Più di cinquant’anni fa i reportage del giornalista e archeologo sulla città travolta dal “benessere” della siderurgia. Da rileggere oggi nella sua stupefacente attualità. Riservata soprattutto ai politici che attendono un’altra soluzione dall’alto
Non c’è niente di più moderno della storia. Nell’aprile del 1972, cioè nel pieno del boom economico industriale dell’Italia e del mezzogiorno, Antonio Cederna – giornalista, archeologo, ambientalista – scrisse due reportage su Taranto, la città che aveva subito una formidabile industrializzazione. Cederna ne fotografò i tratti, le degenerazioni. Quei due reportage usciti sul Corriere della Sera il 13 e il 17 aprile, andrebbero riletti oggi. E dovrebbero soprattutto rileggerli – o più probabilmente leggerli – i politici impegnati nella gestione del presente e soprattutto del futuro. C’è tutto quello che serve per capire. Ma per capire, ovviamente, bisogna metterci un po’ di impegno. Ecco il primo reportage di Cederna pubblicato dal Corriere della Sera il 13 aprile 1972.
di ANTONIO CEDERNA
Una città disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dell’abuso edilizio, tale appare Taranto allo sbalordito visitatore. Stretta nella morsa della speculazione privata e di un processo di industrializzazione che si realizza al di fuori di qualsiasi piano di interesse generale, essa può ben essere presa a simbolo degli errori della politica fin qui seguita per il Mezzogiorno.
Il quarto centro siderurgico Italsider (a cui si aggiungono il cementificio e la raffineria Shell) calò dall’alto intorno al 1960 ed occupa un’area di circa mille ettari, superiore a quella di tutta quanta la città. A parte ogni considerazione sui criteri adottati (concentrazione della sola industria di base, principio dei «poli di sviluppo» che oggi si è rivelato un elemento di accentuazione degli squilibri piuttosto che del loro superamento), ciò che va contestato alla radice è il modo con cui l’Italsider, grazie a quel docile strumento che è il consorzio per l’area industriale, tende ad imporre il proprio interesse aziendale, considerando la città e i suoi duecentomila abitanti come un semplice serbatoio di mano d’opera, trascurando ogni altra esigenza dello sviluppo civile e del progresso sociale.
GEOGRAFIA SCONVOLTA
Ne è prova quanto essa va facendo per condurre in porto l’operazione che ha messo in allarme le forze vive della città (da «Italia Nostra» all’Università popolare jonica alle organizzazioni sindacali): il raddoppio dei propri impianti, fino a occupare un’arca di duemila ettari, per un investimento di oltre mille miliardi. Era logico pensare che un’impresa così gigantesca che coinvolge tutto il territorio dovesse essere inquadrata in un programma urbanistico ed economico strettamente coordinato e integrato con ogni altra attività (agricoltura, media e piccola industria, difesa, delle risorse ambientali, edilizia economica e popolare, eccetera), provvedendo nello stesso tempo ad affrontare i problemi creati dal proprio peso schiacciante (dalla progressiva paralisi del traffico all’inquinamento dell’aria e dell’acqua). Niente di tutto questo: è triste dover riconoscere che l’industria, a partecipazione statale, che beneficia di enormi contributi e agevolazioni da parte dello Stato pretende di fare a meno di piani che appena esorbitino dal suo limitato settore e, giovandosi della debolezza dei responsabili a tutti i livelli, impone le proprie scelte particolari alla comunità.
L’intervento maggiore del raddoppio è la «colmata a mare» di circa 800 ettari, per la creazione, tra l’altro, di un porto dalle funzioni imprecisate. Colmare il mare è facile, non comporta rischi né espropri, il terreno impiegato potrà essere impiegato in modo lucroso. Il fatto che venga violato l’unico piano esistente approvato nel 1964 (elaborato dalla società Tekne) e che venga sconvolta la stessa geografia dei luoghi, è apparso un particolare irrilevante sia al demanio marittimo, sia agli amministratori comunali: anzi la giunta (5 agosto 1970), benché scaduta e in carica solo per l’ordinaria amministrazione, autorizza l’inizio dei lavori col pretesto della «discarica dei materiali», rinviando il giudizio di merito a un successivo esame dei progetti esecutivi.
