La democrazia nascente “fucilò” mio padre perché faceva politica. La storia di una vergognosa epurazione

Nel giorno del Primo Maggio il ricordo dei lavoratori dell’Arsenale Militare di Taranto licenziati negli anni Cinquanta perché erano di sinistra. La storia di Gino Frascella raccontava dal figlio Claudio

L’Italia celebra il Primo Maggio, festa dei lavoratori. Pronti ai concerti e ad ascoltare discorsi zeppi di stucchevole retorica. Ma c’è una storia che i giovani dovrebbero conoscere. La storia di Gino Frascella, licenziato nel 1951 dall’Arsenale Militare di Taranto perché socialista, tenuto senza lavoro per vent’anni, costretto a vivere di sacrifici con la sua famiglia. Ho chiesto al mio amico e collega Claudio Frascella, figlio di Gino, di raccontarla. Io e Claudio ci conosciamo da una vita, abitavamo nello stesso quartiere, frequentavamo lo stesso oratorio.

di CLAUDIO FRASCELLA

Mio padre perse il lavoro a 33 anni. In realtà non lo perse. Fu licenziato. Anzi, fu epurato. Era il 1951. L’Italia era uscita dal fascismo, eppure la democrazia non era ancora arrivata del tutto. Papà lavorava nell’Arsenale Militare di Taranto. Ma era di sinistra. Socialista. Non era il campo giusto. La Democrazia Cristiana guidava la rinascita del Paese e il Partito repubblicano appoggiava il governo De Gasperi. Il ministro della Difesa, Randolfo Pacciardi, s’era incaricato di inviare lettere di licenziamento agli elementi che disturbavano il manovratore. Antifascista, molto vicino al governo americano, Pacciardi si era cioè prestato a epurare i lavoratori con simpatie socialiste e comuniste. Benché non fosse ufficialmente dichiarato, il licenziamento aveva carattere politico: via la minaccia rossa dai posti di lavoro, specie dai posti di lavoro statali.

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L’Arsenale Militare di Taranto

Mio padre si ritrovò per strada. Io non era ancora nato e solo anni dopo conobbi il cognome Pacciardi dalle maledizioni che papà gli lanciava. Non avevamo la tv, quindi non vidi mai il suo volto, ma papà gli smadonnava contro ogni giorno e io assorbivo quelle sue intemerate con discrezione e dolore nel cuore. Vivevamo in una stanza e cucina, con cesso annesso. Mio fratello aveva otto anni più di me. Ogni tanto sentivo come un singhiozzo, un pianto. Mi alzavo dal letto matrimoniale nel quale dormivo, fra papà e mamma, e correvo in cucina: «Che è successo, state piangendo?». E mamma: «Piangendo? Che dici, avevo un dolore alla pancia e ora, grazie al Cielo, tutto è passato! E stasera, frittelle, va bene?». Avevo chiesto cosa stesse accadendo e mamma mi aveva ingolosito con le frittelle, unica alternativa, la sera, alla pasta riscaldata avanzata dal pranzo.

Dopo quella lettera, cioè dopo il “licenziamento politico” recapitato anche a centinaia di suoi compagni (l’Arsenale Militare di Taranto fu un caso esemplare), papà aveva dovuto inventarsi mille lavoretti. Non una occupazione vera. Uscivo con lui, mano nella mano, andavamo alla Camera del lavoro, sembrava che il giorno dopo potesse ricominciare a lavorare, invece niente. «Bernasconi mi aveva assicurato, poi sono entrati un paio di signori in borghese, hanno mostrato una tessera, e gli hanno detto che se non avesse voluto noie, era meglio non darmi lavoro…». Una storia che si ripeteva, in piena democrazia. Era il debito che il Paese pagava agli Stati Uniti, nel frattempo spinti nella Nato, anche dallo stesso Pacciardi che alla fine manifestò il suo sentimento destrorso, tanto da essere espulso dal Partito repubblicano, alla guida del quale era stato eletto Ugo Lamalfa.

Randolfo Pacciardi

Ho una grande memoria ma spesso non mi piace. Non mi piace neanche oggi, Primo Maggio, festa dei lavoratori, vedendo quello che abbiamo intorno. Vorrei rimuovere certe immagini, i pianti, quel paio di pantaloni di papà con due toppe, i sandali indossati anche nei mesi freddi; e mamma, grembiule, una maglia grigia, una gonna nera e un paio di scarpe per tutte le stagioni, quando doveva uscire a fare la spesa con quella borsa verde a rete, plastificata. Le scarpe, mie e di mio fratello, sopravvivevano eroicamente. Ogni tanto un pit-stop alle suole, da mest’ Pietro, il calzolaio con il chiosco in un portone di fronte a casa. E poi un giorno, ottobre 1964. Quasi una scena da neorealismo di Rossellini e De Sica. Via Pisanelli, Taranto, una schiera di baracche esponeva pantaloni, maglioni e giacche, abbigliamento a buon mercato. Avevo otto anni appena compiuti. Mamma tirava sul prezzo, con un portamonete che stava rovesciando davanti agli occhi miei e del commerciante in cappotti e altri indumenti invernali. «Signora, dobbiamo discutere ancora sulle cinquanta, cento lire di differenza? Il bambino trema di freddo, che facciamo: il cappottino glielo lasciamo addosso?». Questa frase me la sono portata dietro una vita intera. Ho imparato il rispetto del lavoro, del commerciante e di mia madre, che si era inventata un lavoro da infermiera. In realtà, faceva iniezioni, era brava, lo capivo quando toccava sottopormi a una cura di antibiotici, punture con la penicillina. 

