Il governo non aveva capito, Pascalone Lenzi sì: “Mittal all’Ilva? No, meglio i giapponesi”

Prima che avvenisse la cessione della società siderurgica, il “mitico” altofornista dell’Italsider e dell’Ilva aveva intuito che l’affare sarebbe stato pessimo. Il governo italiano no. E ora, sei anni dopo, politici e sindacati temono che l’azienda smantelli

La società angloindiana ArcelorMittal potrebbe lasciare l’Ilva. Il sindacato e la politica temono che lo stabilimento siderurgico di Taranto chiuda trascinando con sé anche quello di Genova-Cornigliano. La prospettiva era così imprevedibile? No. Pasquale Lenzi, per esempio, avrebbe voluto a Taranto i giapponesi, non gli indiani. Ex altofornista dell’Ilva, Lenzi ha girato il mondo, lavorato negli Stati Uniti, in India, ma è stato soprattutto il più stakanovista degli altifornisti di Taranto. L’ho citato nel mio libro “Generazione Ilva” e il 29 giugno 2014 lo intervistai per il Corriere del Mezzogiorno. Lenzi ha le sue idee, non è un ambientalista, ama la grande fabbrica ma era – rileggete le sue parole sei anni dopo – molto più avanti di quelli che poi hanno deciso di vendere l’azienda agli indiani.

di TONIO ATTINO

«Quando un giorno mio figlio mi chiese: papà perché non mi hai mai portato a pescare? Gli risposi: pescare è una fatica. Mi piace lavorare».

Pasquale Lenzi è un omaccione di 78 anni al quale i due terzi di vita trascorsi accanto agli altiforni hanno lasciato in eredità le mani ruvide, l’amore per l’acciaio e il nomignolo di Pascalone. I vecchi colleghi, ricordando «il mitico Lenzi», lo descrivono come un essere unico: forza bestiale, competenza, aspetto da minatore, vespino a bordo del quale si muoveva nel centro siderurgico di Taranto, anche d’inverno. Dormiva in fabbrica. Ne entrò nel 1961, ai primi passi dell’Italsider di Stato, ne uscì nel 1992 (come dirigente), tre anni prima della privatizzazione dell’Ilva. Ma non mollò gli altiforni: andò in India a impiantarne altri quattro. «L’ultimo nel 2012, per la Tata Steel». Conoscendo l’India dell’acciaio ha un brivido quando pensa ad ArcelorMittal, l’impero franco-indiano della siderurgia che vorrebbe acquistare l’Ilva di Taranto. «Indiani? E perché non i giapponesi della Nippon Steel? Sono i migliori al mondo».

Pasquale Lenzi

C’è una storia che non dimentica. «Quando in Giappone vidi lo stabilimento di Oita, costruito su una baia in cui la gente va a fare le vacanze, rimasi incantato. Era il 1980, arrivai lì con il mio capo, l’ingegner Franco Segreti, responsabile degli altiforni di Taranto. Non si vedeva un pennacchio di fumo. Segreti sospettava che la fabbrica fosse spenta e il dirigente giapponese che ci aveva accolti s’incazzò all’idea che volessimo mettere in dubbio la sua parola. Aveva ragione: lo stabilimento era in marcia, ma non si sentiva l’odore dell’altoforno. Mi sembrava di stare al mio paese, tra i boschi. Eppure a Oita ci sono ancora due altiforni, uno grande come l’Afo 5 di Taranto e l’altro ancora più grosso di quello. Insieme producono 24 mila tonnellate di ghisa al giorno. Oita sforna 8-9 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, come Taranto, dove però marciano quattro altiforni. Anche lì, a ridosso del siderurgico, ci sono le case, come da noi. Beh, prima di parlare di Mittal, andrei a vedere il Giappone. I tecnici giapponesi, poi, sanno chi siamo: lavorarono al raddoppio di Taranto e nel 1981 ci aiutarono a riorganizzare la produzione. Hanno dato lezioni a tedeschi, inglesi, spagnoli, americani, e anche a noi». Lenzi dice non avere mai visto niente di simile. «Parlano tanto dell’ecosostenibilità dell’impianto austriaco Voestalpine di Linz. Non mi ha impressionato. Oita sì».

