Taranto, una città in cerca di futuro/ Intervista

Il Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia di Torino (Civg) mi ha intervistato sul caso Ilva. Di seguito il testo dell’intervista che potete trovare anche su Civg.it

L’informazione, l’industria, la ristatalizzazione della siderurgia dopo sessant’anni di devastazione ambientale. Intervista a Tonio Attino

Le vicende legate all’Ilva di Taranto hanno una copertura mediatica sempre minore, nonostante la contraddizione tra salute e lavoro sia più viva che mai e le trattative (e le polemiche) tra il gruppo ArcelorMittal e i vari referenti istituzionali e della società civile siano sempre ad alta tensione. Come interpreti questa negligenza dei media italiani?

“L’informazione è quasi sempre conseguente agli eventi e talvolta non aiuta abbastanza a comprendere la realtà. Di recente, per esempio, i giornali hanno parlato del licenziamento di un lavoratore Ilva accusato di avere condiviso su Facebook un commento su una fiction tv ispirata al caso di Taranto, “Svegliati amore mio”, con Sabrina Ferilli.  Si sono un po’ tutti indignati per questa iniziativa aziendale, come fosse un evento imprevedibile. Purtroppo non lo è. Chi è Mittal dovremmo averlo capito da tempo. Taranto ha accolto un imprenditore che, nei rapporti, è peggiore di chi lo ha preceduto. Emilio Riva nel 1995 rilevò lo stabilimento siderurgico dallo Stato e mise subito in riga i lavoratori chiarendo che i sindacati dovevano stare alla larga, salvo poi ritrovare un nuovo equilibrio con un bilanciamento del tutto diverso rispetto al passato. Estromesso lui dall’azienda dopo l’inchiesta giudiziaria cominciata nel 2012, e di cui si attende ancora la sentenza di primo grado, Taranto ha consegnato la sua vita al più grande produttore al mondo di acciaio, avendo alle spalle sessant’anni di industria pesante e un devastante impatto sull’ambiente e sulla salute delle persone. Mittal è stato accolto con tutti gli onori dall’amministrazione comunale che adesso ha modificato la rotta di 180 gradi. E’ paradossale il fatto che tre anni fa si voleva sostenere un’azienda considerata strategica per l’economia nazionale e oggi la si voglia sostanzialmente chiudere mentre contemporaneamente il governo decide di diventare socio di Mittal trasformando la vecchia Italsider-Ilva nelle Acciaierie d’Italia di cui lo Stato dovrebbe assumere il controllo. L’obiettivo è rendere una fabbrica grande quanto una città compatibile con l’ambiente: peccato non si capisca esattamente come questo dovrebbe avvenire né tra quanti decenni. Taranto è purtroppo una città pazzesca che anticipa fenomeni deleteri o addirittura va in controtendenza rispetto alla normalità del mondo. Agli inizi degli anni Novanta battezzò l’ultrapopulismo portando sulla poltrona di sindaco Giancarlo Cito, un curioso anticipatore del leghismo e del berlusconismo per la sua sfrontata capacità di usare l’invettiva e la tv come mezzo di propaganda. E adesso il sindaco che nel 2017 si fece fotografare sorridente con la famiglia Mittal – Rinaldo Melucci del Pd – ha scoperto che Mittal è il diavolo e Taranto perciò vuole un’economia pulita, tutta fondata su turismo, crociere, cultura, come se un’economia che per più di mezzo secolo si è retta sull’industria pesante e inquinante possa riconvertirsi semplicemente così. Che cosa dovremmo dedurne? Che si può cancellare l’industria?  Roma, la città con il più grande patrimonio artistico e archeologico del mondo, dovrebbe perciò potere vivere solo di arte e di cultura, di figuranti vestiti da centurioni? Invece ha anch’essa un apparato industriale, è banale ricordarlo. Un’economia sana è sempre la somma di più fattori, ma la propaganda ci consegna il solito “o di qua o di là”. Contro la città brutta, sporca e cattiva costruita negli anni Sessanta spunta la città pulita, senza ciminiere né fumi, tutta mare, pizza e mandolini. Capisco che inventare un nuovo modello di sviluppo non sia semplice, ma non ci vogliamo neanche provare. Accumulati trent’anni di ritardo nella ricerca di una prospettiva diversa, bisognerebbe smetterla di pensare al brevissimo termine e ragionare sulla costruzione di un’alternativa vera in tempi più lunghi, ma questa politica non paga. E’ difficile resistere alla pratica del taglio del nastro e il prossimo anno si vota per le amministrative”.   