Father and son holding hands walking on tree-lined path with fallen leaves

Mamma “infermiera”. Non c’era altro modo per sostenere la famiglia. Papà, Biagio – Gino – era stato operaio in Arsenale, a Buffoluto, un’attività teoricamente blindata, in apparenza “posto sicuro”. Era stato “allievo operaio”, poi sottoposto a un contratto annuale. Ricordo una sua foto con spilletta e il simbolo del Fascio. «Non c’era altro sistema per lavorare», spiegava, e, tutto sommato, avendo famiglia e non certo grandi risorse, andava bene anche così. Poi era finita. Era stato Pacciardi. Prima che nascessi, la mia famiglia viveva in quelle che si chiamavano Baracche Zaccheo, con mio fratello grande e un fratellino scomparso a un anno e mezzo, a causa di una meningite. Poi la famiglia si trasferì in via Cesare Battisti 17, in uno scantinato. Una stanza e, accanto, una cucina, con la luce che arrivava dalle grate del marciapiedi soprastante. Uno scatto sociale, sia detto senza ironia. Papà faceva un po’ da portiere, mamma scopava e lavava le scale. Quarantamila lire al mese al mese, dalle sei del mattino alle nove di sera. Quando si otturava la fogna, papà indossava abiti da palombaro. Scoperchiava il tombino all’ingresso del portone e si calava sotto, per rimuovere l’ostruzione scaturita dai cessi dei signori del palazzo. Mia madre si era ingegnata, con i ricavi delle punture aveva acquistato un secondo bollitore di latta per siringhe. Una volta usato il primo, chiedeva alla padrona di casa la cortesia di riscaldare l’altro bollitore.

Pompea e Gino con il piccolo Claudio

Era efficiente. Mamma aveva un listino, suggerito da un medico, Rino Mastromarino, che aveva lo studio in via Battisti 23, dunque a pochi metri da casa. Lui prescriveva iniezioni e suggeriva di rivolgersi a Pompea, «al portone affianco al Bar Italo»: cinquanta lire nello stesso palazzo, cento nello stesso isolato, centocinquanta nelle zone vicine. Un giorno mamma sparì, ricomparve a sera. Aveva fatto trenta iniezioni, salito duecento piani – aveva l’abitudine di contare scale e rampe -un po’ per risparmiare le dieci lire dell’ascensore (c’erano gli ascensori con la gettoniera, allora), un po’ perché in altri palazzi, con gradoni enormi, i condomini non ne conoscevano nemmeno l’esistenza.

Ricordo ancora, maledetta memoria, le camminate con papà alla Camera del lavoro, in via Gorizia, nell’immobile che ospitava il cinema Fiamma. Spesso con un certo Musolino, comunista purosangue, che spesso veniva a trovare papà, in sella alla sua bicicletta. Ricordo quel signore, pelato, sempre sorridente, nonostante un male incurabile che sbucava da un orecchio coperto da cerotti. La domenica alla sezione “Giacomo Matteotti”, in via Nitti, a ridosso di via Di Palma. Ci facevano spallucce, niente di nuovo. «Alla Camera del lavoro mi hanno detto: prima di venti anni il problema dei “licenziati politici” non si risolverà, mettetevi l’anima in pace» spiegava papà a casa. Fino a uno spiraglio. Un socialista, Giacomo Brodolini, ministro del Lavoro si impegnò. Aveva un tumore, ma aveva promesso ai compagni di battersi per fare approvare una legge che riconoscesse il pregresso ai lavoratori licenziati per motivi politici dall’Arsenale. Brodolini morì, un anno dopo arrivò a casa nostra la lettera che riconosceva il licenziamento ingiusto. Erano passati vent’anni esatti. Venti anni di stenti, sacrifici, con quel Primo Maggio che ci passava sulla testa, non solo in senso metaforico, visto che avevamo abitato in uno scantinato. Venti anni esatti, dal ’51 al ’71, secolo scorso. 

Gino Frascella

Vedemmo finalmente la luce. Papà, gli arretrati, la pensione, casa in via Mellone 5, sullo stesso isolato dallo scantinato in via Battisti, un appartamento comprato anni dopo con sacrifici e risparmi. C’era la tv venticinque pollici, perfino il telefono, ma con lucchetto, un brevetto di Pompea: le telefonate costavano venticinque lire. Pensai al freddo di quell’ottobre 1964, al ritorno a casa, con mamma, orgoglioso di lei, al cappottino che avevo indosso, stretto da una cintura in vita, e io che mi specchiavo in tutte le vetrine.

Per festeggiare con papà il Primo Maggio, però, avrei dovuto aspettare ancora qualche anno. Senza avere certezza, un’idea, una speranza, che il “problema” dei licenziati politici, come raccontato da Alfredo Cervellera nel libro “Arsenalotti”, sarebbe stato risolto.  Oggi è il Primo Maggio, ci sono i concerti a ricordarci che esistono i diritti dei lavoratori. Mi guardo intorno, penso a Gino, mio padre, classe 1918, e ai giovani che oggi hanno 33 anni come lui quando fu “fucilato” dalla nascente democrazia italiana. Sono passati tre quarti di secolo. Dovrei fare gli auguri a qualcuno?


LA FOTO

Gino Frascella con alcuni compagni di lavoro di Buffoluto, il deposito munizioni della Marina Militare

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