di TONIO ATTINO
Quanto costa un buco nell’acqua? Possiamo tentare di capire quanto è costato finora, a Taranto, tenere in vita l’ex Ilva, il grande centro siderurgico edificato negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e ancora in attesa di un compratore che riesca a renderlo produttivo ed ecocompatibile: è costato all’incirca dodici miliardi di euro in poco più di un decennio. Risultati? Scarsi, praticamente nulli. Un buco nell’acqua, appunto. Con una cifra grande la metà (circa sei miliardi) in Germania hanno recuperato e bonificato un fiume inquinato dagli scarichi industriali e civili, l’Emscher, creando un parco di 320 chilometri quadrati. E’ stato questo un pezzo della più grande, quarantennale opera di bonifica, rigenerazione urbana e rilancio economico della Ruhr, la regione legata per più di un secolo all’estrazione del carbone e alla produzione siderurgica. Per capirsi sulle grandezze, lo stabilimento ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, si estende su quindici chilometri quadrati e la città di Taranto su 217 mentre la Ruhr (a nord-ovest della Germania) abbraccia 53 città su 4535 chilometri quadrati: ha oltre cinque milioni di abitanti.
Il declino cominciato negli anni Sessanta aveva portato in un ventennio a una crisi irrimediabile. Poi, dal 1989 al 1999, centoventi iniziative inserite nel piano di rigenerazione urbana – con fondi pubblici e privati – hanno aperto un nuovo capitolo della storia con la bonifica del fiume. L’Emscher Park ha tracciato la strada. Sono nati via via parchi, musei, centri culturali e commerciali, teatri, sale per concerti, i vecchi impianti industriali sono diventati monumenti: una costellazione di migliaia di attrazioni impensabili fino a qualche anno prima. Costata circa sei miliardi, la bonifica del fiume Emscher – un canale inquinato in cui confluivano gli scarichi industriali e fognari – ha trasformato una delle aree meno praticabili in uno stupendo parco esteso su 320 chilometri quadrati (21 volte l’Ilva di Taranto), con 600 chilometri di piste ciclabili.
A nord della città di Essen, eletta nel 2010 Capitale europea della Cultura, c’è Zollverein – una delle miniere più grandi del mondo, attiva dal 1847 e chiusa nel 1986 – inserita dall’Unesco tra i siti di archeologia industriale patrimonio dell’Umanità. A Oberhausen, un gasometro alto 117 metri, è uno straordinario spazio espositivo e a Duisburg il vecchio centro siderurgico dei Thyssen è stato ristrutturato ma restando così com’era per ospitare spettacoli teatrali e manifestazioni sportive, raduni e set cinematografici. La memoria è rimasta, la storia è cambiata. In quarant’anni s’erano perduti 839mila posti di lavoro nella produzione industriale, se ne sono creati 801mila nei servizi. Solo l’Industrial Heritage Trail, il percorso della cultura industriale, attrae tre milioni di visitatori l’anno collegando 54 diversi luoghi. Tutta l’operazione-Ruhr è costata una montagna di miliardi di cui non si ha una stima precisa: centinaia di miliardi considerando i capitali pubblici e quelli privati impegnati e la varietà degli interventi.
Le aziende siderurgiche non sono scomparse, nella Ruhr. ThyssenKrupp è presente a Duisburg e a Bochum, a Duisburg c’è anche Arcelor Mittal. Impianti a basso impatto ambientale, come l’attuale governo italiano vorrebbe realizzare a Taranto, al posto della vecchia ex Ilva, nata negli anni Sessanta, il più grande centro siderurgico a ciclo integrale diventato ormai l’ombra di quel che era, con una produzione di appena due milioni di tonnellate di acciaio l’anno contro i 10-11 dei tempi d’oro, soprattutto gli anni Settanta: c’è un solo altoforno in funzione dei cinque originari, poco più di ottomila dipendenti, e altri cinquemila lavoratori dell’indotto. L’inchiesta giudiziaria per disastro ambientale esplosa nell’estate del 2012 ha trascinato l’effetto del declino passando attraverso otto diversi governi e la gestione disastrosa (2017-2024 ) di ArcelorMittal.
