Il caso Ilva/ Taranto e Genova: stessa industria, destini diversi. Ecco perché Nord e Sud non sono uguali

Venti anni fa in Liguria un accordo di programma per chiudere l’area a caldo dell’Ilva (troppo inquinante) e avviare le bonifiche. Oggi a Taranto la trattativa per prolungarne la vita fino al 2039 o dichiarare la fine dell’industria dell’acciaio. Tra conferme e contraddizioni, si è ormai nella fase decisiva. Accadrà tutto a luglio, come sempre

Che futuro avrà il centro siderurgico di Taranto, ex Italsider, ex Ilva, ex ArcelorMittal, oggi Acciaierie d’Italia? Precipitato in una crisi sempre più profonda dopo l’inchiesta giudiziaria del 2012 per disastro ambientale e la caduta di Emilio Riva, spodestato dal suo ruolo di proprietario, il vecchio impianto più grande d’Europa a ciclo integrale è in questi giorni oggetto di una trattativa tra gli enti locali e il governo Meloni, che dichiara di volerlo tenere in vita e metterlo sul mercato rendendolo ecocompatibile. Non è semplice. Probabilmente è impossibile. Ma, soprattutto, la partita si gioca a carte coperte sulla pelle del Mezzogiorno.

di TONIO ATTINO

Nord e Sud sono uguali? No, non ci sono dubbi: non lo sono. Se sfogliamo l’agenda di luglio, ce lo ricordano un paio di date, due anniversari. In realtà, sono più di due. Ma partiamo di qui. La prima data è il 29 di luglio, un mese che ricorre spesso in questa storia.

Vent’anni fa, il 29 luglio del 2005, vi fu l’ultima colata di acciaio nel centro siderurgico di Genova. Quel giorno chiuse l’area a caldo dello stabilimento costruito negli anni Cinquanta nel quartiere Cornigliano. Non c’erano le condizioni per garantire la salute degli abitanti e la fabbrica era considerata invasiva. Troppo grande, troppo inquinante, troppo pericolosa.

L’accordo di programma, firmato un paio di mesi dopo (l’8 ottobre) dal terzo Governo Berlusconi, dall’azienda e dalle istituzioni locali mise fine all’Ilva a ciclo integrale. Rimase in funzione solo la produzione “a freddo”, cioè senza le cokerie e senza gli altiforni (uno solo era ancora in attività, dei due originari). Scomparve perciò l’uso del carbone. Preceduto dall’intesa siglata nel 1999 (governo D’Alema, vicepremier Sergio Mattarella, ministro dell’industria Pier Luigi Bersani) e dal successivo intervento con cui il 12 giugno 2001 il giudice per le indagini preliminari aveva chiuso gli impianti inquinanti, l’accordo puntava alla “riconversione dell’industria di base e pesante ad elevato impatto ambientale del polo siderurgico verso attività compatibili con il contesto urbano” e nello stesso tempo puntava alla “tutela dei livelli occupazionali”. Poco meno di duemila persone, più i dipendenti delle aziende dell’indotto.

Firmò l’accordo ovviamente Emilio Riva, l’imprenditore che aveva acquistato l’Ilva dallo Stato nel 1995 (impianti di Genova, Taranto, Novi Ligure e Racconigi), restituendo alla città 342mila metri quadrati affinché venissero destinati alla bonifica e a usi non più industriali. Inizialmente Riva tentò di lasciare aperta l’area a caldo sostituendo l’altoforno con un forno elettrico. L’operazione non gli riuscì. Erano tutti contro. Ministro alle attività produttive del governo Berlusconi era Claudio Scajola, il suo vice Adolfo Urso (un nome che torna in questi giorni per il caso Taranto, ma come ministro). Genova dovrebbe festeggiare quel 29 luglio 2005: è una bella data. Un momento storico. Vent’anni fa.

