La censora del “Corriere” corregge la storia e seppellisce l’informazione

di TONIO ATTINO

Sono credibili i giornali italiani? La domanda è un po’ complicata, ma ce n’è una più facile: piacciono i giornali italiani? A giudicare dai risultati di mercato (un prodotto che piace si compra, uno che non piace no) dobbiamo desumere che non piacciano molto. Negli ultimi vent’anni i quotidiani hanno dimezzato le copie vendute e la loro presenza sta viaggiando veloce verso l’irrilevanza. L’attenuante secondo cui le tecnologie hanno modificato le modalità di accesso all’informazione e che i giganti di internet – in primo luogo Google – seguitano a saccheggiare i contenuti dei giornali, mette da un pezzo l’anima in pace a giornalisti ed editori, i quali – recidivi nelle autoassoluzioni – già prima della rivoluzione tecnologica trovavano preferibile considerare i giornali bellissimi e i lettori in grande parte incapaci di comprenderli. Non è stata una strategia vincente. Ma l’assenza di spirito critico è spesso connaturata al mestiere.

In questo periodo mi sono imbattuto in una vicenda del tutto personale, buffa, perfino imbarazzante, però in qualche modo significativa, nel suo piccolo. Ho lavorato a lungo in un quotidiano pugliese, il Corriere del Mezzogiorno, cioè l’edizione regionale del Corriere della Sera, perciò ho letto con curiosità un articolo in cui, nel numero del 12 dicembre, venivano celebrati i venti anni della testata in cui ho trascorso diciassette anni della mia vita professionale. Firmato da Maddalena Tulanti, ex caporedattrice, l’articolo elencava nomi, curriculum, vicende; ricordava insomma chi ha avuto il privilegio, o il merito, o entrambe le cose insieme, di attraversare la storia del Corriere e di avere contribuito a crearla. Credevo di trovare anche il mio nome. Non c’era. Niente di male se non fosse per la circostanza che ho partecipato all’85 per cento di quella storia. Sono entrato nell’aprile del 2001 nella redazione di Bari del Corriere del Mezzogiorno – aperto quattro mesi prima – e ne sono uscito nel 2018 per una scelta del tutto personale, lasciando agli atti – cioè sulle pagine del giornale – articoli, inchieste, commenti (qualcosa la troverete su questo blog), senza contare il lavoro di desk, come si chiama in gergo il lavoro organizzativo. In quegli anni ho scritto un paio di libri di cui il “mio” giornale riferì; e riuscii a guadagnarmi qualche premio di giornalismo, tra i quali il Livatino-Saetta, a Catania, di cui il “mio” giornale riferì.

La caporedattrice Tulanti ovviamente la incontravo ogni giorno, lavoravamo nello stesso giornale, ma devo ammettere che eravamo e siamo – cosa che adesso ho motivo di confermare con maggiore fierezza – molto diversi; e mi pare di avere già detto tutto. Il che ovviamente non giustifica la ricostruzione in cui si ricorda alla perfezione chi si è visto per dieci minuti e per niente chi si è incontrato per quasi due decenni. Avendo rivendicato la rivoluzionaria (perbacco) scelta dei titoli al femminile (sindaca, ministra, assessora anziché sindaco, ministro e assessore) non si offenderà della qualifica di censora. È perfetta, se la merita.

Lo stesso giorno dell’uscita del suo smemorato articolo autocelebrativo, un giovane collega – ex collaboratore del Corriere – ha lamentato su Facebook di non essere stato incluso tra i nomi benché fosse tra quelli (confermo) che lavorava come un matto. Ma non sempre lavorare è un requisito sufficiente. Gli ho scritto che bisogna fare il lavoro di giornalisti senza aspettarsi nulla per non restarne delusi. Qui chiudo la parentesi personale per allargare l’inquadratura.

I giornali devono essere questo? Dobbiamo prendercela solo e sempre con il destino, le tecnologie, e qualunque diavoleria ci offra un alibi per giustificare la nostra irrilevanza? Pensare che solo le tecnologie, solo la rivoluzione del web, solo qualcosa di molto più grande e di indipendente da noi ci abbia condannati a essere quello che siamo?

L’abilità con cui si cancella un pezzo della realtà per includerne e magari magnificarne altri pezzi è uno splendido esempio di come spesso il giornalismo, parlando bene di se stesso e considerando imbecilli i lettori, dimostri di seguitare a celebrarsi mentre affonda; un esempio spettacolare di come si possa nascondere o svelare artatamente la realtà, come fossimo in un  mondo da anni Cinquanta e Sessanta raccontato e certificato dai giornali (“l’ha scritto il giornale”) mentre, viceversa, siamo andati molto oltre e ormai sono i giornali ad essere un po’ fuori dal mondo. L’illusione di potere cancellare ciò che si censura e valorizzare quel che si sottolinea dà l’idea di quali becchini abbiano scelto gli editori e il giornalismo per sotterrare se stessi. 

Dobbiamo fidarci di questo giornalismo allora? No, purtroppo no, ma il fatto che lo dica io – e che lo dica dopo avere raccontato una vicenda personale – conta poco, nulla. Non sono evidentemente al di sopra di ogni sospetto. Avendo vissuto trentasei anni nelle redazioni dei giornali e diciassette al Corriere – quotidiano al quale auguro lunga vita, compresi i colleghi con scarsa memoria – ho però voluto raccontare questa storiella emblematica, perché sarebbe parso ingiusto a me stesso non farlo, e non farlo peraltro nell’unico luogo immateriale – il mio blog – che mi lega ancora al più bel mestiere che potessi immaginare di fare nella vita. 

Quando ha letto l’articolo del Corriere senza il mio nome, un mio collega coraggioso e per bene (sono tanti, tantissimi, ma non tutti) ha riso di gusto, conoscendo il mondo e il mondo dei giornali: “Non sei contento? Ti hanno dato una medaglia!”. Ho riso anch’io, ovviamente, ma in realtà non c’è molto da ridere.   

Nella foto, Maddalena Tulanti

2 pensieri su “La censora del “Corriere” corregge la storia e seppellisce l’informazione

  1. Caro Attino Antonio detto Tonio, è vero, questa “storia minima”, che tale non è, per te è una medaglia. Maggiordomi e killer, funzionari della propaganda di partito e leccaculi senza religione, yesmen e analfabeti travestiti da “giornalisti”. Di questa schiera, tu non hai mai fatto parte.

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