Romantici e patrioti, solo il calcio ci rende così

Roberto Mancini

di TONIO ATTINO

“Non avrei mai lasciato la mia squadra”. Era settembre del 2015. Guy Allamano stava seduto sul divano della sua casa di Esch-sur-Alzette, Lussemburgo del sud, e ricordava quanto fosse stata fortunata la sua vita di metalmeccanico e di calciatore vissuta nella terra delle miniere e degli emigranti. Passare ogni giorno dagli altiforni al campo della Jeunesse, la sua squadra del cuore, gli era sempre parso normale. A tutti, in realtà, non solo a lui. Il calcio era passione, orgoglio, comunità. Tutto qui.

Per otto anni centrocampista in Prima Divisione con la squadra più vincente e titolata del Lussemburgo – la bianconera Jeunesse – Guy s’era rifiutato di lasciarla quando nel 1971 l’Hautcharage gli aveva offerto un ingaggio di diciassettemila franchi al mese. “Io volevo restare alla Jeunesse”. Vinse sei campionati e tre coppe nazionali, giocando anche in Coppa dei Campioni, e guadagnando niente. Il nonno Ignazio, partito dal Piemonte, era arrivato a Esch per lavorare nelle miniere. Guy qui ci stava benissimo, era casa sua; e poi aveva sposato Pierrette, una signora dolcissima, nipote di Théodore Heuwerth, cofondatore della Jeunesse.

René Hoffman, lussemburghese, era, se possibile, un po’ più matto di lui. Metalmeccanico e portiere della Jeunesse, nel 1959 esordì – aveva 17 anni – in Coppa dei Campioni al Santiago Bernabeu, contro il Real Madrid di Di Stefano, Puskas, Santamaria, Zarraga, Gento. La Jeunesse, alfiere del calcio dilettantistico lussemburghese, non poteva competere con la squadra più forte del mondo. Finì sette a zero e i gol sarebbero stati almeno il doppio se René Hoffman non si fosse trasformato, da esordiente intimidito dai 59.447 spettatori del Bernabeu, in un gigante.

Renè Hoffman

Il Real Madrid avrebbe voluto ingaggiarlo, ma il padre, dirigente della Jeunesse, disse no. “Resti qui”. René rimase senza fare storie e seguitò normalmente a guadagnare nulla, come dopo di lui Guy e tutti gli altri suoi compagni, felici di stare “tra la fabbrica e lo Stade de la Frontière”, cioè il campo sportivo del quartiere Hoehl, dove gli operai e i minatori, gli italiani e gli autoctoni, avevano costruito faticosamente un’identità comune.
La porta del campo della Jeunesse era a pochi passi da casa e, in quanto alla fabbrica, René ci andava a piedi. Italiani e lussemburghesi stavano nella stessa squadra, combattevano e sudavano insieme e tutti – anche Guy e René – avevano un mito. Era Pascucci.

Originario di Gualdo Tadino, René Pascucci aveva messo radici in Lussemburgo, nella terra delle miniere e delle acciaierie, diventando idolo della Jeunesse, “la Juventus lussemburghese”, come la chiamavano rimandando all’Italia e al bianconero. Pascucci, storico capitano, fu in campo dal 1939 al 1961, mai una ammonizione. Un esempio di vita e un italiano di cui tutti impararono ad avere stima, non solo nel calcio.

Ne ripercorse le orme Jean-Pierre Barboni, dal 1975 al 1990 leader della Jeunesse, italiano anche lui, che il papà, tifosissimo del grande Torino di Valentino Mazzola, volle però chiamare come un avversario, il capitano della Juventus, Giampiero Boniperti, scomparso due giorni fa. “Papà adorava Boniperti, lo considerava un esempio di stile e un grande campione. Mi chiamava Giampiero, non Jean-Pierre”. Allora c’era qualcosa prima del calcio, o dentro il calcio. Oggi, chissà.

Queste storie lontane di sport e di romanticismo sarebbero un po’ appese alle nuvole – e forse lo sono comunque – se non fossimo adesso alle prese con un evento atteso dai tifosi, romantici a prescindere. Possiamo dedicarle a loro nel giorno in cui la nazionale italiana torna in campo nella terza giornata dei campionati europei per giocare contro il Galles – un’altra vecchia terra di miniere – dopo due vittorie e sei gol, tre alla Turchia e tre alla Svizzera. La squadra allenata da Roberto Mancini ha riacceso l’entusiasmo intorno al calcio, cioè allo sport praticato in Italia da quattro milioni e mezzo di persone, che ha un milione di tesserati, poco meno di tremila professionisti, ingaggi milionari ai quali nessuno rinuncerebbe per sposare la squadra del cuore e un gigantesco apparato finanziario entrato in crisi con la pandemia, finora costata ai club europei 9 miliardi di perdite (intorno ai quattro miliardi per la chiusura degli stadi). Bella, vivace, divertente, la nazionale di Mancini è uno spot anticiclico. Anche ricordare il passato e i valori dello sport rende un po’ più bello il presente. Possiamo perciò essere serenamente patrioti, sperare nella vittoria agli Europei e praticare il romanticismo almeno fino al prossimo abbonamento alla pay-tv.

La Gazzetta del Mezzogiorno, 20 giugno 2021

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