L’altoforno abbattuto a Genova dopo la firma dell’accordo di programma

La seconda data, vecchia invece di sessantacinque anni, ci riporta alla posa della prima pietra per la costruzione dello stabilimento siderurgico di Taranto. Il 9 luglio 1960 cominciò la formidabile rivoluzione industriale nel Mezzogiorno d’Italia. Sconvolgendo più di un uragano una terra agricola e marinara, la fabbrica sarebbe diventata unica nel suo genere, la più grande d’Europa a ciclo integrale, cioè con un processo produttivo che parte dalla lavorazione delle materie prime e, passando per l’area fusoria, arriva alla realizzazione di tubi e lamiere. Anche la fabbrica di Genova era a ciclo integrale, ma dieci volte più piccola e con una produzione di un decimo (un milione di tonnellate di acciaio l’anno nei tempi migliori, contro i dieci milioni di Taranto). Entrambe costruite dallo Stato, erano propaggini della stessa azienda: l’Italsider.

Lo stabilimento pugliese in un decennio si trasformò in un gigante. Più di 1500 ettari, 15 chilometri quadrati, una città-industria che attraversa il territorio di due comuni, Taranto e Statte. L’impianto di Genova-Cornigliano si estendeva su 180 ettari, ma nel 2005, con l’accordo di programma, perse i 34 ettari dell’area fusoria, dismessi e restituiti alla città per le bonifiche e la riqualificazione urbana. A Genova si arriva alla dismissione perché i dati scientifici mostrano un nesso tra inquinamento e patologie oncologiche. E’ normale, consigliabile, indispensabile sopprimerne la causa. L’area in cui sbuffano altiforni e cokerie smette così di funzionare e quella quota di produzione viene trasferita a Taranto, dove si realizzano i semilavorati, poi inviati in Liguria per le lavorazioni a freddo. Quindi il Nord bonifica, il Sud potenzia la produzione inquinante. Eppure Taranto, nel rapporto inquinamento-salute, non sta meglio di Genova: se può esserci una gara della mortalità, sta peggio.

Quando il 26 luglio 2012 – e siamo di nuovo a luglio – esplode clamorosamente l’inchiesta giudiziaria Ambiente Svenduto, con arresti e il sequestro dell’area a caldo, molti degli effetti dell’acciaieria sono già conosciuti. Quattordici anni prima, nel 1998, il piano di disinquinamento dell’area di Taranto aveva richiamato il parere dell’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità, secondo cui «nell’area di Taranto la mortalità è influenzata da fattori di origine ambientale». Le indagini della procura della Repubblica guidata dal procuratore Franco Sebastio e le successive decisioni del gip Patrizia Todisco sull’ipotesi di disastro ambientale, poggiano sulle perizie epidemiologiche che sottolineano come il nesso inquinamento-mortalità sia solido. Anche se la sentenza arrivata nel 2021 (26 condanne, 270 anni di carcere) è destinata ad inabissarsi dopo la decisione con cui la Corte d’Assise d’Appello nel 2024 la annulla disponendo il trasferimento del processo a Potenza per un nuovo giudizio, una catena di pronunciamenti confermano la gravità della condizione di Taranto. La Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2019 e nel 2022 condanna l’Italia per non avere tutelato i suoi cittadini. Un rapporto dell’Onu nel 2022 definisce Taranto una “zona di sacrificio”, in cui per decenni sono stati violati i diritti umani. E poi la Corte europea di giustizia nel 2024 sancisce che, se emergono pericoli rilevanti per l’ambiente e la salute pubblica, deve essere sospesa l’attività dell’Ilva, o quel che ne resta. Oggi, un solo altoforno (Afo4) è in funzione, ma si fermerà per manutenzioni da oggi 7 al 10 luglio. Per la prima volta, l’ex Ilva non produce.

