Sebastio, procuratore di Taranto: “Ho notato ironia attorno al nostro lavoro, eppure il mobbing è un problema grave”. “Il giorno in cui io e il collega Coccioli andammo a visitare la palazzina Laf sentii il sangue ribollire. Era una cosa brutta”
di TONIO ATTINO
«Sono soddisfatto. Questa sentenza rappresenta l’affermazione di un principio di civiltà. Non si può fare dei propri dipendenti quel che si vuole. Mi domando: che cosa sarebbe accaduto nell’Ilva se non ci fosse stata la sentenza di condanna?».
Franco Sebastio, procuratore aggiunto a Taranto, uno dei due pubblici ministeri che ha indagato sul Gruppo Riva dimostrando il reato di tentativo di violenza privata, dice che si sente tornato giovane. «L’ho detto anche nella mia requisitoria. Uno ha l’impressione che le passioni si riducano con gli anni. In questo caso mi sono sentito un giovane magistrato. Ho provato le stesse emozioni di un tempo».
Sei anni da cancelliere, 33 da magistrato. Il prossimo anno, volendo, potrebbe andare in pensione.
Procuratore, ci va in pensione?
«Io ho sempre detto che mi sento nato magistrato e che vorrei finire i miei giorni da magistrato. Se me lo lasciano fare, se ce lo lasciano fare, continuo».
Questa sentenza è un buon propellente.
«Calma. Sì, è vero, la sentenza. Ma questo processo è stato difficile, e siamo ancora al primo grado. Ci saranno l’appello, la Cassazione, ma devo dire che la sentenza del giudice Chiarelli, una persona che stimo molto, dà a me e al giovane e bravissimo collega con il quale ho lavorato, Alessio Coccioli, almeno la percezione di non avere commesso errori. Questo è sempre il cruccio dei pm: la paura di sbagliare. Il dottor Chiarelli ha confortato le nostre tesi. E questo mi fa piacere».
Perché il processo è stato difficile?
«Non c’era giurisprudenza, anzitutto, non c’erano precedenti. Questo credo sia il primo caso di questo del genere. E poi aveva implicazioni non solo giuridiche ma anche sociali, politico sociali».
Che cosa, di questa esperienza, ricorderà a lungo?
«Il giorno in cui io e il collega Coccioli andammo a visitare la palazzina Laf.C’era un lungo corridoio che dava accesso a tante stanze. Da queste stanze cominciarono a uscire i lavoratori, ci vennero incontro. Sembravano dei bambini che correvano verso i genitori. Queste impressione ebbi. Mi sentii il sangue ribollire. Trovarsi di fronte a un reato è un conto, vedere una cosa brutta è un altro conto. Quella era una cosa brutta».
Quale idea si è fatto degli imputati?
«Nessuna, non è questo il mio mestiere. Non fa piacere vedere qualcuno condannato. Chi giudica non deve essere un gradino più in su. Deve essere sullo stesso livello dell’imputato. Il magistrato ha sicuramente più potere dell’imputato, ma devono essere entrambi sul medesimo piano. Questo principio di civiltà deve però valere per tutti, anche nel rapporto di lavoro che pure per sua natura è squilibrato. Quindi vale per il datore di lavoro. Un dipendente è un essere umano come lui».
Il caso della palazzina Laf e il processo sono stati circondati da una certa indifferenza da parte della città. Le è sembrato giusto?
«Un magistrato non ha bisogno di sostegno per fare il suo lavoro. Però se parlo da cittadino, da tarantino…».
Ecco, da cittadino.
«Un po’ di duole, perché è illusorio pensare che tutto si possa risolvere nelle aule di giustizia. Lo dico da anni anche per i problemi dell’inquinamento. Ogni componente sociale deve fare la sua parte, poi si può sbagliare, è ovvio, ma le cose non si possono risolvere tutte nei tribunali, ma devono trovare una soluzione nelle sedi opportune. Queste cose le ho dette anche nella requisitoria. Occorre questa consapevolezza, io credo».
La gente comune ha capito l’importanza di questa vertenza?
«Credo di no. Non ne ha capito soprattutto l’importanza civile. Ho notato spesso una certa ironia, qualcuno diceva: “ma in fondo questi che cosa vogliono, non hanno mai fatto niente nella vita, Riva ha ragione, loro vengono pagati senza lavorare, magari capitasse a me”. Ecco, questa ironia mi ha dato la netta sensazione che l’opinione pubblica non ha capito. Non ha capito che in questo processo era in gioco un principio di civiltà prima che un principio giuridico. Questa ironia, questa mancanza di comprensione l’ho notata anche nelle persone di cultura. Devo dire che la stampa, quasi tutta, ha invece compreso perfettamente la questione, la federazione nazionale della stampa mi ha addirittura invitato a un suo convegno. Ma che la mia città non abbia capito, beh, questo non mi rende felice».
Chi l’ha incoraggiata?
«Pochissimi, ma qualcuno sì. Nei giorni scorsi mi ha telefonato a casa una conoscente. A momenti piangeva».
E la famiglia?
«In aula, per la lettura della sentenza, c’erano mia moglie e i miei due figli, Paolo e Giorgio, in un angoluccio. Era la prima volta.Non credo che si ripeterà. Di questa vicenda avevamo parlato spesso. Alla fine mia moglie si è avvicinata, dopo la sentenza».
Cosa le ha detto?
«Non glielo dico, ovviamente. Fatti miei».
I suoi figli studiano entrambi giurisprudenza. Faranno i magistrati anche loro?
«Neanche per sogno. Faranno i tennisti. Dopotutto hanno avuto un buon maestro».
Chi?
«Provi a indovinare? Io».
E’ il primo sorriso in tutta l’intervista.
Corriere del Mezzogiorno, 8 dicembre 2001
DA CANCELLIERE A PROCURATORE,
LA STORIA DI SEBASTIO

Ex cancelliere, Franco Sebastio ha percorso tutta la sua carriera di magistrato a Taranto, con una parentesi come pretore a Gallarate (Varese) e a San Pietro Vernotico (Brindisi). Pretore fino al 1976, dal 1995 al 2000 è procuratore presso la pretura circondariale. Diventa poi – soppresse le “procurine” – procuratore aggiunto presso il tribunale di Taranto. Svolge questo incarico per otto anni. Nel 2008 arriva la nomina a procuratore. Nel 2012 avvia l’inchiesta Ambiente Svenduto che porterà al sequestro dell’area a caldo dello stabilimento Ilva e all’arresto dei vertici, cioè della famiglia Riva. Sebastio è scomparso il 10 gennaio 2023.