Matricola 5137: storia del deportato Luigi Peruzzi, minatore accusato di comunismo, fascismo e antifascismo

Luigi Peruzzi nacque nel 1910 a Sartiano di Mercatino Marecchia, vicino a Rimini. Figlio di braccianti agricoli, rimase orfano a sette anni. A sedici emigrò a Esch-sur-Alzette, in Lussemburgo, per lavorare come minatore. Combatté il nazifascismo finendo poi recluso in un campo di prigionia, a Hinzert. Nel Giorno della Memoria,  ecco la storia di un emigrato che lottò per la libertà. Perseguitato dal regime di Hitler fino alla liberazione di Berlino da parte dell’Armata Rossa. Luigi (Gigi) Peruzzi venne dimenticato dalla sua Italia finché nel 1979 un vecchio partigiano, il presidente Sandro Pertini, gli consegnò l’onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica. Di seguito la sua storia. Da un capitolo del libro “Il pallone e la miniera”.

di TONIO ATTINO

Quando Luigi Peruzzi venne arrestato e deportato con altre sessantuno persone – antifascisti italiani e resistenti lussemburghesi – il suo nome fu trasformato in un numero di matricola, come in miniera. Il 5137 lo avrebbe accompagnato durante la prigionia, le torture e le umiliazioni in un lager popolato di francesi, lussemburghesi e polacchi, italiani e olandesi, russi, belgi, tedeschi, cechi, croati. E dopo un mese Gigi fu meno solo perché ritrovò a malincuore tre amici italiani appena arrivati, cioè appena incarcerati. Ottaviano Natale, Ideale Vinciotti e Domenico Bordicchia lo abbracciarono comunicandogli di Anita. «Il 9 ottobre è nata la tua bambina. L’abbiamo vista, è bella». 

Gigi era felice e affranto insieme perché le torture, le minacce e le scudisciate subite da quando aveva messo piede a Hinzert, ora le avrebbero provate i suoi amici e compagni di lotta. Sapeva quanto fosse difficile resistere e quanta tenacia bisognasse avere per sopportare e non aprire bocca. Ne era sprovvisto chi li aveva traditi trascinandoli in quell’inferno. Detestò a lungo Guerrino Materazzi per avere ceduto alle crudeltà naziste. 

Peruzzi in miniera

L’avrebbe perdonato dopo averlo visto tremolante, pallido, «bianco come uno straccio», afferrato per i piedi da quegli aguzzini disumani, immerso a testa in giù dentro un vascone pieno d’acqua ghiacciata e avere osservato il suo volto riemergere dall’acqua. Teneva la bocca spalancata nel tentativo di respirare, poi fu rituffato a testa in giù. 

Guerrino annaspava, apriva la bocca e sgranava gli occhi atterriti, ma gli amici furono costretti a guardarlo senza dire niente, senza ammettere di avere utilizzato la macchina per scrivere né svelare dove fosse finita. Perché quello volevano sapere, i tedeschi. La macchina. C’era Guerrino nel gruppo che l’aveva presa e portata a Esch. Chi gliel’aveva consegnata aveva fatto il suo nome e a sua volta Guerrino aveva tradito gli amici; ma adesso no, non parlava, teneva duro, a costo di morire, apriva gli occhi disperato, tentava di respirare prima di essere calato nuovamente nell’acqua ghiacciata. Gigi e i suoi amici lo guardarono in silenzio, lo videro uscire vivo per miracolo da quella tortura, ma qualche giorno dopo l’avrebbero abbracciato, perdonato, e insieme lo misero sotto la doccia, lo lavarono, anzi lo scorticarono perché la sua pelle sudicia era dura e ruvida come la scorza di una quercia. Non stava benissimo neppure lui, Gigi, e quando arrivò il momento di partire, nel febbraio 1943, dopo sei mesi di prigionia, affrontò un rituale inedito, senza sapere quale dovesse essere la sua fine. 

Fu rasato a zero, visitato nell’infermeria insieme ai reclusi destinati a un altro campo, tutti nudi in fila, salì sulla bilancia con il suo fisico «di una magrezza ripugnante». Pesava quarantatré chili, ne aveva persi venticinque. Lo salvò l’accordo con cui l’Italia aveva concordato con la Germania lo scambio dei rispettivi prigionieri politici, sicché Gigi Peruzzi fu destinato al carcere di Pesaro, nella sua terra, e ci arrivò dopo un lungo viaggio, chiuso in un vagone ferroviario. Percorse un tratto di strada in compagnia di uno strano, simpatico tipo con una lunga barba bianca. Giuseppe Refolo era un comunista leccese emigrato in Francia, dove aveva lavorato nella tipografia che stampava la «Voce degli Italiani», il giornale di cui Peruzzi aveva promosso la diffusione esponendosi alla vendetta nazista. Gigi sentì nei confronti di Giuseppe una vicinanza fraterna, nata istintivamente dall’unità negli ideali, nella tenacia, nella disperazione con cui entrambi avevano affrontato il nazifascismo, a testa alta. 