Le cokerie del centro siderurgico di Taranto

I giudici di Milano decideranno entro questo mese (e siamo ancora a luglio) sul ricorso presentato dall’associazione Genitori Tarantini. E facendo leva sul pronunciamento della Corte europea di giustizia, potrebbero decretare la chiusura dell’ex Ilva. Il ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso (l’ex vice ministro del caso Genova), lo ha detto esplicitamente. Quella sentenza è già scritta. Perciò il governo Meloni vuole la nuova Aia (autorizzazione integrata ambientale) e un accordo di programma che garantiscano la prosecuzione dell’attività del centro siderurgico di Taranto finché non sarà reso ecocompatibile, nel 2039: tra 14 anni. Secondo il governo, questo accordo di programma dovrebbe contenere sostanzialmente tre elementi: la costruzione di una piattaforma galleggiante nel golfo di Taranto per desalinizzare l’acqua di mare (110mila metri cubi al giorno) destinandola al raffreddamento degli impianti con una condotta lunga nove chilometri; l’arrivo di una nave rigassificatrice che consenta l’alimentazione dell’impianto per la produzione di Dri (direct reduce iron), cioè il preridotto, un semilavorato che elimina l’uso del carbone e alimenta i forni elettrici; la costruzione di tre forni elettrici, ciascuno con una capacità di due milioni di tonnellate l’anno, per arrivare a una produzione di sei milioni di acciaio entro il 2039.

Questa è la proposta. O così o si chiude, dice il governo, disponibile a piccole modifiche. Dobbiamo stupirci? No. Per il Sud non ci sono mai mezze misure. È bianco o nero. Tutto o niente. Aperto o chiuso. Colpa anche del Sud, ovviamente, e di una classe politica modesta, incapace di guardare oltre le proprie scarpe e i piccoli interessi quotidiani, incapace di immaginare un nuovo modello di sviluppo prima del prevedibile crollo del sistema su cui l’economia si è retta per oltre mezzo secolo. Ora non si capisce bene se il governo Meloni creda realmente che si possa rianimare un cadavere come la vecchia Italsider o attenda, per decretarne ufficialmente il decesso, di attribuirne le responsabilità al territorio con cui, passando attraverso inchieste, perizie, tragedie, una ventina di decreti salva-Ilva, ha convissuto per 65 anni. La nuova giunta comunale guidata dal sindaco neo eletto Piero Bitetti, centrosinistra, dovrà decidere se tentare di modificare la proposta di accordo di programma o se rigettarne completamente i contenuti mettendo nel conto la possibilità di chiusura dell’acciaieria, evento auspicato dagli ambientalisti, presenti nella sua giunta, quanto dai Cinquestelle, che appoggiano il sindaco pur non essendo in giunta. E a Genova intanto, dopo vent’anni – non si può non considerarlo – si comincia a mettere in discussione, politicamente in modo un po’ trasversale, l’accordo di programma del 2005.

Peccato non si tenga mai conto, in ogni discussione e in ogni trattativa, della grandezza dello stabilimento di Taranto: una grandezza abnorme e ormai ingiustificata, con un layout – il disegno della fabbrica – che si estende dal porto, dove arrivano le materie prime, allungandosi fino al comune di Statte. Era un gigantismo contemplato dal modello ottocentesco su cui venne costruita. E ora? Servono ancora 15 chilometri quadrati? Solo il parco dei minerali è grande 66 ettari (quasi la metà di Genova-Cornigliano, che oggi è estesa su 146 ettari ); sette volte il quartiere Tamburi, accanto al quale la vecchia Italsider fu edificata; sei volte l’acciaieria di Napoli-Bagnoli, dismessa dallo Stato nel 1990. Più grande addirittura del colosso chimico tedesco Basf, dieci chilometri quadrati a Ludwigshafen, oltre 30 mila addetti. Taranto di addetti ne ha ottomila.

Si può supporre, senza essere dei super esperti, che la fabbrica ipotizzata dal governo Meloni, con tre forni elettrici, senza le cokerie, senza i parchi minerali, senza chilometri di nastri trasportatori che collegano il porto alla fabbrica, non richieda 15 chilometri quadrati di territorio. Lo Stato potrebbe cominciare a liberare – come è avvenuto a Genova venti anni fa – le aree prossime agli abitati, allontanando la ipotetica nuova fabbrica ecocompatibile, se mai nascerà davvero. Ma in realtà non è questo l’argomento in discussione. Taranto deve semplicemente decidere sull’ultimatum: produrre ancora, nonostante tutto, implorare per ottenere qualche provvisoria e illusoria agevolazione, o tenersi per chissà quanto tempo i rottami della sua storia industriale ormai finita.

 

 

 

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