La Volkswagen è un modello, Mittal una fabbrica mangiacittà: ecco perché Taranto non è Wolfsburg

Wolfsburg, la città della Volkswagen

di TONIO ATTINO

Ci sono fabbriche gigantesche che fanno impressione. La Volkswagen di Wolfsburg, per esempio, “ha un’estensione di 6,5 milioni di metri quadrati, quasi pari a quella di Gibilterra, e nel solo 2015 i suoi 21mila operai hanno sfornato 827mila vetture tra Golf, Touran e Tiguan: il colossale impianto produttivo della Volkswagen a Wolfsburg, in Bassa Sassonia, è il più grande del mondo in termini di superficie. E’ così colossale che i dipendenti, per muoversi da un settore all’altro devono utilizzare delle biciclette”. 

In un’inchiesta sulle più grandi fabbriche del pianeta pubblicata il 17 settembre 2017, il quotidiano Il Sole 24 Ore ha descritto così le sorprendenti caratteristiche dello stabilimento industriale dell’azienda automobilistica tedesca. Voluta nel 1938 da Hitler affinché producesse “l’auto del popolo”, la Volkswagen vive, oggi più di ieri, in simbiosi con la città fondata per ospitarvi gli operai. La fabbrica “colossale” è un pezzo del sistema complesso in cui ricerca, progettazione, costruzione e commercializzazione di dodici marchi dell’impero industriale tedesco si uniscono ad Autostadt, il parco automobilistico visitato da oltre due milioni di persone l’anno

Poiché oltre la metà dei suoi abitanti (73mila su 125mila) lavora per il gruppo tedesco dell’automobile, Wolfsburg s’identifica nella Volkswagen quanto in passato, un po’ più a sud, Torino s’identificava nella Fiat della famiglia Agnelli e, ancora più a sud, Taranto nell’Italsider costruita dallo Stato nel 1960. 

Il fatto che la fabbrica Volkswagen di Wolfsburg sia grande meno della metà del centro siderurgico di Taranto, esteso su 15 chilometri quadrati, non autorizza ovviamente a ribaltare le gerarchie. Quello di Taranto resta il più grande centro siderurgico d’Europa; il sistema-Volkswagen è unico al mondo e ha il suo cuore in Germania, a Wolfsburg. Le differenti tipologie di impianto e di produzione non consentono ovviamente confronti omogenei, ma i numeri servono a farsi un’idea, a tentare di capire dove stia andando un pezzo produttivo di Mezzogiorno d’Italia e quanto l’Italsider-Ilva, passata recentemente sotto il dominio di ArcelorMittal, inciderà sul suo futuro. 

Proviamo per qualche istante ad abbandonare il dibattito concentrato da anni sui temi dell’inquinamento, sui danni al territorio, sulle conseguenze sulla salute e sul quadro normativo che con dodici decreti varati da tre governi diversi e avallati dal quarto (l’attuale LegaCinquestelle) hanno reso Taranto una enclave in cui la legge si applica diversamente dal resto della nazione. Cambiamo punto di osservazione. Consideriamo due dati: le dimensioni aziendali e il numero degli occupati. 

Lo stabilimento Volkswagen di Wolfsburg, 6,5 chilometri quadrati, cioè 650 ettari, ha 21mila dipendenti: occupa 3230 addetti per chilometro quadrato, cioè 32,30 lavoratori per ettaro. Una maggiore densità di “popolazione operaia” la troviamo alla Fiat (la Fca) di Melfi: 170 ettari e 8000 dipendenti (47 addetti per ettaro). Una tacca sotto, la Fca di Cassino ha un’estensione di 200 ettari e 4300 dipendenti (21,5 per ettaro). Nel lontano 1992 lo stabilimento Ilva di Genova-Cornigliano contava circa tremila lavoratori su un’area di 160 ettari e già allora la proporzione (neppure 20 addetti per ettaro) parve scandalosa a Ugo Signorini, ex assessore della Regione Liguria, il quale parlò di “un vero spreco”, sottolineando come lo smodato consumo del suolo cominciasse ad avere una qualche importanza. Ma non in Puglia. 

