Addio al magistrato anti inquinamento. Si chiude un’altra pagina, siamo un po’ più soli. Ciao Franco

E’ morto Franco Sebastio, ex procuratore della Repubblica a Taranto, il magistrato che condusse l’inchiesta giudiziaria Ambiente Svenduto sul centro siderurgico Ilva del Gruppo Riva. Aveva 80 anni. Oltre alle numerose indagini sull’inquinamento – riferisce l’agenzia Ansa – portò avanti una delle prime inchieste per mobbing in relazione al trasferimento di lavoratori del Siderurgico “indesiderati” nella palazzina Laf e si occupò anche del caso dell’omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa e buttata in un pozzo il 26 agosto del 2010. Sebastio iniziò la sua carriera da cancelliere, a 20 anni, poi vinse il concorso in magistratura. Nel 1982 da pretore di Taranto “firmò” la prima sentenza per inquinamento (“Getto pericoloso di cose”) contro i responsabili del Siderurgico. Fu procuratore aggiunto e poi procuratore dal 2008, a 65 anni, fino alla pensione. Dopo una breve esperienza in politica come assessore della giunta comunale di Taranto guidata da Rinaldo Melucci, aveva assunto la presidenza della Ladisa Ristorazione. Poiché era un amico e ha accompagnato grande parte della mia vita di giornalista, voglio ricordarlo con un capitolo di Generazione Ilva, libro dedicato alla storia della siderurgia a Taranto e all’inchiesta giudiziaria per disastro ambientale; e pubblicando alcune foto prese dal mio album privato. Credo che a Franco avrebbe fatto piacere.

Taranto, 10 gennaio 2023

di TONIO ATTINO

L’11 gennaio 2012, alle cinque del pomeriggio, il procuratore Franco Sebastio stava in casa e montava il suo mobile Ikea infilato tra le mensole, le viti e il foglietto delle istruzioni. 

«Vuoi una mano?» dissi.
«Ce la faccio da solo» rispose lui.
«Magari se ti do una mano viene meglio…».
«Grazie, viene benissimo se lo monto io».
Franco ha settant’anni, è magistrato da quarantaquattro e si appassiona nonostante faccia le stesse inchieste e praticamente gli stessi discorsi da trenta, intervallando i suoi impegni con qualche partita di tennis o infilando la testa tra le mensole di un mobile. Non fa vita di società, al mattino prende il caffè nell’officina del suo amico meccanico Peppino, scambia due chiacchiere con la solita combriccola prima di entrare in procura. È un galantuomo un po’ fuori tempo. 

Quando vinse il concorso in magistratura smise di fare il cancelliere, il mestiere del papà. Divenne pretore e poi procuratore della pretura. «Ma quella è la procurina, tu sei il procuratore dei bimbi» gli dicevamo per farlo incazzare, riuscendo a ottenerne in cambio un lungo, estenuante giro di parole. Con l’abolizione delle «procurine» passò alla procura della Repubblica come procuratore aggiunto, sedendosi infine, nel 2008, sulla poltrona di procuratore capo di Taranto. Credeva non ci sarebbe mai arrivato. Voleva lasciare la magistratura. 

Il 19 novembre, durante la cerimonia di insediamento, il presidente del tribunale Antonio Morelli, suo vecchio amico, ricordò pubblicamente i suoi meriti giudiziari e i loro trascorsi tennistici. «Accadeva un fatto strano. Quando giocavamo il singolo vincevo io; quando giocavamo insieme il doppio vincevamo noi». 

La specialità di Sebastio nel doppio è il gioco sotto rete. Per tutta la durata di un match può restare lì immobile in attesa del colpo vincente, sfibrando intanto gli avversari con i suoi monologhi. Un pomeriggio, mise a segno il colpo più spettacolare di tutti. Piazzò una stupenda volée e i suoi amici rimasero sorpresi accorgendosi che la pallina era scomparsa. Anche Franco si guardò intorno incuriosito da quella magia di cui era stato capace finché non ne venne a capo. La pallina s’era infilata nel fusto della sua racchetta, nell’interstizio tra le corde e l’impugnatura. «Avete visto? Provate a farlo voi» disse. 

Nel 1985 indagò sulla morte di Gennaro Grandinetti, l’imprenditore suicida perché oppresso dagli usurai, e svelò come una ragnatela di società finanziarie avesse avvolto e strozzato povera gente disperata e anche l’imprenditoria locale, ingoiandone qualche boccone. Qualche anno prima aveva messo sotto inchiesta uno dei più grandi imprenditori dell’indotto siderurgico, Donato Carelli, il quale aveva diversificato la sua attività produttiva edificando abusivamente un grande impianto sportivo, l’ippodromo Paolo VI. Ma in fondo la sua carriera di magistrato è stata in grande parte segnata dalle inchieste sull’inquinamento, dalle industrie e dal centro siderurgico, la cui area a caldo ha fatto poi mettere sotto sequestro per disastro ambientale. 

