Aveva dedicato tutta la vita al giornalismo, prima al Corriere del Giorno, poi alla redazione tarantina di Quotidiano, infine al Corriere dell’Umbria in cui divenne direttore. Se n’è andato a 82 anni Nino Botta, che ha legato in grande parte la sua attività professionale a raccontare le vicende del Taranto Calcio negli anni belli della serie B e di Iacovone ma anche quelli più tormentati delle crisi ricorrenti che ne seguirono. Formatosi al Corriere del Giorno, dove lavorò nella redazione sportiva come vice di Dino Salvaggio, agli inizi degli anni Ottanta passò a Quotidiano, chiamato dal direttore responsabile Vittorio Bruno Stamerra, a rafforzare la “squadra” dello sport come inviato. Poi la breve esperienza televisiva a Canale Uno prima del passaggio, a Perugia, al Corriere dell’Umbria, quotidiano che Botta guidò come direttore dal 1994 al 1996. Colto, autorevole, equilibrato, con uno stile di scrittura inconfondibile, Nino era rimasto a vivere in Umbria anche dopo avere lasciato il giornalismo, ma il suo legame con Taranto era rimasto forte. Una malattia che aveva scoperto di recente se l’è portato via in pochi mesi e con lui s’è portato via un pezzo di storia del giornalismo tarantino. I funerali si svolgeranno in forma laica sabato. Su Nino pubblico un ricordo del mio amico Claudio Frascella.
di CLAUDIO FRASCELLA
Nino era elegante, non solo nella scrittura, ma anche nel portamento. La prima volta che lo vidi nella redazione del Corriere del Giorno di Taranto, in via di Palma, indossava un giubbotto di renna. Una mano spesso fra quei capelli lisci, lunghi, basette lunghe come si usava a metà dei Settanta, aveva una presenza che avrebbe scatenato perfino l’invidia di Marcello Rubini, l’affascinante protagonista de “La dolce vita” che Fellini aveva sguinzagliato sulle tracce di Anitona.
Muovevo i primi passi proprio lì, al giornale, scrivendo di sport. Riportavo con l’entusiasmo di un ragazzo di diciotto-diciannove anni, le formazioni delle squadre minori. Mi accorgevo della sua presenza dagli affettuosi scappellotti che mi giungevano all’improvviso. Era il suo modo di incoraggiarmi, dirmi che stavo compiendo passi avanti, anche se la strada – diceva – è lunga. Sorrideva, però, nel vedere quel ragazzo che aveva scelto questo mestiere, cominciando proprio da dove aveva cominciato lui. In realtà, stavo iniziando un’attività che lui, Nino, insieme a pochi altri, stava inventando. E quindi avevo solo da imparare.
Dopo le esperienze anche al Quotidiano e a Canale Uno, prese la sua roba, preparò quel valigione e andò a lavorare fuori, portando con sé la passione di uomo del Sud, ritmo e brillantezza che avrebbe trasferito sulle colonne di altri giornali. Quando ho comunicato l’uscita di scena di Nino, Luigi Ferrajolo, suo collega proprio nei primi Anni Settanta, mi ha detto: “Mi sento sempre più solo, se ne stanno andando via tutti”. Anche Luigi, come Nino, era partito dalla provincia per diventare prima firma del Corriere dello Sport. Un altro tarantino si era fatto strada.
Lo stesso Riccardo Catacchio, ex direttore del Corriere del Giorno, che con Nino aveva mosso i primi passi proprio in quella stessa redazione di via di Palma, è rimasto scosso dalla notizia. “Lo ricordo con stima e affetto, mi dispiace tanto”, così Riccardo ha manifestato la sua sentita partecipazione ai familiari.
L’ultima volta ho incontrato Nino per caso, in provincia di Matera. L’occasione, un concerto dell’orchestra ICO della Magna Grecia dedicato a Pino Daniele. Io salivo e scendevo dal palco raccontando aneddoti sul cantautore napoletano. Venne a trovarmi dietro le quinte. Mi aveva riconosciuto prima dalla voce, poi dal paio di baffi che portavo già da ragazzino. Non finì la frase, “Mi stai riconoscendo?”, che lo abbracciai: “Nino, che piacere rivederti!”. Non mi feci sfuggire l’occasione per un selfie. Beh, con lui, un Maestro, questa sì che era un’occasione da non farsi sfuggire.
Si complimentò per la mia attività giornalistica, nonostante questo mestiere ti ponga davanti ad aut aut. Ecco, lui agli aut aut che gli presentò la sua terra rispose mettendosi in gioco, lasciandosi Taranto alle spalle per scalare gerarchie e ruoli, fino a raggiungere la direzione di un quotidiano, con la stessa passione e quell’eleganza che non lo aveva mai abbandonato.
