Il grande Trap, l’Inter e il pallone che non regalai a Mancini: non lo meritava

di TONIO ATTINO

Un pallone come questo avrei voluto regalarlo diciannove anni fa a Roberto Mancini, attuale commissario tecnico della nazionale italiana di calcio e a quei tempi allenatore dell’Inter. Poi cambiai idea. Mi sembrò un regalo esagerato. Feci bene.

L’idea nacque in Trentino-Alto Adige, a Brunico, dove nell’estate 2007 l’Inter svolse il ritiro pre-campionato e dove andai in vacanza con la famiglia. Fu una sorpresa per i due figli interisti. La piccola era ancora troppo piccola per capire cosa fosse il calcio e cosa fosse l’Inter. Non lo sa neanche adesso, in verità. Meno male.

Brunico è un bel posto della Val Pusteria e il campo in cui si allenava l’Inter era affollato di ragazzini che speravano di vedere da vicino i protagonisti della loro squadra, ottenere un autografo o una foto. Non era facile. Ibrahimović voltava le spalle quando gli chiedevi un autografo e ringhiava, come sempre; Figo, più o meno simpatico come lui, se la tirava, come sempre; l’unico sorridente e generosamente disponibile era Adriano, caloroso come un brasiliano delle favelas per i quali il calcio è gioia, divertimento, festa.

Probabilmente per questo veniva rimbrottato dallo staff quando non rientrava negli spogliatoi trattenendosi con i tifosi. E Mancini? Teneva la sua ciurma lontano dai piccoli tifosi e, ad allenamento terminato, li faceva rientrare, praticamente blindandoli sul pulmino che li portava in hotel. Anziché accorciare la distanza tra la squadra e il pubblico, come la passione e la razionalità insieme avrebbero suggerito, la distanza la allungava, annacquando la voglia dei giovani tifosi di considerare idoli e non presuntuosi privilegiati i loro campioni. Gli interisti erano praticamente inavvicinabili.

Roberto Mancini

L’autista del pulmino che ogni giorno portava al campo e poi in albergo i calciatori raccontò di essersi offerto per fare firmare a Figo, durante il trasferimento, qualche autografo che i ragazzini gli avevano chiesto, utilizzandolo come intermediario. Ne aveva però ricevuto, dal calciatore portoghese, una risposta sorprendente. Era più o meno questa: “Che ne fai degli autografi, li vendi?”. Non fu forte la tentazione di mandarlo a cacare, ma fortissimo in lui – nell’autista intendo – il ricordo di Giovanni Trapattoni, allenatore stellare con una carica di simpatia che bastava da sola a riconciliarti con il calcio. “In un altro ritiro – raccontò l’autista – quando il pallone usciva dal campo e qualcuno si affrettava a raccoglierlo, Trapattoni bloccava tutti dicendo: tranquilli, i calciatori non hanno bisogno di qualcuno che recuperi il pallone, possono prenderselo da soli”.

Ora è ovvio che il Trap è il Trap, cioè un allenatore partito da una tipografia dove lavorava da ragazzo e finito poi in cima al mondo con i suoi successi e la sua umanità: uno come lui non si sarebbe mai sognato di tirarsela come il signor Figo né di lasciare, come ha fatto Mancini, la nazionale italiana di punto in bianco per andarsene in Arabia Saudita a riempirsi il portafoglio per poi tornare come se nulla fosse accaduto. Mancini non faceva una grande impressione già diciannove anni fa. L’aria un po’ snob e altezzosa e il fatto di sottrarre o giocatori ai piccoli tifosi desiderosi di un autografo o di una foto era un semplice atto di scortesia e un efficace spot contro il calcio.

Pensai allora che, ribaltando i ruoli, sarebbe stato bello autografare noi un pallone dell’Inter – mettendoci la firma mia, di mia moglie, dei figli interisti e la firma della piccoletta, con una dedica. “Glielo spediamo alla sede dell’Inter” proposi. Poi immaginai che Mancini, abituato a ben altro e impegnato già allora a contare i dobloni, non si sarebbe accorto neppure del gentile pensiero da parte nostra. Allora perché sprecare un pallone, per di più un pallone dell’Inter, la nostra squadra del cuore? Così lo tenemmo per noi e sta ancora in cima all’armadio, senza le firme dei big ma, a parte Adriano, con le firme di qualche comprimario – Suazo, Rivas, Cesar… – di cui non sarebbe rimasta grande traccia nella memoria di tutti, dopo Brunico, anno 2007. Insomma feci bene a non regalare a Mancini il pallone dell’Inter con i nostri autografi. Non lo meritava.

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