La scomparsa di un giornalista rimasto nel cuore, i suoi insegnamenti “involontari”, il legame forte con Taranto e il calcio
di TONIO ATTINO
Non riesco a essere triste, ma dovrei. Perché se n’è andato un amico, una persona che mi voleva bene e alla quale volevo bene. Tre giorni fa, quando ha squillato il telefono e sul display è comparso il suo nome, ho capito che c’era qualcosa di strano. Nino? Non ci sentivamo da anni. Ho risposto. Ma non era Nino, era Emiliano, il figlio: “Volevo dirti che papà sta male”.
Nino, il mio amico Nino Botta, ci ha lasciati la sera del 5 agosto. Aveva 82 anni, sedici più di me. Quindi io avevo 23 anni quando cominciavo a fare il giornalista e lui ne aveva 39. Sedeva alla scrivania accanto alla mia, era un giornalista esperto, scrittura veloce, impronta personale, riconoscibile. Nino cercava di insegnarmi qualcosa senza dirmelo, il modo migliore di insegnare. S’era formato professionalmente al Corriere del Giorno, il quotidiano di Taranto ormai scomparso e purtroppo dimenticato. Era il vice di Dino Salvaggio, redazione sport. Seguiva il calcio quando la squadra, in serie B, scatenava l’entusiasmo dei tifosi ed Erasmo Iacovone faceva sognare con i suoi gol la serie A. Poi un giorno Nino arrivò a Quotidiano, il giornale al quale avevo cominciato a collaborare con l’obiettivo di fare del giornalismo la mia vita. Nella redazione guidata da Pino Galeandro, serviva qualcuno che rafforzasse la cronaca sportiva, Nino era la persona giusta, aveva conoscenze, memoria dei fatti, un archivio pazzesco nella testa. Il direttore Vittorio Bruno Stamerra lo ingaggiò, consigliato da Franco Cigliola, direttore editoriale, alle spalle una storia da caporedattore del Corriere.
Non c’era internet allora e neppure il computer, in redazione si usavano le macchine per scrivere. Se sbagliavi l’incipit di un articolo tiravi via il foglio e ne infilavi un altro. Nino andava liscio al primo colpo. Diventai il suo numero due, mi dava consigli, ma come fa un amico, non un capo. Era orgoglioso della sua famiglia, della moglie Rosalba e dei figlioletti Emiliano e Fabiano. Un motivo in più per sentirlo vicino. Le turbolenze gestionali avevano reso incerto il clima al Corriere del Giorno, così una piccola colonia di “corrieristi” era arrivata da noi. Con Nino, Narciso Bino: era eclettico, poteva scrivere di cultura, cronaca, arte, aveva robusti occhiali da miope e sotto i baffoni si percepivano a stento le parole. Non parlava. Bofonchiava. Poi Paolo Aquaro, “montanaro” di Martina Franca, elegantissimo. Sfoggiava le sue letture provocatoriamente con fare cazzeggione. Peppino Tripaldi aveva una meritata fama di “mangiacarte”, cioè era un uomo di “cucina”. Al Corriere, la sua scrivania, zeppa di dispacci di agenzia e splendente come una discarica, attirò un giorno l’attenzione del direttore. “Tripaldi, dovrebbe mettere un po’ di ordine qui sopra”. Sicché Peppino si alzò dalla sedia lentamente e con una espressione da manicomio, poggiò l’avambraccio sulla scrivania e dicendo “certo direttore” lo fece scivolare da destra a sinistra buttando per aria tutto quello che c’era sopra. Il direttore uscì dalla stanza in punta di piedi.
Di questo gruppo di pazzi, Nino era quello normale. Alto, elegante, grande fumatore, appassionato di sport e soprattutto di calcio, leggeva le partite meglio di chiunque altro. Era colto, misurato, con un aplomb indimenticabile. Raccontava come al Corriere, per uno scherzo che stava per sfuggire di mano, fu messo in pagina, su un pezzo relativo a una missione spaziale, il titolo “Nello spazio anche un cazzo italiano”. All’ultimo istante qualcuno si accorse e il cazzo diventò correttamente razzo, evitando che il giornale, con un titolo così originale, finisse in rotativa e nelle edicole. Nino era quello normale, ma fino a un certo punto…
Allo stadio Iacovone, ora ricostruito per i Giochi del Mediterraneo, vedevamo insieme le partite, spesso gli allenamenti del Taranto ed era sempre divertente. Scherzavamo con il medico sociale William Uzzi; con Alberto Piccenna, l’accompagnatore della squadra; con Renzino Paradiso, l’ex calciatore che viveva nello stadio dove aveva il suo alloggio. E con Masino, il magazziniere, non c’era bisogno di dialogo: piccolo e burbero, parlava solo in dialetto travolgendo di bestemmie chiunque si trovasse davanti. Andavamo a vedere le partite in trasferta, discutevamo, ci scambiavamo opinioni, poi lui dava la linea senza darla. Eravamo sempre d’accordo. Che bel lavoro era il nostro e com’era bello condividerlo con Nino. In un ambiente naturalmente insidioso, era leale, affidabile, mi metteva in guardia sui pericoli. Poi le strade si divisero. Lui si imbarcò nell’avventura di Canale Uno, una tv nata con grandi ambizioni ma finita presto, e dovette cambiare itinerario. Amava Taranto, ma si ritrovò a Perugia, Corriere dell’Umbria, e lì ricominciò la sua vita professionale e familiare, restando sempre legato alla sua città e alla sua squadra del cuore. Divenne direttore in Umbria, ci sentivamo ogni tanto, ma con gli anni sempre meno. Anch’io cambiai il percorso della mia vita. Oggi mi guardo indietro e, credo come tutti, ho rimpianti. Uno, piccolo e grande insieme: avrei dovuto chiamarlo, Nino, e dirgli “ciao ragazzo, come va?”, non aspettare che squillasse il telefono e comparisse il suo nome sul display. Spesso si pensa che ci sia sempre altro tempo, anche quando il tempo sta finendo. Mi dispiace.
Dovrei essere triste, oggi, ma non ci riesco. Se penso a quale amico ho avuto, posso essere solo felice. Ciao, amico mio, e grazie di tutto.