Tre anni dopo – nel 1995 – il centro siderurgico Ilva di Taranto passò nelle mani di Emilio Riva con la privatizzazione definita dal governo Dini. L’azienda che negli anni Settanta, nei tempi d’oro delle Partecipazioni Statali, aveva avuto 21.000 dipendenti (senza contare i novemila lavoratori dell’indotto), presentava un rapporto di 14 operai per ettaro, sceso poi a 8 addetti/ettaro con i 12mila dipendenti del 2009 (gestione Riva) e ridotti a 5,5 oggi, con gli 8200 lavoratori assunti da ArcelorMittal. Perciò il centro siderurgico di Taranto ha più o meno lo stesso numero di lavoratori della Fca di Melfi, ma occupa uno spazio quasi nove volte più grande, esattamente lo stesso spazio che lo Stato italiano occupò cancellando masserie, ulivi secolari – quarantamila – e uno stupendo pezzo di costa asservendo all’industria pesante una Taranto agricola e marinara. 

Se nell’ultimo mezzo secolo le dimensioni dell’acciaieria tarantina si fossero rimodellate in proporzione alla popolazione operaia, oggi lo stabilimento ArcelorMittal sarebbe grande un terzo: 5,8 chilometri quadrati. Invece resta un colosso che occupa cinque chilometri quadrati sul territorio del comune di Statte e poco più di dieci all’interno del comune di Taranto. E’ grande quanto 2100 campi di calcio: precisamente 1545 ettari contro i 228 del confinante rione Tamburi e contro i 303 ettari che si ottengono sommando città vecchia e Borgo, i due quartieri centrali. 

Fermiamoci qui. Ora possiamo aggiungerci l’inquinamento industriale, i danni al territorio, le conseguenze sulla salute, l’originale quadro normativo disegnato da dodici decreti varati da tre governi diversi e avallati dal quarto; ricordare che a Genova, dopo la chiusura dell’area a caldo avvenuta nel 2005 per l’incompatibilità degli altiforni con l’abitato, l’acciaieria è stata resa inoffensiva e ha restituito alla città 34 ettari di territorio; prendere atto che tredici anni dopo (cioè ancora oggi) l’area a caldo di Taranto continua a essere considerata compatibile con la vita delle persone. E infine guardare con spirito critico ai piani di ArcelorMittal, il più grande produttore mondiale di acciaio al quale Taranto ha consegnato le chiavi della città come nel 1995 fece con Emilio Riva.

Wolfsburg è un altro pianeta. Città-fabbrica nata nel 1938, ha costruito un sistema, è un modello mondiale. Taranto ha invece la testa nel passato, continua a restare immobile con un tir parcheggiato sui piedi, zavorrata da un enorme centro siderurgico legittimamente proiettato al profitto, paralizzata da governi che rendono legale ciò che altrove non sarebbe legale, incapace di immaginare un futuro diverso che non siano quei quindici chilometri quadrati (5,5 operai per ettaro) imbottiti di veleni. 

Dove lo trovate un posto così? E come può, un posto così massicciamente occupato da una sola industria privata, programmare la sua vita e il futuro del suo territorio? 

«La produzione attualmente si attesta sui 4,5 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno ma contiamo di migliorare la performanceportandola a 6 milioni di tonnellate» ha detto Matthieu Jehl, vice presidente e amministratore delegato di ArcelorMittal Italia. 

Ecco, tutto qua. Il caso è chiuso. La più grande acciaieria d’Europa, estesa più del doppio della Volkswagen di Wolfsburg, va avanti come se il tempo si fosse fermato. Eppure non è mai stata un’industria da biciclette. Già ai tempi dell’Italsider-Ilva l’altofornista Pasquale Lenzi, il mitico “Pascalone”, la attraversava in scooter: “Mi assegnarono una Fiat 500 ma ero grosso e non riuscivo ad entrarci. Chiesi un Vespino”. 

Acqua passata. Ma dai tempi di Lenzi, uscito dall’acciaieria nel 1992, ottantatré anni a febbraio, qualcosa è cambiato, in fondo. Intanto la proprietà dello stabilimento siderurgico. E poi il modello degli scooter. 


La foto di copertina (la Taranto di ArcelorMittal) è di Vito Leone

4 gennaio 2019

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