A PEZZI E BOCCONI
Questo modo di approvare alla cieca, a pezzi e bocconi, è la prassi preferita dalle autorità che marciano a rimorchio dell’industria: è la legalizzazione del fatto compiuto e la rinuncia ad ogni effettivo controllo in nome dell’interesse pubblico. Da allora, cinquecento, mille camion al giorno scaricano in mare il materiale sbancato a monte e i velenosi residui degli altiforni: un’enorme distesa di mare è già colmata e i lavori procedono senza tregua.
Stupefacente è poi il sistema adottato per costruire i nuovi impianti del «raddoppio» ed aver ragione dell’opposizione che manifestano oltre alle associazioni culturali, gran parte delle forze politiche della città (ricordiamo il convegno dell’ARCI — Associazione ricreativa culturale italiana — nel marzo 1971. Di fronte alla pretesa dell’Italsider di tirare diritto per conto suo, il consiglio comunale impegna all’unanimità l’amministrazione a non concedere ad essa licenze di costruzione se prima non viene elaborato e approvato un piano di comune accordo fra la città e l’industria. È finalmente una prova di responsabilità, ma anche uno sgradito ostacolo alle ambizioni «settoriali» dell’Italsider: e per aggirarlo viene escogitato un trucco davvero singolare.
La scena si sposta a Roma, al Comitato dei ministri per il Mezzogiorno. Visto che i lavori sono in corso, visto che per il raddoppio non esiste un piano ma solo un approssimativo abbozzo di «variante» e che quindi occorre regolarizzare la situazione almeno «sul piano formale», si suggerisce al comune di rilasciare licenze «in precario». È ammissibile che per autorizzare le opere ingenti per l’ampliamento industriale, che investono mille ettari di terreno e consistono in centinaia di migliaia di metri cubi, si debba ricorrere a un tipo di autorizzazione che normalmente si rilascia a modesti edifici provvisori e facilmente rimovibili? Altro che: nell’agosto 1971 il sindaco democristiano di Taranto, nonostante il parere contrario della commissione edilizia, firma le licenze.
GRETTEZZA CULTURALE
Con il che viene autorizzata la costruzione di sei fra ponti e viadotti, una stazione elettrica, un edificio per uffici di sette piani, una condotta d’acqua, cinque edifici industriali, una nuova acciaieria. E perché il quadro sia completo, osserviamo che quelle opere insistono tutte su aree destinate (sia dal piano Tekne, sia dal piano regolatore di Taranto) a zona agricola.
Hanno dunque ragione «Italia Nostra» e i sindacati. La prima quando denuncia un’industrializzazione «che conosce solo se stessa e non si cura degli altri valori civili», sollecita solo della «produzione al minor costo e nella maggiore quantità possibile», che impone le proprie decisioni «sotto la pressione psicologica del fatto compiuto»; i secondi quando rifiutano le «cattedrali nel deserto», ed esigono uno «sviluppo diversificato» che sottragga la città a un destino «subordinato e neo-coloniale, di polo per produzioni di base e di semilavorati da trasformare, altrove»: e che quindi sia ispirato a una «visione, urbanistica globale e alla politica, delle riforme, (scuola, salute, casa, trasporti, tempo libero, sport).
Qui sta il punto, nelle condizioni di vita di Taranto (come vedremo in un prossimo articolo). Quello che colpisce è la grettezza, la corta veduta, la mediocrità culturale che ha presieduto, a Taranto come altrove, alla politica per il Mezzogiorno. Bastava, che dei duemila miliardi investiti nell’industria, una percentuale anche modesta venisse destinata alla soluzione dei problemi della città (traffico, verde pubblico, lotta all’inquinamento eccetera), per garantire ad essa un ambiente, una qualità di vita quotidiana meno inumani dell’attuale. Invece per dirla in due parole, nemmeno un albero è stato piantato a difesa dei cittadini dei quartieri popolari affumicati dal centro siderurgico: in cambio però l’Italsider, quando ha avuto le licenze in precario, ha generosamente regalato dieci milioni all’associazione sportiva Taranto, la squadra di calcio che vegeta in serie B.
da Corriere della Sera, 13 aprile 1972
La foto di Antonio Cederna è tratta dall’Archivio Antonio Cederna – Parco Archeologico
dell’Appia Antica (Ministero della Cultura)

