Ilva, Riva condannato per il reparto lager. Ma sullo scandalo della Palazzina Laf i colpevoli silenzi di Taranto

La sentenza del tribunale di Taranto su Emilio Riva e i suoi “uomini” per lo scandalo dei lavoratori puniti perché non volevano essere demansionati

Due anni e tre mesi di reclusione per il presidente dell’Ilva, Emilio Riva, e per il direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso (tentata violenza privata). Dai 9 mesi ai due anni di reclusione per i capireparto; assoluzione (il fatto non sussiste) per il reato di frode processuale. Assolto Claudio Riva, amministratore dell’Ilva. E la sentenza emessa ieri dal giudice Genantonio Chiarelli nel processo per la palazzina Laf, cioè per la storia dei lavoratori, oltre settanta, destinati in un edificio del centro siderurgico a fare niente perché non accettavano la novazione del rapporto di lavoro, ossia il demansionamento.

(foto Ingenito)

di TONIO ATTINO

Accompagnati per anni dal silenzio e dall’indifferenza di chi sapeva e fingeva di dormire, lo scandaloso caso della palazzina Laf e la conseguente inchiesta giudiziaria si sono chiusi con la condanna di uno dei più grandi industriali italiani e, per fortuna, non (almeno, non ancora) con la tradizionale parata di chi, non avendo partecipato alla battaglia, vuole festeggiare la vittoria. Meno male, un poí di pudore. Ma chi ha vinto? E, soprattutto, che cosa ha vinto?

Formalmente hanno vinto i lavoratori che hanno tenuto duro nonostante tutto, i magistrati che hanno indagato riuscendo a costruire una impalcatura che ha esistito almeno al primo grado di giudizio. Tutto qui. Poca cosa, in fondo. Perché hanno perso Taranto, il Mezzogiorno e quella legalità che molti invocano e pochi hanno dimostrato di praticare. La sentenza di ieri ha concluso in maniera esemplare il primo capitolo di una storia singolare quanto vergognosa grazie anche a un industriale come Riva che ha consegnato ai magistrati, sbandierando una tracotanza stupefacente, tutte le possibili prove documentali. Ma, diciamolo pure: hanno perduto il Sud, la Puglia, Taranto, cioè quella città che, con i vecchi cantieri navali e l’Arsenale militare, aveva costruito la sua classe operaia ben prima che nascesse, quarant’anni fa, lo stabilimento siderurgico. Una città che evidentemente non ha costruito una civiltà capace di distinguere tra legalità e illegalità.

Alcuni dei “confinati” nella palazzina Laf

I fatti sono chiari. Taranto, la Puglia, il Sud hanno accettato, con la privatizzazione della siderurgia, l’arrivo di un grande imprenditore che ha acquistato il più grande centro siderurgico della nazione, ha applicato la propria legge non propriamente sovrapponibile alla legge dello Stato, ha declassato e punito i lavoratori inventando suoi codici e sue norme senza che nessuno (sindacati, partiti, amministratori, politici) muovesse un dito.

Il procuratore Sebastio

Dormivano, tutti, quasi tutti. La città dei potenti sindacati degli anni settanta, in grado di bloccare la grande fabbrica con gli scioperi ́oceanici, è scomparsa volontariamente dalla scena prima che Riva, con i suoi metodi spicci, la polverizzasse con la forza, svuotando l’acciaieria dei vecchi lavoratori per riempirla di nuovi, giovani votati al ́sissignorea costi quel che costi. O così, o fuori. Il fatto che Taranto non abbia reagito, e abbia talvolta solidarizzato con Riva e con i suoi discutibili sistemi – come lo stesso procuratore Sebastio ha rilevato amaramente – dà l’esatta dimensione di un autolesionismo meridionale imbarazzante. Un imprenditore ha più modi, tutti legali (riconosciuti cioè dalle leggi dello Stato) di licenziare un lavoratore che vìoli a sua volta le norme. Se i settanta metalmeccanici finiti nella palazzina Laf fossero stati presi con le mani nella marmellata, fossero stati dei farabutti conclamati, si sarebbero esposti al licenziamento. Sarebbe stato giusto, ultragiusto, incontestabile. L’epurazione di massa non solo non è giusta: è incivile, vile, e più incivile e vile e osservare e non aprire bocca, lasciare che le vittime se la cavino da sole, trovino un magistrato che li aiuti, che non sbagli le indagini, che non si ritrovi una sentenza contraria come è avvenuto spessissimo, al Sud e al Nord.

Il pm Alessio Coccioli

Il problema vero in definitiva è la dignità, avere la schiena diritta, battersi perché il Mezzogiorno non sia la terra in cui lo sviluppo passi per la colonizzazione e la crescita dell’economia non sia il lasciapassare per demolire un sistema di norme che esiste, ancora. Finché ci sono, le norme, bene: vanno rispettate. Invece il caso Riva, il caso della palazzina Laf dimostrano come il Sud del Sud continui a stare impassibile al gioco massacrante del padrone vecchio stampo che elargisce il lavoro in cambio della fedeltà e del “sissignore”. E che sia un industriale o un imprenditore agricolo, un mobiliere o un editore il prodotto non cambia.

Dopo un anno di indagini e due anni di dibattimento, il procuratore Franco Sebastio, nella sua appassionata requisitoria, ha infilato, tra le altre del medesimo tenore, una citazione. E’ questa: “La proprietà dei mezzi di produzione è giusta e legittima ma diventa illegittima quando mira a ottenere un guadagno che si basa sulla compressione, sull’illecito sfrutta- mento, sulla speculazione e sulla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro”. Ha aggiunto poi, al giudice che l’ascoltava, di non stare a citare Marx: era semplicemente Giovanni Paolo II, enciclica “Centesimus Annus”. Un colpo basso. Perché qualcuno pensava che si fosse allineato anche lui, il solito magistrato, quello che alla fine, alla Totò, si butta a sinistra. Invece era al centro, sul fronte della giustizia. E nessuno, al centro, a destra e a sinistra, se n’era accorto.

8 dicembre 2001, Corriere del Mezzogiorno

Lascia un commento