Refolo tirò fuori dalle tasche tutto ciò che aveva: una manciata di zollette di zucchero, dieci sigarette. Mangiarono e fumarono, chiacchierando. Era bello già avere lasciato le baracche del campo di Hinzert, dove d’inverno si camminava con le ciabatte nella neve e si dormiva al gelo; era bello essere lontano dai luoghi in cui aveva vissuto la pena più grande della sua vita. Le immagini indimenticabili di Materazzi ridotto a una larva, di Bordicchia accucciato su un giaciglio, febbricitante, a quindici gradi sotto zero, incapace di stare in piedi, le avrebbe ricordate per sempre. 

Ad aprile Gigi era nel carcere di Pesaro. Ad agosto, con la caduta del regime, fu arruolato nel novantatreesimo reggimento fanteria di Ancona finché, dopo l’armistizio di Cassibile, l’8 settembre 1943, l’occupazione nazista costrinse il reggimento alla resa e Peruzzi, nuovamente prigioniero dei tedeschi, fu arruolato tra gli Imi, gli Italienische Militärinternierte, ossia gli internati militari italiani. Tradotto a Berlino, venne rinchiuso in un campo di lavoro e impiegato come lavoratore coatto nelle fonderie della Siemens Schuckertwerke AG. Era sul punto di perdere ogni speranza di rivedere sua moglie e i suoi bambini, affidati ormai al suocero, Delmo Venturi. Quest’uomo piccolo e forte, talvolta ruvido ma generoso, aveva sempre esercitato un potere affettuosamente patriarcale sugli amici e il parentado, tenuto insieme dalla sua figura nient’affatto incline al compromesso. Nella Casa Grande, Delmo aveva sempre avuto tutti intorno e a pranzo sedeva ovviamente a capotavola perché era il leader. E ora toccava di nuovo a lui tenere in mano la famiglia. Per sostenere la figlia e i nipotini dopo l’arresto del genero Gigi Peruzzi, Delmo, a sessant’anni, era tornato in miniera. 

Nel 1944 Berlino era stretta in una tenaglia. I russi pressavano da est con un milione di uomini dell’Armata Rossa; gli inglesi e gli americani avanzavano da ovest. Avevano già sconfitto i tedeschi in Italia e in Francia e procedevano con le loro truppe verso la capitale del Reich mentre l’aviazione attaccava dall’alto una città fantasma, semidistrutta. Peruzzi annotava in un suo diario i giorni terrificanti della guerra. 

Il bombardamento di Berlino

Nel 1945 Berlino era sfinita. Tremila bombardieri scaricavano giorno e notte tonnellate di ordigni riducendo la città a brandelli. «Le bombe cadono senza pietà. Riuscirò a scampare a questo macello? Irene mia, aiutami» scrive Gigi il 7 aprile 1945. Nove giorni dopo, il 16 aprile, l’Armata Rossa sferra l’offensiva finale schiacciando le milizie popolari – ragazzi, donne, anziani – mobilitati dal Führer in una disperata resistenza. Hitler aveva lanciato verso il suicidio il suo popolo, togliendosi la vita prima che i russi, il 2 maggio, facessero sventolare la bandiera rossa sulla porta di Brandeburgo, l’ultimo atto della battaglia. 

Gigi Peruzzi fu di nuovo rimpatriato a Pesaro, e tornò forzatamente per la seconda volta nella sua terra, la patria dalla quale era andato via una ventina di anni prima perché non aveva più nulla, neanche i genitori. Di lì poté rientrare in Lussemburgo, a Esch. Nel 1946 si conclusero i suoi tre anni e mezzo all’inferno. Quando arrivò a casa, ritrovò la moglie Irene. Il figlio Raymond aveva nove anni e Anita, nata un mese dopo il suo arresto, dormiva. La vide per la prima volta e la piccola, svegliandosi al mattino, scoppiò a piangere ritrovandosi davanti il papà, uno sconosciuto. 

Dopo la Liberazione, Luigi Peruzzi riprese la vita di sempre, cioè tornò in miniera. La fine della guerra gli aveva restituito il lavoro, la quiete della famiglia, gli amici, i compagni del Pci e la passione per il calcio, cioè per la Jeunesse, ma non il riconoscimento del suo impegno politico e civile. Solo nel 1970 il Lussemburgo gli conferì il titolo di Resistente, negato a lui e agli italiani deportati dai nazisti nel Livre d’Or de la Résistance pubblicato nel 1952. L’Italia fu ancora più lenta, perché ci arrivò a trentatré anni dalla fine della guerra, nel 1979, quando un vecchio partigiano, il presidente Sandro Pertini, gli consegnò l’onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica. 

Simbolo italiano della resistenza e dell’intransigenza leale con cui si può affrontare la vita, Gigi Peruzzi aveva vissuto con gli altri connazionali del suo tempo, oppositori del nazifascismo, la singolare esperienza d’essere considerato sovversivo perché comunista, fascista perché italiano, nonostante la militanza antifascista, la persecuzione e la detenzione nei lager e avendo già subito per di più la fase umiliante della discriminazione al momento del suo arrivo in Lussemburgo. 

da Il pallone e la miniera, Tonio Attino, Kurumuny

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