di TONIO ATTINO
In una decina d’anni da insegnante nella scuola pubblica non mi è mai capitato di vedere una ragazza con il burqa. Mi è capitato però di vedere ragazze e ragazzi con i capelli viola, con i capelli rossi, talvolta con i capelli rossi e viola, nonché ragazze e ragazzi senza libri, con famiglie disagiate e il frigorifero vuoto. E mi è capitato di di stare in aule caldissime già in primavera e fredde d’inverno. Perciò la polemica sul decreto del governo Meloni, in chiave un po’ patriottica e un po’ pre-elettorale relativamente al limite agli immigrati in classe (il 30 per cento) e al divieto di indossare il burqa (peraltro già in vigore), è un chiaro espediente per non parlare di altro. Potremmo domandarci dove vivano i politici – al governo e all’opposizione – ma lo sappiamo benissimo: lontani dalla realtà.
Poiché da un pezzo vivo a Taranto, una città che ormai da decenni sta affondando nella crisi economica e nelle oziose discussioni sull’ex llva, cioè un’azienda morta da tempo ma considerata chissà perché ancora viva, dovrei domandarmi perché perfino il sindaco tarantino di centrosinistra Piero Bitetti, con ben altre emergenze intorno a sé, parli di immigrati lisciando il pelo al centrodestra, complimentandosi per il decreto. Ne ha tutto il diritto, naturalmente. Ma Bitetti ha mai visto una studentessa in burqa da queste parti? Non credo. Può invece vedere i giovani senza burqa che scappano via per studiare, lavorare, stare meglio. E allora perché? La spiegazione è drammaticamente semplice: è più facile parlare di cose che non esistono anziché di cose che esistono. Le prime, non esistendo, sono già risolte in partenza; le seconde sono irrisolte e purtroppo – per incapacità della nostra politica inetta, furba e fanfarona – sono irrisolvibili.

