Rea: «Anche gli operai hanno colpe sul caso Taranto. L’Italia? Non esiste»

Ermanno Rea, giornalista e scrittore napoletano, meridionalista appassionato ed ex militante del Pci, è scomparso il 13 settembre 2016. Aveva a 89 anni. Dopo avere vinto nel 1996 il Premio Viareggio con il romanzo «Mistero napoletano» e nel 1999 il Campiello con «Fuochi fiammanti a un’hora di notte», nel 2002 pubblicò «La dismissione», libro dedicato alla chiusura dello stabilimento siderurgico di Bagnoli. Mi è capitato di rileggere l’intervista che gli feci due anni prima che se ne andasse. Parlammo di Bagnoli, di Taranto, di siderurgia, di classe operaia e ambiente. L’intervista uscì il 31 maggio 2014 sul Corriere del Mezzogiorno. Benché da allora qualcosa sia cambiato nello scenario industriale di Taranto – ArcelorMittal ha sostituito nella proprietà del centro siderurgico la famiglia Riva travolta dall’inchiesta giudiziaria per disastro ambientale, i dipendenti della fabbrica sono scesi da quasi 12mila a poco più di ottomila – le sue parole sono probabilmente ancora più attuali. Vi ripropongo quell’intervista.

Ermanno Rea (dal Corriere del Mezzogiorno)

di TONIO ATTINO

«Anche gli operai hanno le loro colpe. Come i politici. Come i sindacalisti e gli imprenditori. A Taranto una mostruosità come l’Ilva è stata tollerata da tutti».

Ermanno Rea raccontò nel 2002 «La dismissione», lo smontaggio dell’Ilva di Bagnoli. Oggi guarda l’Ilva di Taranto e gli sembra di ritrovarsi ancora lì in mezzo, tra gli operai napoletani con cui andava a mensa. Bagnoli era ormai chiusa quando lui arrivò: gli operai la smantellavano piangendo. Oggi la fabbrica di Taranto, travolta dall’inchiesta giudiziaria sul disastro ambientale e una rete di corruzioni, complicità, silenzi, è strozzata dalla crisi. Rischia di chiudere. E se resta aperta, rischia di inquinare ancora.

«Io la chiuderei» dice Rea. «Ma quanti operai ci lavorano».

Quasi dodicimila.
«Accidenti. Tanti. Sa, non conosco Taranto, ma seguo questa storia con interesse».

Trova analogie con la sua Bagnoli?
«A Taranto la situazione ambientale è più grave di quella del passato a Bagnoli. Bagnoli è separata da Napoli dalla collina di Posillipo. A Taranto le acciaierie sono attaccate alla città. Non che Napoli non abbia subito danni, ma credo in modo infinitamente minore. Un direttore venuto da Taranto introdusse misure di protezione dell’ambiente».

Sensibilità delle Partecipazioni statali. Negli anni Settanta a Taranto costruirono collinette artificiali per separare la vecchia Italsider dal quartiere Tamburi. Non sono servite a molto. Come andò il suo lavoro in fabbrica durante la dismissione?
«Vissi un paio di mesi a Bagnoli. Era il 1994. Gli operai diventarono miei amici. Ce n’erano cinquecento per smontare gli impianti. Fui preso dalla storia dell’archivio Ilva: raccoglie parte della storia napoletana dal 1910, con testimonianze di ogni tipo: storie operaie, di sofferenza, di incidenti, lettere di raccomandazione di boss – politici e non politici – per fare assumere questo o quello».

Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?
«Con il passare degli anni addirittura un senso più accentuato dell’assenza dello Stato. In Italia non c’è una collettività guidata. Tutto avviene in modo occasionale. Al di là delle varie corruzioni, non si prevede, non si pianifica, non si pensa al domani. Si apre o si chiude una fabbrica in base a convenienze del momento. Bagnoli fu chiusa ma nessuno si chiese: che cosa accadrà dopo? Scandaloso. Non dico che non dovesse essere chiusa, dico che doveva esserci una prospettiva. Una capacità di previsione non c’è mai. È questa la causa di tutto. L’Italia non è riuscita a diventare una nazione. Già alcuni anni prima Bagnoli fu sul punto di essere dismessa. Improvvisamente si decise di investirci oltre mille miliardi di lire. Ma poi la fabbrica fu chiusa».

