Mittal, la strategia folle di cinque governi ha portato Taranto in un vicolo cieco

La vicenda è nota. Il 4 dicembre prossimo ArcelorMittal lascerà Taranto. La multinazionale siderurgica franco-indiana non intende più gestire il centro siderurgico pugliese, il più grande d’Europa. Dopo avere presentato al tribunale di Milano l’atto di citazione per recedere dal contratto, la società ha avviato le procedure di spegnimento dei tre altiforni. La procura di Milano ha aperto un’inchiesta. I commissari straordinari di Ilva, dopo avere impugnato la citazione, oggi hanno consegnato alla procura di Taranto un esposto-denuncia segnalando “fatti e comportamenti, inerenti al rapporto contrattuale con Arcelor Mittal, lesivi dell’economia nazionale”. Le due procure, Milano e Taranto, verificheranno se sussistano reati penali nel comportamento della ArcelorMittal. Intanto la società, riporta il Corriere della Sera (link in basso), sta acquistando il gruppo siderurgico indiano Essar Steel. Investimento: 6,15 miliardi di euro. Via da Taranto, la società punta all’India. Questa il riassunto degli avvenimenti degli ultimi giorni. La storia, invece, parte da lontano.

Responsabilità verso “i territori che ospitano i nostri siti”. Una pubblicità di ArcelorMittal

di TONIO ATTINO

ArcelorMittal aveva due strade: conquistare l’Ilva di Taranto oppure distruggerla. Ha scelto la seconda. Anche il governo italiano aveva due strade: vendere il centro siderurgico di Taranto a un nuovo imprenditore privato sperando di prolungarne la vita oltre i suoi quasi sessant’anni, oppure programmare un futuro diverso per questo pezzo di Mezzogiorno. Avrebbe dovuto ovviamente costruire un diverso modello di sviluppo. Servivano idee. Così ha scelto la prima strada e consegnato la più grande azienda siderurgica italiana a chi ora minaccia di chiuderla. Un colpo da maestro. 

Comunque finisca, ArcelorMittal otterrà un risultato importante: eliminato un concorrente, ne intascherà i clienti, rafforzerà il suo primato di principale produttore mondiale di acciaio. Invece lo Stato italiano si ritroverà tra le mani un disastro. Se la fabbrica chiude, il governo Conte incasserà l’esatto contrario di quel che voleva: non avrà l’acciaio così indispensabile all’industria italiana, rinuncerà a 1,4 punti di Pil e dovrà fare fronte a una drammatica emergenza, 10.700 metalmeccanici senza lavoro (8.200 a Taranto) e, solo in Puglia, un indotto da 5.000 unità tramortito dall’assenza di alternative alla siderurgia. Senza contare i costi per affrontare la bonifica di Taranto, ammesso che si farà. 

C’è una terza strada, in teoria: un accordo tra le parti, benché sembri ogni giorno più improbabile. Ovviamente vedrebbe ArcelorMittal in una posizione di forza e l’Italia costretta a una resa pressoché assoluta. Dopotutto, chi potrebbe gestire le acciaierie di Taranto? E dov’è l’alternativa industriale? Perciò, se non lascia Taranto, ArcelorMittal darà le carte: taglierà, ridimensionerà, insomma farà quello che gli pare. Non sarebbe la prima volta.

Era difficile realizzare un simile capolavoro, ma cinque governi di fila hanno deciso di risolvere il problema dell’acciaio (quindi anche il problema inquinamento dovuto alla produzione di acciaio) semplicemente rinviandolo, cioè trasferendo un bel carico di dinamite al governo successivo, come se la dinamite non dovesse mai esplodere. Abbiamo visto il risultato. Siamo all’ultimo atto di questa pazzesca roulette russa. 

Era difficile realizzare un simile capolavoro, ma cinque governi di fila hanno deciso di risolvere il problema dell’acciaio rinviandolo al governo successivo. Ecco il risultato

La famiglia Mittal è fatta così. Fa affari e adotta pratiche sbrigative. Nel 2006 ingoiò la francese Arcelor scalandola in Borsa con una offerta pubblica di acquisto, nel 2013 ci mise un nulla, in Lorena, a chiudere l’area a caldo dello stabilimento di Florange attirandosi le critiche feroci della politica. Dal governo Hollande arrivarono attacchi per “il non rispetto per gli impegni, i ricatti e le minacce”, più o meno le stesse parole che ascoltiamo in questi giorni dal governo italiano. Poi, ad area a caldo chiusa, si trovò un accordo.

Lakshmi Mittal

 Certo Florange era un affare da un migliaio di posti di lavoro. Taranto è cosa diversa. Emilio Riva, quando vi arrivò nel 1995, mise in chiaro, come primo proprietario privato dell’azienda, che la fabbrica aveva un senso con questo layout, cioè con questa conformazione: ciclo integrale, area a caldo, altiforni. 