Dal 1979 a oggi le sentenze nate dal suo lavoro ricostruiscono un pezzo di storia di industrializzazione meridionale inducendoci a domandarci perché mai trentatré anni dopo stiamo ancora a discutere delle stesse faccende e soprattutto perché quella storia abbiano dovuta scriverla i magistrati. 

Una di quelle sentenze non parla di inquinamento e di ambiente ma descrive istruttivamente la strategia dispotica di Emilio Riva e del suo staff, cioè del gruppo imprenditoriale lombardo al quale nel 1995 lo Stato ha affidato la più grande acciaieria italiana, la vita di una città e una parte del sistema industriale del Paese. 

Riva, il 7 dicembre 2001, fu condannato a due anni a tre mesi per violenza privata avendo confinato in una palazzina del laminatoio a freddo – la palazzina Laf – senza alcuna mansione, sessantanove lavoratori. Costoro s’erano rifiutati di accettare contratti e qualifiche al ribasso, impiegati e funzionari avevano rinunciato all’invito pressante di fare gli operai e Riva li aveva puniti spedendoli in un edificio della fabbrica dove non c’erano neppure sedie sufficienti perché potessero stare tutti seduti. Di tanto in tanto andava a trovarli un capetto, un ascaro della proprietà al quale era affidato il compito di comprendere se qualcuno dei reclusi della Laf avesse cambiato idea e se la terapia escogitata per indurli a cedere stesse funzionando. 

Una storia scandalosa di questa portata venne accompagnata da un silenzio mortificante e restò per quasi un anno vergognosamente relegata in un angolo, tra le vicende non meritevoli di attenzione, finché una mattina – il 7 novembre 1998 – Sebastio arrivò con il giovane pubblico ministero Alessio Coccioli a ispezionare la palazzina Laf. Per quanto non fosse un soggetto impressionabile, quella fu una delle esperienze più emozionanti della sua vita. «C’era un lungo corridoio che dava accesso a tante stanze e da queste stanze, quando arrivammo noi, cominciarono a uscire i lavoratori, ci vennero incontro e sembravano bambini che andavano verso i genitori. Ebbi questa impressione e sentii il sangue ribollire. Trovarsi di fronte a un reato è un conto, vedere una cosa brutta è un altro conto. Quella era una cosa brutta». 

La palazzina Laf fu messa sotto sequestro e affiorò, davanti agli occhi di chi avesse voglia di vederla, una realtà nient’affatto sconosciuta. Erano passati appena tre anni dalla privatizzazione dell’acciaio di Stato e Riva aveva voluto mettere in chiaro in modo ancor più plateale degli inizi quali fossero i suoi metodi e quali comportamenti avrebbero dovuto tenere i suoi dipendenti per restare lì e conservare il posto di lavoro. 

La palazzina Laf doveva essere un esempio per tutti. Avesse voluto liquidare semplicemente qualche fannullone o liberarsi di un ladro, la sua legione di attrezzatissimi e aguzzi avvocati non avrebbe avuto difficoltà a trovare norme e cavilli per farlo. Ma l’intento era educativo, serviva a imporre i metodi, le regole della casa, a stabilire i ruoli, così come – ma in modo più pittoresco – aveva fatto anni prima Giovanni Fico con il suo allenatore Mazzetti, fregandogli lestamente 50 lire e mettendo in chiaro il peso specifico di ciascuno: il padrone sono io, tu sei il mio dipendente. 

Emilio Riva aveva provveduto a fare strage di leggi e buone maniere, violando e calpestando diritti collettivi e individuali, eppure Taranto – i partiti, i sindacati, le istituzioni – anziché respingerlo o quantomeno ricordargli che doveva rispettare l’ordinamento italiano, l’aveva accolto tutt’al più con un mugugno inoffensivo e un po’ codardo, parteggiando non per le vittime ma per l’aguzzino e consentendogli di trattarci come Franceschini e Gambardella in passato, anzi peggio di entrambi. Lo ammise Sebastio rilevando l’atmosfera di derisione avvertita intorno al suo lavoro, perché «in fondo di che cosa potevano lamentarsi gli esiliati della palazzina Laf? Venivano pagati per non lavorare. Ecco, questo si diceva». 

Quella «cosa brutta» finì nell’aula del tribunale dove Franco entrò per discutere la sua più importante e ultima requisitoria della sua carriera. Era convinto di lasciare la magistratura e indossò la toga in aula come fosse l’ultima volta. Era procuratore aggiunto con il mandato in scadenza e il suo capo Aldo Petrucci – poi finito sotto inchiesta per peculato e uscito dall’ordine giudiziario – l’aveva confinato a occuparsi di ordinaria amministrazione. Il caso della palazzina Laf era l’ultima inchiesta rilevante rimastagli nelle mani. 

Per la prima volta nella vita, Sebastio concesse ai suoi figli Giorgio e Paolo e alla moglie Anna di essere in aula ad ascoltare la requisitoria, l’ultima della sua carriera, la più appassionata di tutte. «La produzione dei mezzi di produzione è giusta e legittima ma diventa illegittima quando mira a ottenere un guadagno che si basa sulla compressione, sull’illecito sfruttamento, sulla speculazione e sulla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro» concluse. Poi disse al giudice Genantonio Chiarelli di non avere citato Carlo Marx bensì l’enciclica Centesimus Annus di Giovanni Paolo II. Era il colpo sotto rete, la volée. 

