ripulita, puntellata e spera non crolli. Racconta: «Un giorno arriva un architetto della Soprintendenza e mi fa: ‘’qui non bisogna toccare niente’’. Basta, tutto qui, nessun aiuto. Dico: ci ho messo tre mesi per svuotare questo locale ci metto dieci minuti per riempirlo di nuovo di pietre. Molti, per non avere grane hanno distrutto gli affreschi, li hanno imbiancati e hanno trasformato le chiese in magazzini o garage». 

Il mondo rupestre si è formato nei millenni. Le origini attribuite al monachesimo orientale in fuga dalle persecuzioni o alle popolazioni nordafricane che si acquartierarono in Puglia sfuggendo ai Vandali s’intrecciano con gli influssi bizantini, greci, angioini, longobardi. Le grotte furono abitate fino al XIV secolo con l’eccezione di Palagianello, Ginosa, Laterza e Matera, dove la presenza dell’uomo è arrivata fino alla metà del Novecento. La loro storia è a strati, come la roccia. Quando un dipinto scompare sotto ce n’è un altro, e un altro ancora. Tutti anonimi, meno uno. Lo ha scoperto Caprara nella chiesa di Santa Margherita, a Massafra: è del 1321. Per il 60 per cento le chiese, secondo la Soprintendenza, sono «vincolate». Un ombrello protettivo dovrebbe venire dal Parco Regionale della Terra delle Gravine, istituito nel dicembre 2005: coinvolge 13 comuni. In realtà il parco naturalistico è un ectoplasma e molti proprietari terrieri non vedono l’ora di uscirne. Nonostante tutto, Martines non è pessimista sul recupero («negli affreschi si è perso pochissimo, molto meno di quanto si sia perduto nei 50 anni successivi alla realizzazione»), ma invoca una legge: «Se ne è fatta una sul barocco leccese, che è meno importante dell’habitat rupestre. Il legislatore è sensibile ai votanti. E il patrimonio culturale non vota». 
 
Con la legge potrebbero arrivare le risorse che ora finiscono altrove, con i tempi della burocrazia e le scelte della politica. Il museo archeologico di Taranto, cuore della Magna Grecia, è rimasto chiuso per sette anni. Ristrutturato con tre milioni di euro, dovrebbe riaprire a fine anno. Un evento così importante che la Regione Puglia il 4 maggio scorso ha annunciato l’apertura parziale (un piano, dopo sette anni) per il 20 dicembre. Con otto mesi di anticipo, e prima delle elezioni amministrative. Le chiese rupestri non hanno appeal. «Non portano voti» scherza Caprara. E ricorda affettuosamente «quel vecchio matto» di Pietro Parenzan, scienziato naturalista nato a Pola nel 1902 e morto nel 1992: elesse a sua terra la Puglia e le gravine a universo da esplorare quando non era più tempo di girare il mondo. Diventato cieco, seguitava a scarpinare nelle gravine. Solo un «matto» come lui e i suoi discepoli potevano lottare per una causa persa.

da La Stampa, 4 giugno 2007

le foto sono di Carlo d’Este

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