La famiglia Mittal è abituata agli scontri. Nel 2013 fu accusato dal governo francese di non rispettare i patti dopo avere chiuso l’area a caldo a Florange

Non a caso nel 2005, per motivi sanitari (troppi morti per tumore), fu chiusa l’area a caldo di Genova Cornigliano, ma potenziata quella tarantina, dieci volte più grande. A Taranto fu permesso ciò che in Liguria era vietato. Le cose sarebbero cambiate nel 2012, data di avvio dell’inchiesta giudiziaria per disastro ambientale che disarcionò Riva, se più governi in successione non avessero prodotto i famosi 12 decreti salva-Ilva. Non hanno risolto il problema, come si vede. Siamo fermi sempre sulla stessa mattonella. Però la famiglia Mittal sta spegnendo la fabbrica. Ha capito in ritardo che gestire le acciaierie di Taranto è un suicidio e preferisce sloggiare? Vuole mettere il governo con le spalle al muro? Non fa differenza. In ogni caso vincerà, in ogni caso si porterà a casa i clienti dell’Ilva, sia che resti a governarla, sia che la neutralizzi andando via.

Questa è, ovviamente, la fine del discorso. Ma l’errore è probabilmente alla radice. E’ bizzarra l’idea di conservare intatto uno stabilimento siderurgico nato negli anni Sessanta su un modello sostanzialmente ottocentesco, cioè un’azienda grande 15 chilometri quadrati, attaccata alla città con le sue duecento e passa ciminiere, basata sul ciclo integrale in un Paese privo di materie prime. Risulta singolare perfino a un occhio inesperto, purtroppo non a governi che dovrebbero avere lo sguardo lungo e ce l’hanno solitamente cortissimo, diciamo fino alla prossima campagna elettorale. 

Una fabbrica-città come l’Ilva sarebbe difficile da progettare oggi e poteva realizzarla solo, nel secondo dopoguerra, la portentosa macchina delle Partecipazioni Statali. Antonio Gozzi, ex presidente di Federacciai, ha ricordato in una trasmissione radiofonica qualche giorno fa che il management delle vecchie Partecipazioni Statali era di prima qualità e ha servito la causa siderurgica in giro per l’Europa anche dopo la fine dell’Iri. La sua onesta dichiarazione rende merito a una classe di supertecnici rottamata dalle privatizzazioni e fa venire in mente un’affermazione datata 2012. Disse Sergio Noce parlando dell’Ilva di Taranto: «I costi energetici sono enormi, in Italia non abbiamo le materie prime e ne servono trenta tonnellate per produrre una tonnellata di acciaio. Uno stabilimento così si potrebbe costruire lontanissimo dalla città, ma non lo farei in Italia. Ma no, non lo farei neppure all’estero». 

Quando il manager Noce disse: «Uno stabilimento così si potrebbe costruire lontanissimo dalla città, ma non lo farei in Italia. Ma no, non lo farei neppure all’estero».

Noce è stato un manager delle Partecipazioni Statali, dirigente dell’Italsider di Taranto negli anni Settanta e storico direttore dello stabilimento nei primi anni Ottanta. Nessuno potrebbe irreggimentarlo in una delle categorie in cui continuiamo a dividerci da anni. Buoni e cattivi, ambientalisti e industrialisti, difensori della salute e tutori del lavoro, più i soliti formidabili  “illuministi” capaci di dare lezioni a chiunque. Guardiamoci intorno, ecco come siamo ridotti. La domanda atroce ora è questa: come può una classe politica che ha combinato questo disastro riuscire a risolverlo? Purtroppo il peggio deve ancora venire.


“Impegno e responsabilità…”, il bluff di Mittal

Ecco il video istituzionale della società che avrebbe dovuto rilanciare il centro siderurgico di Taranto nel rispetto dell’ambiente. Rivederlo è molto istruttivo.


Sul sito Taranto è ancora “il cuore produttivo di ArcelorMittal”

Un dettaglio della pagina del sito internet di ArcelorMittal. Taranto viene descritta come il cuore di ArcelorMittal. Evidentemente la strategia industriale è cambiata repentinamente. Ma non ancora la pagina del sito che ancora oggi, 16 novembre 2019, è questa

dal Corriere della Sera

Arcelor Mittal investe 6 miliardi in India. L’addio all’ex Ilva più vicino

Un pensiero su “Mittal, la strategia folle di cinque governi ha portato Taranto in un vicolo cieco

  1. marcello fistetto

    I primi tre governi dei cinque ,già citati, avevano concordato tutto quello che si vede nel video istituzionale Mittal, dobbiamo ringraziare il governatore Emiliano che si è messo alla testa ( contro il governo del suo stesso partito),sin dall’inizio, dei movimenti ambientalisti (sicuramente non per il nobile obiettivo di salvaguardare la salute dei tarantini), la magistratura ( molti anni prima assente) poi molto sollecita nell’abbracciare le innumerevoli denunce degli ambientalisti disinformati ,senza rendersi conto della complessità del problema,Il sindaco,prima d’accordo (copertura dei parchi) e poi dichiaratamente contro (chiusura area a caldo). Con tutti questi problemi e tutte queste avversità abbiamo contribuito a convincere Mittal ( ma anche qualsiasi altro imprenditore) che sarebbe stato impossibile proseguire. Compatibilizzare lavoro e ambiente era l’unico concetto da valorizzare (assecondandolo) invece abbiamo tirato talmente tanto la corda aggiungendo il comportamento degli altri due governi (Dimaio subito santo) e dei sindacati che per Mittal non c’era più speranza di poter proseguire.Poi tutte le varie considerazioni ( crisi ciclica del mercato,scelta di investire in India e quant’altro) sono conseguenziali.

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