Recentemente alcuni ex-dirigenti dell’Ilva sono stati indagati per la morte del piccolo Lorenzo Zaratta, ucciso nel 2014 da un tumore al cervello causato dall’esposizione della madre agli inquinanti dell’acciaieria. Questa tragica vicenda è una delle tante che dimostrano l’inesistenza di una separazione netta tra salute sul posto di lavoro e salute “ambientale” (nel senso più ampio della parola): un contesto di lavoro pericoloso causa la morte di un bambino nato e vissuto fuori dalla fabbrica. Nel dibattito pubblico e nelle lotte che vivono attorno all’Ilva esiste una dialettica tra questi due aspetti? Come e con quali contraddizioni si svolge?

“Il conflitto tra diritto alla salute e diritto al lavoro è una semplificazione che nasce dall’incapacità di affrontare un problema così grande che richiederebbe l’uso di misure politiche ed economiche non convenzionali. Chi si occupa dei lavoratori pone le solite domande: che facciamo se chiude il centro siderurgico ex Ilva? Dove mettiamo ottomila metalmeccanici? Come se l’ex Ilva potesse rappresentare a vita il nostro futuro economico. Abbiamo dimenticato che negli anni Settanta i lavoratori metalmeccanici erano tre volte tanti. Chi al contrario si occupa della salute delle persone pone a sua volta altre domande e la più importante è questa: si può tenere aperta una fabbrica che uccide? Le domande, prese isolatamente, hanno tutte un senso. Ma in questo dualismo inconcludente il governo difende l‘importanza strategica dell’acciaio mentre nel 2005 – sedici anni fa – un accordo di programma chiuse l’area a caldo, cioè la parte più inquinante dello stabilimento Ilva di Genova, grande un decimo di quello di Taranto. In Liguria allora non si poteva tollerare il conclamato legame tra produzione industriale inquinante e tumori, ma a Taranto, dove evidentemente si può, stiamo ancora a baloccarci con la misurazione degli inquinanti, un nanogrammo in più, un nanogrammo in meno, come dovessimo ancora dimostrare il già dimostrato. Purtroppo siamo un Paese che ragiona ancora come un secolo fa, tutto impegnato a conservare faticosamente il lascito residuo della ricostruzione del secondo dopoguerra, non a immaginare una modernità vera. Perciò, dopo averlo fatto con Riva, abbiamo consegnato la nostra esistenza a un imprenditore ancora più insidioso per il nostro futuro ambientale, sanitario ed economico, ma con la prospettiva di vedere tra un anno – questi sono i patti – il controllo delle Acciaierie d’Italia nelle mani dello stesso Stato che nel 1995 ha privatizzato la siderurgia. Un ritorno al passato per costruire il futuro. Abbiamo il diritto di stupirci?”.

Nel tuo libro Il pallone e la miniera racconti la storia (per certi versi “parallela” rispetto a quella dell’Ilva di Taranto) della comunità di emigrati italiani in Lussemburgo, impiegati nelle miniere e nelle acciaierie locali; noti come anche in quel caso un contesto ambientale devastante (decine di altiforni in un’unica concentrazione industriale) ospitasse una cultura operaia solidale basata sull’orgoglio del mestiere, una comunità in cui “ci si sentiva a casa”. Questo tipo di cultura è al tramonto in gran parte d’Italia e d’Europa, e spesso, in assenza di qualcosa che la sostituisca, il risultato è la frammentazione e la decomposizione sociale totale dei quartieri popolari. Quale è lo stato di salute del tessuto sociale di Taranto? Esiste un orizzonte collettivo che faccia “sentire a casa”? Penso soprattutto ai giovani che scelgono di non lasciare la città e alle loro prospettive sociale e lavorative in un contesto così difficile.