In Italia tutto avviene in modo occasionale, non si pianifica, non si pensa al domani. Una capacità di previsione non c’è mai. E’ questo la causa di tutto

In vent’anni Bagnoli ha chiuso l’Ilva e aspetta ancora le bonifiche. In venti anni la Germania ha bonificato e riconvertito il vecchio bacino minerario della Ruhr abitato da 11 milioni di persone. Che gliene pare?
«Nel libro “La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani”, mi sono posto il problema. Ma vediamo il caso Taranto. Io penso che le responsabilità siano anzitutto della classe dirigente. Degli imprenditori. Evidentemente della classe politica. Ma se ci penso bene, anche del sindacato. Ma se vado più a fondo, mi rendo conto che sono pure della cittadinanza. Però anche gli operai hanno le loro responsabilità. È impensabile che si determini una mostruosità gigantesca per anni e anni con il silenzio generale. Ci sono state voci isolate. Le maggiori responsabilità sono di politica e imprenditoria, ma gli altri non sono innocenti».

Quando è stato l’ultima volta a Bagnoli?
«Sono tornato recentemente come candidato alle elezioni europee della Lista Tsipras. È triste vedere un’area inerte dove c’era l’Ilva. Un quarto di secolo dopo. E ho saputo che l’archivio sta per essere portato via. Ho lanciato l’allarme proponendo di creare un polo universitario per raccogliere gli archivi di tutte le fabbriche in dismissione nel Mezzogiorno. Sarebbe il centro della memoria industriale del Sud. Un’idea bella, credo, ma irrealizzabile in un Paese in cui non si realizza nulla»

Classe operaia. Che cosa le fanno venire in mente queste due parole pensando a Bagnoli, a Taranto, alle acciaierie?
«La domanda rivolta a un vecchio non può prescindere dalla sua storia personale. Io ho militato nel Pci. Oggi il significato di queste parole è cambiato. Se parliamo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, devo dire che la storia non ha cambiato le cose. Il capitalismo è riuscito ad avere mano libera e può produrre nelle aree di massima povertà del pianeta. Noi indossiamo una maglietta fatta in India e dietro quell’oggetto c’è uno schiavismo più bieco dello schiavismo ottocentesco del padrone delle ferriere. La nostra classe operaia è mutata, però abbiamo isole di perversione come l’industria siderurgica; ci riportano ai primi anni del Novecento. Penso a Taranto e alla vita infame degli operai dell’acciaieria, non diversa da quella degli sfruttati in India o in Bangladesh».

La nostra classe operaia è mutata, però abbiamo isole di perversione come l’industria siderurgica. Ci riportano ai primi anni del Novecento.

Lei è ancora comunista…
«No, la parola è obsoleta. Credo profondamente nella collettività. E penso che il privato non debba prevalere sul pubblico».

L’Ilva nacque a Taranto nel 1960. Quasi tutti concordi, nella Dc e nel Pci, che fosse la cosa giusta. Compreso Napolitano. Escluso Amendola. Chi aveva ragione?
«Apprezzabile la posizione di Amendola. Il limite di Amendola è stato di non credere molto all’unità d’Italia. Aveva una visione regionalistica del Mezzogiorno».

Oggi uomini di sinistra pensano che l’Ilva di Taranto vada tolta alla famiglia Riva e statalizzata. La convince il ragionamento?
«E quando diventa pubblica cosa cambia? Non si tocca il cuore del problema. E il problema è capire se resta fabbrica o viene smantellata, come si risolve la vicenda di dodicimila lavoratori e come si difende la città dall’inquinamento. I pezzi sulla scacchiera sono questi. Certo un mostro di tali proporzioni non può essere un problema del singolo capitalista. È giusto chiamare in causa lo Stato, perché lo Stato deve difendere i cittadini».

Quale lezione può dare Bagnoli a Taranto?
«Francamente non lo so. Certo, bisogna far prevalere gli interessi collettivi».

Ha speranza?
«La speranza ce l’ho sempre. Al fondo del mio pessimismo c’è dell’ottimismo… Non voglio fare un volgare gioco di parole, semmai sottolineare quanto io sia realmente speranzoso. Non sulla breve distanza, ma sulla distanza più lunga dico che gli es- seri umani hanno superato ostacoli di portata inimmaginabile. Non vedo perché l’Italia non possa risolvere i suoi problemi».

Che cosa dice ai cittadini di Taranto?
«Da meridionalista orgoglioso sono vicino a loro. Posso dire, al di là dell’ottimismo e del pessimismo: bisogna essere combattivi, avere coraggio, mai girare la testa dall’altra parte. Quando si è convinti di combattere battaglie giuste bisogna andare avanti».

Se la immagina nel 2050 una fabbrica come quella di Taranto ancora lì?
«No, qualcosa accadrà. L’umanità qualcosa farà. Me lo faccia dire dall’alto dei miei 87 anni».

Corriere del Mezzogiorno-Corriere della Sera, 31 maggio 2014

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