Lo Stato ha investito in questi tredici anni tre miliardi di euro. L’Inps – l’istituto previdenziale – ne ha pagati 2,3 per finanziare la cassa integrazione e ora la gestione commissariale di Acciaierie d’Italia ha chiesto a ArcelorMittal un risarcimento di sette miliardi di euro attribuendole la responsabilità di avere spogliato l’azienda per eliminare scientificamente un concorrente. Non sarebbe corretto sommare quanto già speso agli importi ora rivendicati in sede giudiziaria, tuttavia lo Stato sostiene siano stati sottratti a un bene pubblico cifre consistenti: dando per scontato che il governo non menta, non è neppure fuori luogo considerare come somma finale i 12,3 miliardi di euro. C’è poi (anche) il passivo (quasi 1600 milioni) dell’ex Ilva, azienda che lavora quotidianamente in perdita in un territorio – Taranto – la cui crisi è incontestabile. Il tasso di occupazione, per esempio, è il più basso d’Italia: il 44,20 per cento (fonte Sole24Ore). Il governo non sa che pesci pigliare se non sostenere che va salvata la produzione siderurgica e resa compatibile con l’ambiente, non si capisce bene esattamente come. Gli ambientalisti sono per la chiusura dell’impianto mentre gli ambientalisti entrati nella giunta comunale capitanata dal sindaco di centrosinistra Piero Bitetti sono meno netti: perciò preferiscono esporsi il meno possibile. Il sindaco attende le mosse del governo, incontra i lavoratori, non parla di chiusura. Ma neanche di un piano che si ispiri alla Ruhr, o a quanto è avvenuto a Esch-sur-Alzette, in Lussemburgo, ormai una capitale del post-industriale. Non c’è un’idea alternativa, una ipotesi di lavoro. Non c’è un’idea. Si attende che qualcuno decida. In fondo, è sempre stato così.
L’ex Ilva potrebbe chiudere o andare avanti, si capirà verosimilmente tra non molto, e potrebbe metterci ancora lo zampino la magistratura di Taranto, come il tribunale di Milano, chiamato a pronunciarsi sul ricorso dell’associazione Genitori Tarantini sul pericolo degli impianti siderurgici sulla salute. Dovesse chiudere, ha spiegato recentemente il manager Franco Bernabè, presidente di Acciaierie d’Italia dal 2021 al 2023, i costi sarebbero enormi: dai dieci agli undici miliardi di euro, che dovrebbero perciò sommarsi ai 12 già spesi: la bonifica – ha puntualizzato Bernabè – costerebbe sei miliardi e accompagnare alla pensione i lavoratori tra i 4,5 e i 5 miliardi. Si arriverebbe così a oltre venti miliardi di euro spesi senza avere, in tredici anni, ottenuto nulla. Resta sul tavolo solo l’ipotesi Flacks, il fondo statunitense con cui il governo sta trattando la cessione dell’ex Ilva. Michael Flacks, presidente e fondatore della società, ha annunciato di volere investire 5 miliardi di euro avendo però al suo fianco il governo italiano come partner al 40 per cento. Obiettivo: garantire l’occupazione a 8500 lavoratori e arrivare a produrre da quattro a sei milioni di tonnellate di acciaio. Come? Con quali impianti? Su quale estensione? Sempre su 15 chilometri quadrati, come avviene da oltre mezzo secolo? Tanti interrogativi e nessuna risposta. Soprattutto, nessun alternativa meditata, pensata, studiata. I 1400 chilometri che in linea d’aria dividono Taranto dalla Ruhr sono una distanza siderale. In pratica, la distanza che c’è tra il passato e il futuro.
EXIT
il docufilm sulla Ruhr
di Antonello Cafagna e Stefania Semitaio

Questo docufilm dedicato alla riqualificazione della Ruhr è stato realizzato nel 2019 da Antonello Cafagna e Stefania Semitaio, prodotto da Giustizia per Taranto. E’ un interessante viaggio nell’evoluzione della regione della Ruhr da area mineraria a regione riqualificata dopo il piano di rigenerazione urbana. Lo segnalo per chi fosse interessato ad approfondire il tema.