Pasquale Lenzi al lavoro

Nato a Montella, in provincia di Avellino, Lenzi arrivò a Taranto grazie alla zia. «Lessi una notizia sul giornale, parlava dell’Italsider. Presentai la domanda e mi presero come capoturno perché avevo il diploma di perito meccanico. Settembre 1961». Due anni a Genova lo trasformarono in altofornista e tre mesi a Cleaveland, Ohio, in uno stabilimento della U.S. Steel, sul cui modello era nata l’Italsider di Taranto, gli fecero capire come va il mondo. «Sui campi di colata lavoravano i neri. I bianchi stavano in cabina. Da capoturno in su, erano tutti bianchi. Una mattina, dopo il turno di notte, in ascensore trovo una signora che si dispera, piange; io non capivo. Era il 22 novembre 1963. Avevano ucciso il presidente John Kennedy».

Un modello Mittal? Non lo conosco. Se nel 1995, anziché regalare l’Ilva a Riva, l’avessero venduta a Nippon Steel, Riva non avrebbe fatto affari d’oro e Taranto avrebbe risolto tutti i suoi problemi


Nel 1964 Lenzi torna a Taranto. «Il 4 ottobre mettiamo in marcia l’altoforno 2, l’anno successivo il 3». E’ l’inizio. Con una progressione poderosa lo stabilimento si espande, in dieci anni diventa 15 chilometri quadrati «e a ogni elezione, regionale, comunale, provinciale, nazionale, assumevano mille persone» sorride Lenzi. «Eppure questo stabilimento, e parlo di Taranto, non di tutta l’Italsider-Ilva, non è mai stato in rosso. Ora non lo si può distruggere. E’ vivo. Fossi stato al posto della magistratura, non avrei sequestrato gli impianti: avrei sequestrato Riva. Io credo nel futuro del centro siderurgico di Taranto, purché resti a ciclo integrale. Una fabbrica deve fare soldi e Taranto li fa solo con il ciclo integrale. Sento parlare del ferro preridotto, dei forni elettrici. Non ci credo, servirebbe il gas. Ditemi: dove esiste una fabbrica così grande che funziona in questo modo? Non mi fido delle sperimentazioni. Fatemi vedere un centro siderurgico che produce così e ne parliamo. Sì, c’è qualcosa in Iran, con know-how messicano, ma lì hanno il gas. Qui no». Lenzi non ha mai capito la politica. «Solo adesso in Italia si accorgono che la siderurgia di Taranto è strategica?». Lui l’ha sempre considerata il centro della vita. «In India nasce un altoforno al mese, anche in Corea, in Cina. Un modello Mittal? Non lo conosco. Ha acquistato acciaierie in tutto il mondo ma credo non abbiano niente in India. Un paio di anni fa Mittal ha rilevato la maggioranza di un centro siderurgico in Algeria. Lo ha mollato. Spero che Taranto faccia le scelte giuste. Se nel 1995, anziché regalare l’Ilva a Riva, l’avessero venduta a Nippon Steel, Riva non avrebbe fatto affari d’oro e Taranto avrebbe risolto tutti i suoi problemi. Penso non ci sarebbe stata neppure l’inchiesta della magistratura». Il 17 febbraio 2015 il “mitico Lenzi” festeggerà il compleanno, 79 candeline e neppure un altoforno. «Non voglio più lavorare». E andare a pescare? «Quando mio figlio me lo chiese aveva 16 anni, adesso è sottufficiale della Guardia di finanza, vive a Milano e ne ha quasi quaranta…».

Corriere del Mezzogiorno-Corriere della Sera, 29 giugno 2014

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