“Il tessuto sociale di Taranto è a brandelli. Quello che tu chiami orizzonte collettivo non c’è. Se per esempio chiedi a un ragazzo tarantino di diciotto anni che cos’è l’Ilva non saprà dirtelo. Non lo sa, non gliene importa niente, non immagina neppure quanto questa fabbrica mostruosa abbia invaso la vita di tutti, anche la loro, ma in ogni caso non la considera minimamente una prospettiva. Noi però non ci rendiamo conto della percezione della realtà da parte dei giovani e seguitiamo a parlare come fossimo nel 1960. Non può esserci nulla di immaginabile in grado di prendere il posto dell’Ilva che sessant’anni fa – si chiamava Italsider ed era statale – prese economicamente il posto dell’Arsenale Militare, l’industria della Difesa, anch’essa statale, che dalla fine dell’Ottocento aveva regalato un futuro ai tarantini grazie alla navalmeccanica. L’economia di Taranto è stata per due volte statalizzata e l’Ilva due volte privatizzata, ma si continua a ragionare come se l’ultimo secolo abbia lasciato tutto così com’era. Il vero dualismo non è tra lavoro e salute, ma è tra i vecchi e i giovani. I giovani il più delle volte vogliono scappare via mentre i vecchi – parlo soprattutto di chi ragiona in modo vecchio, non è solo una questione anagrafica  – parlano del passato fingendo di parlare del futuro. A Esch-sur-Alzette, esempio lussemburghese che tu ricordavi, il flusso degli eventi si è occupato di cambiare tutto: sono scomparse le miniere, sono scomparse le acciaierie. Gli abitanti, se avessero potuto scegliere, le avrebbero tenute. Ma il mercato, di cui tanto abbiamo sentito parlare in questi anni, decide per noi. A Taranto purtroppo non se ne tiene conto. Nessuno è immortale, neanche le aziende lo sono”.

La pandemia di Covid ha evidenziato la debolezza della sanità italiana e del modello che l’ha plasmata negli ultimi decenni. Quale è la situazione della sanità tarantina?

“Non mi sentirei di parlare di eccellenza. Però devo ammettere che, rispetto ai tagliatori di nastri e a chi fa l’ottimista per ragioni elettorali, io sono un ipercritico. Dovrei dire che ci sono operatori sanitari bravi? Lo dico, certo che ci sono, ma non è il sistema. Potrei dire anche che ci sono giornalisti bravi, tanti, ma questo significa che troviamo soddisfacente il sistema dell’informazione?“.



Tonio Attino è un giornalista e scrittore, autore di “Generazione Ilva” e “Il pallone e la miniera“. Attualmente risiede a Taranto, la città in cui è nato e alla quale ha dedicato molti dei suoi sforzi di analisi e inchiesta nel corso degli anni. E’ curatore del blog  tonioattino.it

pubblicato su Civg.it il 1 maggio 2021

Il sito del Cvg


5 pensieri su “Taranto, una città in cerca di futuro/ Intervista

  1. Su due cose non sono daccordo.
    Quando dici che il sindaco ha cambiato rotta. In effetti l’unico cambiamento di rotta di Melucci è nei rapporti con Mittal, anche se è un cambiamento che si rileva in tutti i politici che lo hanno accolto come il salvatore. Se si legge bene cosa dice Melucci, si comprende che lui vede nel futuro di Taranto Ilva, e siccome non è stupido sa anche che Ilva non potrà mai essere green. Il resto fa parte della propaganda e rischia di trasformare Mittal nell’unico cattivo. I veri cattivi sono invece altrove, sono quelli che consentono ai Mittal oggi, ai Riva ieri e a chissà chi domani, di fare tutto ciò.

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  2. Il secondo punto in cui non condivido il tuo punto di vista (sono sempre io) è quando parli di futuro industriale e pizza e mandolino.
    Nessuno pensa di poter eliminare le industrie, ma, soprattutto nella siderurgia, le grandi industrie non possono più esistere. Ilva produce il 18,6% dell’acciaio italiano (fanno credere invece che sia quasi la totalità), il resto è prodotto da tante piccole industrie, meno impattanti e con tecnologie più eco compatibili. Ilva va chiusa perché è veccia, trascurata, troppo grossa e troppo vicina alla città. Va chiusa perché l’Italia ne può fare a meno e Taranto non la può sopportare più.

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  3. Il secondo punto in cui non condivido il tuo punto di vista è quando parli di futuro industriale e pizza e mandolino.
    Nessuno pensa di poter eliminare le industrie, ma, soprattutto nella siderurgia, le grandi industrie non possono più esistere. Ilva produce il 18,6% dell’acciaio italiano (fanno credere invece che sia quasi la totalità), il resto è prodotto da tante piccole industrie, meno impattanti e con tecnologie più eco compatibili. Ilva va chiusa perché è veccia, trascurata, troppo grossa e troppo vicina alla città. Va chiusa perché l’Italia ne può fare a meno e Taranto non la può sopportare più.
    Piero Piliego

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