10 marzo 2015, Franco Sebastio intervistato da Anais Feuga di Radio France

La moglie gli sussurrò qualcosa all’orecchio, i figli restarono in silenzio, i reclusi della palazzina Laf avevano i lucciconi. Il giudice decise che Riva e dieci dirigenti dell’Ilva dovessero essere condannati e scrisse, nella sentenza confermata poi in appello e in Cassazione, che all’interno del centro siderurgico di Taranto si era «voluto riscrivere la storia e la Costituzione» e a «qualcuno deve essere sembrato possibile rimettere indietro le lancette dell’orologio della storia, ritenere Carta costituzionale e leggi ingombranti orpelli, gli organi istituzionali coinvolti nella vicenda fastidiosi inghippi da aggirare ed eludere, per l’attuazione di portentoso e ambizioso progetto». 

Quella brutta storia racchiudeva una filosofia aziendale («il portentoso e ambizioso progetto» secondo il giudice), la pericolosa condiscendenza di una comunità al potere esercitato addirittura in forme criminali, la disponibilità ad accettarne l’invadenza oltre ogni limite. 

Quando Sebastio dice che «la magistratura persegue i reati e non fa prevenzione, perché di questo dovrebbero preoccuparsi altre istituzioni», possiamo tradurre così: se altre istituzioni avessero fatto il loro dovere ora non ci sarebbe esplosa tra le mani la bomba Italsider-Ilva. 

Alle sei della sera Franco si affannava ancora al montaggio del mobile. 

«Quella vite l’hai messa un po’ storta» dissi. 

«Tanto quello è il didietro del mobile, non si vede» rispose lui. 

Con qualche insistenza ottenni di piantare anch’io due viti e un chiodo come contributo all’arredamento della casa, poi Franco interruppe i lavori e ci accomodammo in salotto. Yuza ci venne dietro scodinzolando e prese a correre da un lato all’altro del corridoio, a volte si stendeva davanti a noi, a volte si avvicinava alla scala a chiocciola che porta al piano di sotto e non osava imboccarla «perché non ha mai imparato a scendere le scale ed è meglio così, giù vive il gatto» disse Franco. 

Da quando Paolo e Giorgio la raccolsero per strada cinque anni fa, Yuza è coccolata come una bambina. Quel giorno stava ad ascoltarci distrattamente, si avvicinava per annusare. 

L’inchiesta sull’Ilva era nel mezzo e la procura attendeva il deposito della perizia. Franco ne stava alla larga esprimendo concetti di carattere generale e «da cittadino di questa città nella quale ho deciso di vivere» parlava di economia senza consentirmi di infilare una domanda. «Se prendi qualunque manuale di economia politica troverai la teoria delle esternalità. Ecco, se studi gli effetti di un impianto industriale troverai le esternalità positive, gli stipendi, i posti di lavoro, il benessere per le famiglie, il progresso della scienza, l’utilità per l’economia nazionale. Tra le esternalità negative bisogna invece metterci le conseguenze sulla salute. Quanto costa un tumore alla società? E una pensione di invalidità quanto costa? Vado avanti. Per costruire questo impianto si è rinunciato alla vocazione agricola del territorio, alcune coltivazioni non potranno più esserci. Qualcuno potrà dire: se lasciavamo gli ulivi il prodotto era comparabile a quello dell’industria? No, certo, ma dobbiamo sempre sottrarre le esternalità negative. Siamo sicuri che pesino meno di quelle positive? E poi la vita, la salute, la famiglia possiamo ridurla a una valutazione patrimoniale? Io di queste cose non ho mai sentito parlare. Ma non devo occuparmene io. Un magistrato si occupa di reati». 

Alle 19.30 Yuza continuava impazientemente a correre, sdraiarsi e disinteressarsi dei nostri discorsi e quando mi alzai mi leccò le mani. 

«Va beh, Franco, anche oggi non mi hai detto niente» dissi. «Dovere» rispose.
«Beh, ci vediamo».
«Passa domani da Peppino, ci prendiamo il caffè».
«Ok, sei hai bisogno di una mano per montare il mobile, chiamami» dissi.
«Non ce n’è bisogno».
«Sei proprio sicuro di farcela?» chiesi.
«Ehi, io sono un maestro nel montare i mobili» rispose lui.
Franco è entrato in magistratura nel 1968. Allora non lo conoscevo, indossavo il grembiule nero e il fiocco azzurro, terza elementare. L’Italsider era la speranza dei grandi. Sono passati quarantaquattro anni. 

(da Generazione Ilva)

L’album

In sidecar con l’amico Peppino Monteleone (2015)
Un brindisi con gli amici nell’officina di Peppino (2013)
In riva al mare (2014)

Udienza preliminare del processo Ilva (2014) – foto Ingenito
Una pausa e un caffè con Peppino (2011)
L’unico privilegiato a usare la tazzina. A tutti gli altri amici il bicchiere di plastica (2011)

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